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Borobudur © Gianni Perotti

Amore cosmico al tempo del coronavirus

Continua il viaggio verso Borobudur. Da Yogiakarta, patria del tessuto batik, un villaggio che conta oggi circa 500 mila persone, si riparte in auto o pullman in direzione Nord per una cinquantina di chilometri,  nella zona più densamente forestale ma certo non più così misteriosa e avventurosa come nei libri del mio primo incontro letterario con il mondo salgariano e conradiano. 

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Batik

Viaggiando verso Borobudur* il traffico è incessante ma, nonostante i milioni di motorini e tricicli, risulta abbastanza ordinato. Si tiene la sinistra come in quasi tutti i paesi di impronta coloniale inglese, il che mi sconsiglia di prendere a nolo un’auto, quindi viaggiamo in taxi tra file interminabili di case con il tetto spiovente a pagoda, moschee e botteghe di ogni genere, senza quasi interruzione fino all’arrivo.

Borobudur e il vicino sito di Prambaran** sono i più importanti e frequentati siti-icona di Giava. Borobudur è il più grande tempio buddista esistente al mondo, costruito nel VIII° sec. d.C. con oltre un milione di cubetti di pietra lavica nera, da un re della dinastia Salyendra. Il colossale monumento celebra la gloria del Buddha e contemporaneamente traccia un percorso di salute fisica e mentale in linea con le pratiche di guarigione buddista di quei tempi.

Abbandonato probabilmente a causa di devastanti eruzioni dei due vulcani più attivi di Giava (Merapi 2825 mt e Merbabu 3150 mt) e dimenticato per secoli nel folto della giungla, era stato riscoperto e parzialmente scavato nel 1835 da sir Thomas Stanford Raffles, British Lieutenant-Governor di Giava, lo stesso personaggio che molti viaggiatori e turisti ricordano come costruttore e proprietario del celebre Raffles Hotel di Singapore che ha ospitato nei i suoi candidi spazi nomi famosi, da Joseph Conrad a Kipling fino a Chetwin, al Principe William e molti altri scrittori, esploratori, romanzieri.

Solo negli anni ’70 del secolo scorso il mondo si interessò in modo scientifico di questa presenza anche per la ripresa dei pellegrinaggi, delle indagini archeologiche e, non ultimo, della domanda turistica e dei suoi indotti.

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© Gianni Perotti

Attorno a questo tempio è cresciuto un villaggio con alberghi e modesti servizi, negozietti e cibo per strada, come per ogni città o villaggio orientale, dove viene servito il piatto nazionale nasi langgi con riso pilaf e il gudeg al curry con jackfruit.

Il percorso per arrivare allo stupa, che è alla cima di questa montagna di pietre è in realtà un itinerario iniziatico. Nell’ascesa ci accompagna un Lama italo-brasiliano di nome Michel, il quale, insieme al Maestro (Rimpoche) Lama Gangchen vive nel complesso monastico buddista tibetano di Albagnano ad Intra sul Lago Maggiore.

Ci spiega come ad ogni passaggio ascensionale del pellegrino corrisponde un cambiamento di stato mentale, passando, come nei gironi danteschi, da una situazione di bassa consapevolezza (l’Inferno dantesco) ad uno stato di maggior coscienza, di salute e pace interiore (il Paradiso o Nirvana).

Il salire ai piani superiori è accompagnato da mantra recitati dai pellegrini in modo ininterrotto e costante in modo la liberare la mente svuotandola il più possibile dai pensieri disturbanti la propria centratura. Ciò che vedo lungo il percorso che dura circa tre ore durante il sorgere del sole, in pratica dal buio della notte alle prime ore dell’alba, è la sequela dei bassorilievi descrittivi della vita di quel tempo. Non solo atti eroici e scene di guerra ma soprattutto scene di vita quotidiana, nascite, attività agricole, allevamento di bestiame, pratiche devozionali, pratiche di salute e sistemi di cura.

Mi colpisce subito la forma, la tecnica, le dimensioni di queste metope che non possono che ricordarmi i bassorilievi, le metope appunto, che ornavano gli edifici sacri e le fiancate dei templi greci. Quali relazioni culturali, quali influenze formali possono essere passate tra questi due mondi così lontani, influenze tanto sorprendenti quanto così evidenti? Alessandro Magno è arrivato a portare la cultura greca fino in India ma era il III° sec. a. C. Molte testimonianze orali e formali sono state recepite e documentate in India anche a livello archeologico, ma Borobudur è del VIII° sec d.C. oltre mille anni dopo, come possiamo comprendere e connettere queste due realtà?

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Bassorilievo Borobodur © Gianni Perotti
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Bassorilievo Partenone © Gianni Perotti

Cerco di fare delle fotografie ma risulta molto difficile mettere insieme la luce equatoriale con il nero della pietra lavica, non ho l’attrezzatura adatta. In realtà è difficile fotografare qualsiasi cosa qui: anche i colori del batik e delle stoffe in genere sono scuri, i visi delle persone lo sono, la vegetazione assorbe un sacco di luce, il terreno vulcanico è carbone, i monumenti stessi hanno un colore opprimente e la pioggia di febbraio (300 mm. al mese come minimo) non aiuta.

In compenso la gentilezza della popolazione, la calma ordinata che regna sulle attività quotidiane, il clima che permette un abbigliamento minimo (una t-shirt al giorno, da mattina a notte, anche se piove), sono condizioni favorevoli ad una condizione di rilassamento che permette di immergersi, lentamente, in questa cultura veramente diversa dalla nostra ancorata, in modo inconsapevole, alla dittatura del tempo, dell’efficienza e del culto del “programma”.

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© Gianni Perotti

A Borobudur sto visitando un libro più che un monumento, una Bibbia. E mi rendo conto di quanto sia difficile per chi viaggia riuscire a capire cosa esattamente sta guardando.

Come vengono lette queste località iconiche da parte dei gruppi organizzati dei turisti occidentali o giapponesi o americani? Penso a Venezia, a Machu Picchu, a Uluru, al Partenone, ma anche all’Abbazia di Praglia o alla Val d’Orcia.

“Un territorio o un monumento sono fatti più da ciò che non si vede che da ciò che si guarda”.

Il panorama, in particolare un panorama culturale, non è solo quello che si fotografa, anche quello ovviamente, ma sta nei valori nascosti, nei valori e negli elementi che fanno sì che quell’ambiente diventi un panorama. Come un moujik della steppa russa vede un’infinità di cose, di informazioni e di vita là dove noi non vediamo che dei cespugli secchi, così noi siamo inclini a non vedere in una pagoda indiana o in una moschea di Isfahan che delle bellissime cupole.

Bisogna che il turismo diventi sostenibile nel senso della consapevolezza e penso che noi giornalisti di viaggio dobbiamo contribuire a formare questa qualità del viaggio. Penso che non si possa più fruire delle bellezze del Pianeta tornando a casa con il telefonino pieno di selfies, altrimenti il sano desiderio dell’uomo di esplorare il mondo ed accrescere il proprio sapere finirà con l’impoverirlo, rendendo tutto banale.

A Machu Picchu ho visto feste di matrimonio organizzate dentro l’area archeologica, e in Italia gruppi di americani che nella stessa giornata prevedevano la visita alla Torre di Pisa, agli Uffizi a Firenze e, alla sera, la Tour Eiffel!

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“Credo che un monumento iconico sia un pensiero forte, sia una narrativa piena di sorprese, non l’occasione di una ennesima tossicodipendenza”.

Sostenere il turismo in queste condizioni è una sfida davvero difficile. Inquinamento, terrorismo, cambiamento climatico, paesi oscurati e ora pure la pandemia si intrecciano in una spirale di emergenze che non è più lecito affrontare separatamente.

*Il sito cerimoniale buddista Borobudur è riconosciuto dall’UNESCO nella lista World Heritage come Patrimonio dell’Umanità (1991 – criteria i,ii,iv)

** I monumenti cerimoniali indù di Prambaran sono Patrimonio Mondiale per UNESCO (1991 criteria i;iv)

Nota

Nel sud della parte centrale di Giava si trovano vari monumenti buddhisti, il più importante dei quali è il Borobudur. Ispirato al buddhismo della scuola Mahāyāna, il Borobudur è uno stupa (struttura caratterizzata da elementi campaniformi) di dimensioni colossali, con una serie di terrazze concentriche e digradanti a piramide, costruito su una collina nella valle del Kedu. Sormontato da un grande stupa centrale, è ornato da 1300 rilievi relativi al Buddha storico, immagini assise di Dhyāni Buddha, 72 stupa minori con statue del Buddha. Oltre che una rappresentazione simbolica della montagna cosmica (Meru), il Borobudur è anche uno yantra, cioè un cammino d’iniziazione. 200 dei 1500 bassorilievi originali sono oggi dispersi in vari musei del pianeta.

https://goo.gl/maps/Zs5qHibt72YFq4gz7

Giovanni Perotti

Giovanni Perotti

Architetto per formazione, giornalista per curiosità e professione, ha attraversato tutti i settori dell’informazione senza lasciarsi coinvolgere in nessuno di essi. Redattore di Casa e Uomo Vogue, viaggiatore per il Corriere della Sera e Capital (America, Africa, Australia), ha attraversato a piedi il deserto dell’Akakus. È andato in auto ovunque (da Cabo San Luca a Pechino – via Dakar, Darwin e Malaysia). Ha partecipato ai raid più tosti comprese la Parigi-Dakar e la Harricana (Labrador) facendone la cronaca. Come architetto sta portando a compimento il Progetto UNESCO per gli Ksour tunisini.
Giovanni Perotti
Architetto per formazione, giornalista per curiosità e professione, ha attraversato tutti i settori dell’informazione senza lasciarsi coinvolgere in nessuno di essi. Redattore di Casa e Uomo Vogue, viaggiatore per il Corriere della Sera e Capital (America, Africa, Australia), ha attraversato a piedi il deserto dell’Akakus. È andato in auto ovunque (da Cabo San Luca a Pechino – via Dakar, Darwin e Malaysia). Ha partecipato ai raid più tosti comprese la Parigi-Dakar e la Harricana (Labrador) facendone la cronaca. Come architetto sta portando a compimento il Progetto UNESCO per gli Ksour tunisini.
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