bangkok

di Massimo Morello*

A pochi passi da casa mia, a Bangkok, c’è un piccolo slum. Sono due file di baracche ai margini di uno stretto soi, un vicolo, tra un ospedale pubblico e i parallelepipedi di cemento delle case popolari costruite per le famiglie della polizia.

Quello slum lo attraverso spesso perché è una scorciatoia per arrivare all’Icon, il nuovo shopping mall in riva al Chao Praya, il fiume della capitale thailandese, l’ultima attrazione per ricchi turisti cinesi. Di questi tempi il mall è chiuso, ma sino alle 20 è aperto il supermarket al piano terra.

Entrare all’Icon per la spesa è come entrare in una dimensione distopica di un futuro marcato dal Covid-19. All’ingresso, oltre i rilevatori di temperatura, è schierata una fila di commesse e impiegati in abito nero e mascherina bianca che ricevono i clienti con un impeccabile wai, il tradizionale saluto thai giungendo le mani di fronte al volto (che, si dice, diventerà d’uso globale dato che non richiede contatto fisico).

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E’ un’atmosfera teatrale, quasi una rappresentazione del Ramakien (versione thai del poema epico Ramayana) o una versione locale del kabuki, considerando che dalle 11 alle 14 è aperto anche un piccolo market di prodotti da gourmet giapponesi: manzo di Kobe, sushi, sashimi e tempura preparati giornalmente ed esposti come oggetti di scena. E’ l’espressione del formalismo, del principio di gerarchia, che caratterizzano la cultura asiatica e che il Covid-19 sembra quasi esasperare.  

In quel vicolo, invece, la vita si regola ancora secondo i principi immutabili della cultura thai: il “sanuk”, il divertimento, e il “mai pen rai”, non importa, non preoccuparti. In quel vicolo e altre zone simili sparse per la città – a Bangkok gli slum sono inglobati nel centro come le bancarelle dello street food tra gli Starbucks – si materializza un passato che sembrava destinato a sparire, come gli slum (e quel piccolo vicolo in particolare) erano destinati alla demolizione per far spazio ai nuovi condomini di lusso che alimentano speculazioni finanziarie e riciclo di denaro. Ora, con una crisi economica moltiplicata dal virus, quei condomini sembrano destinati a loro volta a trasformarsi in palazzi fantasma come quelli che segnano lo skyline dalla crisi delle borse asiatiche del ’97.

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Allo stesso modo cambiano, s’intersecano e intrecciano le vite. Gli abitanti di quel piccolo slum e di tutti gli altri, quel 10% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà e quelli che vivono ai margini di tale soglia sono abituati a problemi, disagi, difficoltà. Vivono a Bangkok dove sono arrivati in cerca di un briciolo di fortuna, come se fossero ancora nel loro villaggio dell’Isaan, il nord-est del paese, la regione più povera. Trasformano i loro soi, vicoli e slum in piccoli villaggi dove la sera si ritrovano dividendosi bottiglie di soda, birra Leo e Sang Som o Mekhong, i whiskey più economici (in realtà prodotti con melassa). Erano il lumpenproletariat dell’economia thai: operai edili, tassisti, camerieri, domestiche, prostitute, conducenti di mototaxi, bancarellari. Con la chiusura di molti cantieri e il crollo del turismo non hanno più alcuna forma di sostentamento. Ma non possono rifugiarsi nei villaggi d’origine per le nuove leggi che rendono quasi impossibili gli spostamenti interni. E’ l’ennesimo paradosso in un paese in cui si continua a rappresentare il tetro dell’assurdo.

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A Bangkok e nel resto della Thailandia,  il Covid-19 si sta rivelando una metafora del karma. “Tutte le buone e le cattive azioni di una vita passata si pagano per le strade, nei bar e nei vicoli di questa vita: non resta molto spazio per il libero arbitrio all’interno del concetto di un universo in cui i debiti si saldano in una prossima incarnazione” scrive Christopher G. Moore, autore di thriller ambientati a Bangkok. E’ una regola che si applica anche agli expat, gli espatriati, gli occidentali che cercavano in Thailandia una nuova vita. Migliore, più divertente, più conveniente. Un sogno che spesso s’infrangeva nella realtà. Ma oggi la scena di quel sogno edonistico sembra trasformarsi in un “Hotel California”, quello cantato dagli Eagles negli anni ‘70. Un hotel di lusso dove “You can check out any time you like but you can never leave”.

* Giornalista, collabora con Il Foglio per il Sud-Est Asiatico

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