Almadrones cubani (ph. Enzo Polverigiani)

Dalla fine dei ’50 a Cuba, circolano migliaia di reliquie di quegli anni. Sono gli almendrones, auto americane a forma di mandorla, che scorrazzano orgogliose con le ruote orlate di bianco e rumore di ferraglia.  Ammaccate e fascinose resistono a tutto, rifiorendo dalle mani magiche dei meccanici cubani che della necessità fanno virtù.

Sono Buick, Dodge, Chevrolet, Packard, Cadillac, Ford, Studebaker   circa 50.000 esemplari, metà del parco circolante cubano, rottami in coma ma luccicanti come star: icone ambulanti ostentate all’avversario americano.

Oggi, con il blocco inasprito da Trump e mantenuto da Biden e la pandemia, gli stranieri portatori di virus sono spariti, i voli bloccati. Il coprifuoco svuota le strade, gli habaneros vagano come fantasmi in cerca di cibo. Quel poco che c’era si è dissolto, come le ballerine del Tropicana, la ressa a El Floridita per il daiquiri e alla Bodeguita del Medio per il mojito. Nell’Avana vecchia solo palme e desolazione. In qualche cayo, come Varadero, si aggirano turisti con green pass taroccati, sperduti come il giapponese sopravvissuto alla guerra, in attesa del volo di ritorno. A Cuba si approda solo con permesso di lavoro. Anche i proprietari di almendrones sentono la crisi, ma invece di piangere reagiscono. Come il governo rivoluzionario che accusa i social di spargere menzogne, imbeccati dalla Cia. Rimosse dai piazzali degli alberghi le portaerei verde ramarro, crema, giallo uovo, sangue di bue, rosa confetto e azzurro cielo, berline, cabrio o giardinette, si sono reinventati taxisti. Con i prezzi aumentati del 25-30% per allinearsi all’andazzo: un dollaro a corsa, rispetto ai trenta dei tempi del turismo in salsa socialista.

Almadrones cubani (ph. Enzo Polverigiani)

“La mia Buick l’ho ereditata dal nonno” dice il giovane Ismael Zamora indicando un’astronave verde che sembra appena uscita di fabbrica.  Come quasi tutti i colleghi, è un padroncino che, nonostante le ristrettezze, versa allo Stato quasi metà dell’incasso. La sua Buick è un esempio del genio meccanico cubano. Si favoleggia d’interventi di alta chirurgia e di trapianti impossibili. Di arte del bricolage e tecnica della rianimazione applicata ai motori. Gli habaneros fisserebbero anche le idee al cervello con bulloni usati… “Non solo, conferma Ismael ridendo, riusciamo a farle andare con diesel e benzina secondo i casi”. A volte si usano scarti di frigoriferi, lavatrici, aspirapolveri. Si assemblano carburatori russi con valvole cinesi. La cannibalizzazione, anzi, la cubanizzazione si esalta, in tempi bui.  “Mio padre meccanico ha rifatto il motore 25 anni fa. Ora la venderei a 30 mila dollari. Ma nel 1990, periodo especial, quando se ne andarono i russi, io ero piccolo, Cuba se la passava male. Non c’erano soldi, né benzina né gasolio. I cubani avevano   problemi con i trasporti. Poi, nel 2000, abbiamo cominciato a lavorare con i turisti. E un po’ di soldi sono tornati”.
Come ti regoli con i ricambi? “Molti pezzi me li portano amici cubani da Miami. Alla vernice e alla carrozzeria penso io. Il motore da camion è un Avia cecoslovacco, i freni a disco sono di un camion Iveco, molti ricambi provengono da autocarri polacchi Andria, da Fiat e Suzuki. Il cambio è originale Buick a cinque marce, il sistema dello sterzo è Nissan. Per il resto, albero motore, semiassi, ammortizzatori ecc. conosco un paio di tornitori, fuori l’Avana, che me li fabbricano. Gli interni sono rifatti da tappezzieri di qui. Insomma, spesso solo il telaio è   quello originale”. Autarchia cubana che però non basta più. E,  ahimé, ci ricorda qualcosa…

Meccanico di almadrones  (ph. Enzo Polverigiani)
Enzo Polverigiani

Enzo Polverigiani

Giornalista professionista, già caporedattore centrale del Corriere Adriatico di Ancona, poi responsabile delle pagine speciali (cultura, viaggi, motori ecc). Attualmente scrive reportage di viaggi per i Corrieri, dedicati in particolare al Centro e Sud America. Oltre al turismo si è rivolto a temi sociali:  dai bambini soldato in Congo all'Afghanistan.
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