Umut Oteli

Nella Iacuzzi l’acqua è appena sotto la temperatura di cottura. Ci stanno in quattro più due bambine piccole. Mila, mia moglie, in costume due pezzi chiacchiera in inglese con Shila di cui s’intravvede solo parte del viso e le mani dalle unghie rosso fuoco. Il resto è nascosto sotto uno spesso tessuto di lycra nera che non aderisce al corpo. Le altre due donne, sono sorelle, mamme delle due bimbe. Una parla correttamente inglese e francese, porta il chador e un costume da bagno intero color malva. Lavora in una fabbrica tessile a Denisli come contabile. La sorella non sembra a suo agio, guarda altrove, ha un profilo severo e marcato, non parla e s’intuisce che non capisce la conversazione delle altre tre donne. Indossa una specie d’impermeabile chiaro sopra un vestito di maglia nera che copre una lunga sottoveste. Ogni tanto dice qualcosa alle bambine che entrano ed escono in continuazione dalla vasca. Fa un caldo soffocante… Dall’esterno entrano i boati della caldera a forma di vulcano. Le nuvolette di vapore denso si squagliano appena arrivano all’altezza del tetto dell’Hotel.

Gli uomini stanno nell’altra ala della Spa attorno alla piscina con acqua fredda mentre i figli maschi si tuffano prendendo slancio dal corridoio dove c’è un cartello che dice in turco “vietato tuffarsi”. In un altro angolo si apre una porta che si affaccia sulla piscina piccola, con acqua altrettanto calda di quella della Iacuzzi. Non ci sono separazioni se non quelle imposte dalla discrezione: se gli uomini stanno nella Iacuzzi le donne stanno nelle piscine e viceversa. I bambini e le bimbe fino ai 9-10 anni vestite da complicati costumi da bagno a sbalzi corrono ovunque spruzzando acqua. Le bimbe più piccole, già a due o tre anni hanno costumini da bambola a due pezzi con rosette e pesciolini in rilievo.

Sotto l’albergo ci sono i fanghi. È un laghetto dalle rive naturali con un pontile da cui si scende attraverso scale scivolose fino a immergersi da seduti. Una coppia si cosparge di fango nero pescato dal fondo con un secchiello di latta. Lui in short si fa spalmare il dorso e le gambe, lei solo la punta delle dita delle mani e dei piedi, unica parte del corpo non coperta da un pesante impermeabile nero.

fichi a Karaikoy

Al ristorante, la sera, le famiglie si ritrovano, uniscono i tavoli per stare assieme, in genere ci vengono ogni anno nelle stesse date per ritrovarsi. I turchi in vacanza si muovono volentieri in piccoli o grandi gruppi, i solitari o le coppie sono casi rari. Donne velate o coperte da pesanti tendaggi stanno insieme ad amiche in gonna e T-shirt attillate, due sorelle sposate ma con il marito al lavoro in città sono accompagnate dal fratello. Sono simpatiche e comunicative. Siedono accanto al nostro tavolo, lui parla tedesco, loro scambiano con noi qualche battuta, ma la nostra conoscenza linguistica non ci permette di andare oltre. Le avevamo viste anche lo scorso anno, nella stessa composizione. Siamo gli unici stranieri ed è logico che chiedano di noi, da dove veniamo e come mai siamo in questo luogo così lontano non solo dalla costa balneare, ma anche da ogni altra meta turistica. L’Umut (in turco = speranza) di Karaikoy, 50 Km da Denisli, fa parte di una delle tante stazioni termali presenti in varie parti della Turchia. È un modo interessante di spostarsi in Anatolia, per via del costo molto basso sia dell’albergo sia delle cure termali (circa 30 € al giorno tutto compreso, anche la cena). Gli alberghi sono di buona qualità e c’è quasi sempre posto per via di un veloce turn-over per cui non c’è bisogno d’impegnative prenotazioni. Inoltre ci si trova tra la gente, si vedono comportamenti e costumi, s’impara a conoscere meglio i luoghi. Karaikoy ad esempio sta al centro di un’importante area di piccole e grandi fabbriche tessili. In particolare qui si tessono i preziosi e leggeri pectemal, gli asciugamani in cotone o cotone-bamboo e seta destinati agli hammam e ai centri benessere di qualità. Ma è anche un’area agricola con frutteti che producono fichi, noci, uva da tavola, pesche, mele. I sapori sono, come si suol dire, “quelli di una volta”, la caratura è da libro delle fiabe. Viaggiamo su un autobus della Pamukkale Lines mentre sullo schermo individuale scorrono le immagini di un trionfante Erdogan che ha vinto le elezioni nella totalità o quasi della più ricca e popolosa Anatolia, quella occidentale (ma ha perso in molte regioni dell’Est), ma se si parla con gente di varie estradizioni sociali, non trovi mai nessuno che dica di sostenerlo.

Giovanni Perotti

Giovanni Perotti

Architetto per formazione, giornalista per curiosità e professione, ha attraversato tutti i settori dell’informazione senza lasciarsi coinvolgere in nessuno di essi. Redattore di Casa e Uomo Vogue, viaggiatore per il Corriere della Sera e Capital (America, Africa, Australia), ha attraversato a piedi il deserto dell’Akakus. È andato in auto ovunque (da Cabo San Luca a Pechino – via Dakar, Darwin e Malaysia). Ha partecipato ai raid più tosti comprese la Parigi-Dakar e la Harricana (Labrador) facendone la cronaca. Come architetto sta portando a compimento il Progetto UNESCO per gli Ksour tunisini.
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