La ricerca fotogiornalistica antropologica di Irene Cabiati in mostra a Sartirana Lomellina

di Gianni Perotti

 

Milano, Vigevano, Mortara, Zeme, ma dove incomincia la Lomellina? Mi metto in viaggio nel tardo pomeriggio. L’inaugurazione della mostra sul Canale Cavour in occasione dei suoi 150 anni di esistenza è prevista per la serata in località Sartirana Lomellina, provincia di Pavia. Sartirana è molto più vicina ad Alessandria e a Vercelli piuttosto che a Milano o a Pavia, da qui i primi interrogativi: Lombardia o Piemonte? Sappiamo tutto di Sri Lanka o dell’Algarve, i dogon sono ormai in nostri cugini, la valle del Nilo è méta di viaggi organizzati, ma la Lomellina?
Da un po questa strada piatta e vuota che percorro in auto diventa sottile, i villaggi si diradano verso una totalità orizzontale. Dopo una ventina di minuti, dal caos intrecciato di svincoli multilivello della tangenziale Ovest, mi sembra ora di viaggiare su una zattera perduta tra le risaie a perdita d’occhio. È deserta la cittadina di Valle Lomellina -perché poi una valle nella pianura totalitaria?-,
a Zeme le finestre delle abitazioni sono chiuse, i negozi anche con la luce fioca di un tabaccaio ancora aperto e due biciclette appoggiate alla parete. Sembra notte fonda ma è solo tardo pomeriggio di un giorno qualsiasi. Esploro il vuoto che mi si para davanti e scopro un sacco di cose: accettazione della fatica, attaccamento alla terra, cultura dell’acqua, insofferenza verso tutto ciò che non è essenziale alla vita; valori nobili che non nascondono l’isolamento del contadino, la solitudine che si respira con la nebbia che sale. Le cattedrali del consumismo che qui in Lomellina si chiamano Bennet, Store 3 o semplicemente Centro Commerciale sono lontane da questo itinerario burdigalense che tira dritto verso il Po. Mancano solo le mansio o le più semplici mutatio delle strade romane e ho la sensazione di essere entrato in una sliding doors confermata dall’entrata nella piazza di Sartirana: un castello enorme, stupefacente nel deserto della piccola piazza e due carabinieri in alta divisa in piedi sull’angolo di un vicolo buio come una scena di Pinocchio.
Nient’altro. Parcheggio un po in ansia, i carabinieri mi indicano una porta dove mi viene incontro un prete gigantesco con mille bottoni sulla talare che va dal collo ai piedi. “Sono già tutti andati via -mi dice- forse al ristorante, ma l’esposizione è aperta”. Decido di raggiungere il gruppo degli organizzatori più tardi e di entrare in questa villa di mattoni rossi in stile neo-romanico ora di proprietà della Parrocchia, donata dalla nobile famiglia Buzzoni-Nigra, eredi a loro volta dai Crivelli e dai Savoia.
L’esposizione costruita con documenti d’epoca, testi e fotografie, è stata ideata e realizzata da Irene Cabiati, giornalista e fotografa torinese – e qui torniamo ancora idealmente in Piemonte -.
Raccoglie per la prima volta la storia di una delle più importanti infrastrutture realizzate dal Regno d’Italia nel suoi primissimi anni di vita. Sono pochi a conoscere questa sofisticata opera idraulica, motore di sviluppo e di benessere che funziona da 150 anni. Ho qualche ricordo dei libri di storia delle elementari e associo il nome di Cavour e del Canale con quello dei nomi delle catene alpine che ci insegnavano a memoria con il trucco della filastrocca “ ma- con-gran-pena-le reca-giù”.
Alcune fotografie scattate nei cantieri, durante la costruzione del Canale (1863-1866), mostrano, in primo piano, signore e uomini eleganti e, sullo sfondo, i badilanti al lavoro: sono alcuni dei 14 mila che hanno scavato il tracciato e costruito in brevissimo tempo le opere sussidiarie. Quegli uomini erano abituati a sgobbare; la vita media, allora, non superava i trent’anni, la malaria era molto aggressiva. Mi chiedo quanto fossero consapevoli degli effetti rivoluzionari del loro impegno. La fatica non si può raccontare, ma il risultato dello sforzo è evidente: basta seguire il corso del Canale e leggere il sistema messo a punto dall’ingegnere Carlo Noè per imbrigliare l’acqua, controllarne il flusso, distribuirla ai campi, farle oltrepassare i fiumi con gallerie sotterranee e ponti, osservare il mutamento ciclico delle risaie.
“Il Canale Cavour riflette la tempra della gente di risaia: solida e riservata, tenace e pronta a sperimentare nuove possibilità” dice Irene Cabiati nel testo della presentazione e “. . . le opere artistiche e architettoniche realizzate in brevissimo tempo di tre soli anni su un territorio che va da Chivasso al Ticino testimoniano il carattere del suo tessuto sociale. Per anni a piedi o in bicicletta ho esplorato gli argini sulle tracce di Carlo Noé e di Francesco Rossi, l’agrimensore che individuò l’applicazione pratica dell’avveniristico progetto di Camillo Cavour a beneficio dell’agricoltura”.
Fu così che si posero le premesse per il futuro Triangolo d’Oro del Riso in Europa.
I dati pubblicati da Ente Risi rivelano che nel 2014-2015 la produzione è stata di 1.400.000 tonnellate di risone su una superficie di 219.532 ettari. In Piemonte 748.000 tonnellate su una superficie di 112.511 ettari. I dati indicano l’importanza produttiva di un’area transregionale cha va dal Novarese a Vercelli e da Chivasso a Pavia in larga parte attraversato, alimentato, monitorato da questa infrastruttura fatta a mano nell’ottocento ma moderna nella sua ideazione economica e tenuta oggi efficiente dagli acquaioli delle Associazioni Irrigue Est e Ovest Sesia, custodi del sistema che deve assicurare la quantità richiesta dagli utenti durante l’anno per le pratiche di coltura. Sono i maestri misconosciuti di una sofisticata orchestrazione che si compone di esperienza, intuizione, affiatamento. Non si tratta infatti soltanto di azionare meccanicamente o a mano le porte dei canali, ma di tenere costantemente sotto controllo i livelli nei punti di monitoraggio disseminati lungo la rete, modificarli alla bisogna e provvedere alla manutenzione. Dati impressionanti che mi portano a riflettere sulle cose italiane, sulla nostra carenza nell’opera di qualificazione e promozione di molti dei nostri prodotti alimentari. Il Chianti, il Brunello, l’olio d’oliva dei vari territori doc o il Sassicaia hanno saputo darsi un’immagine, un nome che ricorre sulle tavole di tutto il mondo, ma tantissimi prodotti tipici e di così grande produzione come il riso della Lomellina o del Vercellese meriterebbero di onorare con un marchio forte la qualità del prodotto con una successiva ricaduta sul territorio, facendo sì che la Lomellina o il Canale Cavour non rimangano un incerto ricordo scolastico. La promozione del Canale Cavour, partita da una appassionata e attenta viaggiatrice come Irene, attuata poi nell’ambito del Progetto “Ciclovia del Canale” lanciata dal Parco del Po torinese insieme al Politecnico di Torino, e associata al marchio “CollinaPo” va nella direzione giusta così che i castelli viscontei della Lomellina come quello di Sartirana progettato da Jacopo dal Verme e Bartolomeo Fioravanti (l’architetto della piazza del Cremlino a Mosca) non emergano dal passato come i carabinieri di Pinocchio.

Giovanni Perotti

Giovanni Perotti

Architetto per formazione, giornalista per curiosità e professione, ha attraversato tutti i settori dell’informazione senza lasciarsi coinvolgere in nessuno di essi. Redattore di Casa e Uomo Vogue, viaggiatore per il Corriere della Sera e Capital (America, Africa, Australia), ha attraversato a piedi il deserto dell’Akakus. È andato in auto ovunque (da Cabo San Luca a Pechino – via Dakar, Darwin e Malaysia). Ha partecipato ai raid più tosti comprese la Parigi-Dakar e la Harricana (Labrador) facendone la cronaca. Come architetto sta portando a compimento il Progetto UNESCO per gli Ksour tunisini.
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