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Casa di carte e cartoni. A Bukavu ci sono interi quartieri costruiti con bacchi di legno, cartoni e teli stracciati. Le famiglie dei poliziotti sono una delle categorie più impoverite a causa dei bassi salari, zero tutele statali, e del trasferimento forzato di tutta la famiglia a seconda della destinazione del padre

L’Africa è una bomba ad orologeria che sta per esplodere. La pandemia mieterà un numero impressionante di vittime. Non ci sono strutture sanitarie adeguate. Non si fa prevenzione. Sciacalli arraffano quanto è possibile depredare. Compresi i bracconieri che, con la chiusura dei parchi nazionali ormai privi di controlli e l’assenza di turisti che li visitino, stanno facendo una strage di rinoceronti per mutilarli dei loro corni. Usati ancora oggi nella farmacopea tradizionale cinese e per abbellire le yambiye dei ricchi in Arabia Saudita e in Yemen. 

Giacomo D’Alessandro, giovane reporter-viaggiatore che ama questo continente tormentato, pieno di entusiasmo e impegno sociale verso gli ultimi della Terra, ci racconta quanto accade ai confini del Congo sulle rive del Lago Kivu. Vogliamo così testimoniare la nostra solidarietà per quelle popolazioni stremate da carestie, guerre e governi corrotti in occasione della Pasqua. Parole e immagini che ci raccontano la dura lotta di molti religiosi cattolici che da sempre combattono qui una dura guerra contro sfruttamento e miseria. Di cui sono complici anche i governi occidentali.

Testo e foto di Giacomo D’Alessandro*

A Bukavu sono stato poco più di un anno fa e ho ancora negli occhi la fatica di vivere di moltitudini di donne e bambini che si trascinano ogni giorno per le strade di fango rosso, dove sopravvivono grazie a micro-economie fragilissime e precarie. Due milioni e mezzo di persone affollano la città più grande del Sud-Kivu, considerata tra le regioni più insicure al mondo, al confine tra la Repubblica Democratica del Congo, il Rwanda e il Burundi, non troppo distante da Uganda e Tanzania. Un’area che, dopo la devastante colonizzazione belga, dagli anni ‘50 del secolo scorso, ha conosciuto la guerriglia, le invasioni dei paesi vicini, la dittatura e le ondate di profughi.

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Un pozzo alla Solidaritè. I centri dei Padri Saveriani mettono sempre a disposizione un pozzo, la cui pompa è alimentata a energia fotovoltaica, perché la gente del quartiere (spesso i bambini) possa ogni giorno venire a caricare qualche tanica d’acqua che nelle case non arriva

Il primo a raccontarmi come la pandemia arrivi anche qui è Francesco, missionario Saveriano, attivo da qualche anno nella zona rurale, a Molumé Munene dove sta tirando su a fatica un progetto di allevamento con annesso caseificio. E’ da lui che ricevo la prima foto di un gruppo di infermieri con le mascherine rudimentali, un panno di stoffa a imbavagliare il viso.

Nel frattempo arrivano le notizie di contagi (pochi e si spera lo rimangano) sia nella capitale Kinshasa sia nella stessa Bukavu. Me lo conferma Gabrielle, una studentessa universitaria che ho conosciuto durante il viaggio e la cui famiglia vive nel quartiere Panzi, una delle più grandi e densamente abitate periferie della città. Altre notizie me le dà suor Scolastica, delle religiose di Nostra Signora del Monte, un punto di riferimento per molte persone dentro e fuori il paese, che ha il polso della situazione tanto delle scuole quanto del carcere e di alcuni quartieri più poveri. “Hanno chiuso le scuole, le chiese e le principali vie di collegamento. Speriamo finisca presto perché qui il problema principale continua ad essere la fame e la paura del virus può diventare il colpo di grazia alla ricerca di lavoro e di espedienti”.

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Una donna alla clinica. Se il Congo è famoso per i sorrisi, anche gli sguardi hanno una profondità lancinante. In una piccola clinica di periferia (a Panzi), sguarnita di tutto e di qualunque protocollo igienico, donne e neonati giacciono su brande di ferro in attesa del loro turno

Qualche giorno fa da Uvira, sul lago Tanganica, mi scrive suor Delia: “Le nostre istituzioni si trovano davanti alla mancanza di materiale sanitario, mascherine, reattivi per fare il test, protezioni varie per medici, infermieri e personale sanitario. Alla televisione, per chi ne ha l’accesso, e nelle radio locali si parla di questo virus, ma non è sufficiente per spiegare alla gente come ci si contagia e come proteggersi”.

Inutile dire che in un mondo dove la vita si svolge sulla strada, a qualunque ora del giorno e per qualunque età, la gente continua a girare come niente fosse, ad affollare le strade, i mercati, i campi da gioco. L’unica vera preoccupazione è morire di fame, non di coronavirus. E l’isolamento fa andare alle stelle i prezzi degli alimentari. “Chi può si fa delle piccole riserve di farina di manioca, carbone, pesce secco, fagioli. Ma chi non può e vive alla giornata, cioè il 95% della popolazione, soffre. Sui pochi mezzi di trasporto che girano ancora, il numero dei passeggeri è stato drasticamente ridotto e quindi il prezzo del viaggio è raddoppiato. Miseria su miseria”.

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Una strada di Bukavu. In una città da oltre 2 milioni di abitanti le strade asfaltate si contano sulle dita di una mano. Il resto è fango e immondizia, rimestati insieme dalle piogge di stagione. Ed ogni strada è una fiumana ininterrotta di persone che portano avanti fragili economie di sussistenza, micro-commerci, trasporto manuale, artigianato in baracche

La speranza è che almeno per un po’ sugli altipiani le fazioni guerrigliere facciano tacere i fucili. Perché in questa parte del mondo la normalità è una parola dura, al di là dell’emergenza. Qui le conseguenze di un modello di sviluppo e di consumo “predatorio”, attuato dai paesi Occidentali, sono visibili da sempre. Qui è normale che una comunità intera venga deportata per fare spazio ad una miniera d’oro sfruttata da multinazionali americane. Che una tornata elettorale sia intrisa di sangue e inficiata da gravissimi brogli, come ha denunciato più volte la Conferenza Episcopale Nazionale. Che ci siano bambini abbandonati con l’accusa di stregoneria, che altri siano lasciati a marcire in carcere se non hanno di che pagare perché la loro causa sia conclusa, che anche i bambini che vanno a scuola spesso subiscano l’abbandono perché lo Stato non paga gli insegnanti.

Sull’altra sponda del Lago Kivu sorridono capanne pulite e curate di un Rwanda che in pochi anni ha fatto balzi da gigante. Qui invece è terra di nessuno. Piena di ricchezze predate da pochi, con la compiacenza ben unta di chi stringe potere e soffoca un popolo. Ripenso ad ogni passo di quel viaggio, sento il desiderio di tornare là, di esplorare, di stare vicino, di conoscere e contribuire. Già il coronavirus sembra uno sfondo sbiadito e una minaccia stonata rispetto a quanto quel mondo già vive. Spero solo che così rimanga.

Ultima, inaspettata mi arriva una mail di padre Franco Bordignon, che in Congo ci ha speso la propria vita, che animava radio clandestine sotto la dittatura di Mobutu e che mi ha consentito di andare a documentare la costruzione di pozzi d’acqua nei villaggi più lontani. Mi scrive Franco: “Ci rivedremo a Bukavu dopo la lunga traversata del deserto dove ci troviamo. Con gioia.”

*Comunicatore e viaggiatore ilramingo.it

 

Redazione Neos

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