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Tunisi Insegna di ceramiche policrome nel Suq della Medina

A Tunisi, in prossimità della Medina, si è catturati dall’immensa piazza della Kasba, su cui si affacciano imponenti palazzi. Sono la sede dei ministeri e degli uffici amministrativi. La bandiera sventola su lunghi pennoni tra un palazzo e l’altro, simbolo dell’unità della nazione e della primavera di rinascita per cui lottano i tunisini. E’ un drappo rosso con al centro un cerchio bianco che ha, al suo interno, una mezzaluna e una stella, entrambe rosse.

Tunisi Place de la Kasba Palazzo governativo

Splende il sole su Tunisi e sui suoi estasiati turisti. Il suq è un incrocio di vie piccole e strette, in gran parte coperte, che assediano la Grande Moschea, la più vasta e importante della capitale. Fondata nel 732, si chiama Moschea dell’Ulivo ed è da sempre il centro dell’élite intellettuale musulmana. In questo serpente di stradine, quasi sempre in ombra, vivono e lavorano migliaia di persone. A farla da padrone sono i venditori di spezie, con i loro sacchetti variopinti. Profumi e fragranze inebrianti che impregnano l’aria e ricordano mondi lontani e atmosfere esotiche. Una volta un abitante poteva vivere e morire senza mai lasciare questo labirinto infinito. Oggi la modernità è rappresentata dalla quantità e qualità delle merci esposte. Accanto a quelle tradizionali, infatti, vi sono anche quelle di Paesi stranieri.

Ma a colpire sono soprattutto le botteghe dedicate agli sposi. Confetti, dolciumi e cestini sono accarezzati con mani curiose dalle giovani donne in attesa del mese dedicato alle cerimonie nuziali. Bambini di ritorno dalla scuola entrano festanti nelle strette stradine mentre i più piccoli sono accompagnati dalle madri. Mostrano un sorriso luminoso e sereno. Sui muri le targhe stradali ricordano che fino agli anni Cinquanta qui c’erano i francesi e che la Tunisia era una delle perle dei loro possedimenti coloniali. Molti anziani parlano ancora il francese, ma i giovani preferiscono l’italiano e l’inglese. Ci chiamano con simpatia. Ci chiedono in quale parte d’Italia abitiamo. Quelli che ci sono stati ci raccontano i loro ricordi. Altri sciorinano come un mantra i nomi dei calciatori delle squadre italiane di cui sono tifosi. Scopriamo che sono dei veri appassionati del nostro campionato. Se intuiscono che non ci piace il calcio, ci guardano stupiti. Di loro sorprende il sorriso e la gentilezza, qualità comuni a tutto il popolo tunisino. Qualcuno ci invita ad assaggiare pistacchi, datteri e frutta secca, qualche altro ci mostra l’henné. Tutto questo tra antiche mura e bellissime porte in stile moresco di case e di hammam, i tradizionali bagni pubblici a vapore. Gli altoparlanti della vicina moschea invitano alla preghiera. La voce del muezzin si diffonde ovunque. L’invito diventa ciclico, quasi ipnotico poi, improvvisamente, tace.

Nelle stradine ogni tanto c’è un caffè dove uomini anziani e giovani sorseggiano, oltre al caffè turco, anche il classico tè alla menta e fumano il narghilè. Davanti alla vetrina di un’oreficeria due giovani donne si schermiscono sorridendo appena si accorgono di essere osservate. In un altro negozio il proprietario con il fez ci guarda incuriosito senza parlare. Non ci sono negozi di frutta. Un solo bugigattolo vende qualche arancia con il bollino. Ci dicono che le donne si riforniscono al mercato. Nei negozi di abbigliamento gli abiti tradizionali femminili sono belli e sontuosi. Come pure quelli per gli uomini. Qualcuno vende scarpe tipiche in pelle, altri pelletterie dall’odore pungente. Guardando in alto la copertura a forma di cupola dei suq scopriamo fili elettrici e telefonici che formano una ragnatela inestricabile. Si gode di una piacevole frescura che invita agli acquisti. Fuori ci aspetta il calore torrido africano. E dopo la tranquilla penombra, la luce del sole esplode in tutto il suo fulgore. Fa caldo a Tunisi e il cielo terso è di un azzurro smaltato. Un motivo in più per fermarsi all’ombra ristoratrice di uno dei suoi accoglienti caffè all’aperto.