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Sembra che la mitica terra dei Lotofagi, dove Omero fece approdare Ulisse reduce dalla guerra di Troia, sia proprio Djerba. Lo stesso incantamento che provò l’eroe Omerico seduce ancora oggi viaggiatori e turisti che in quest’isola del Mediterraneo trovano strutture ricettive di ottimo livello, a prezzi competitivi. Il governo tunisino intende rilanciare la sua immagine di meta turistica accogliente e senza rischi, rafforzando anche le misure di sicurezza. E’ una sfida lanciata contro il terrorismo che vuole isolare la Tunisia e affossare la sua economia basata prevalentemente sul turismo.

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La sinagoga di El Ghriba, simbolo di pace

Un esempio di convivenza pacifica su cui si sta puntando si è visto durante il tradizionale pellegrinaggio alla sinagoga El Ghriba, che si è tenuto il 25 e 26 maggio. Il tempio ebraico, il più antico dell’Africa, situato nel villaggio Hara Seghira, a pochi chilometri a sud ovest di Houmt Souk, il maggior centro di Djerba, risale al 586 a. C.. Secondo la tradizione, El Ghriba fu costruita dagli esuli ebrei con le pietre recuperate dalla distruzione da parte di Nabucodonosor del primo Tempio di Gerusalemme, edificato da re Salomone, e portate fin qui da un gruppo di esuli ebrei in fuga. Qui vive una comunità molto numerosa e prospera che, dopo la massiccia emigrazione in Israele negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, è passata da 20mila persone alle attuali duemila. Continua a essere tuttavia un esempio importante di convivenza pacifica con le comunità musulmane locali. 

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Da sempre questo luogo rappresenta per gli ebrei una meta importante di pellegrinaggio che si effettua 33 giorni dopo la Pessach, la loro Pasqua. Anche quest’anno hanno vissuto con fervente devozione i due giorni di cerimonie oltre 2500 pellegrini provenienti da Italia, Francia, Gran Bretagna, Israele, dai paesi del Magreb e dal resto della Tunisia e molti turisti. Insieme a loro, in una folla immersa in una sorta di delirio mistico, ho seguito quasi tutte le cerimonie sacre, vivendo un’esperienza indimenticabile e profonda.

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Stupefacente è l’interno della sinagoga. Appena si entra si è immersi in una luce di acquario che filtra dall’alto e si fonde con quella dei grandi lampadari di cristallo che pendono dal soffitto. Tutte le pareti, gli archi, le nicchie e il pavimento sono ricoperti da una miriade infinita di mattonelle blu e azzurre a fiori che si inseguono in un’armonica teoria all’infinito. Un antichissimo esemplare di Torah scritta su pelle di gazzella è conservato gelosamente e venerato con fervore dai fedeli. Numerosissimi ex voto sono esposti sulla parete di fondo. I banchi per i fedeli sono disposti intorno alla Tevà, pulpito da cui il Chazzan recita le Tefilloth (preghiere) e il Qorè legge i passi biblici.

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Bisogna togliersi le scarpe e coprirsi il capo prima di entrare nel sancta sanctorum, dove è stato ritrovato il corpo della giovane donna, La Ghriba (in arabo significa La Straniera), che ha dato il nome alla sinagoga. Secondo la leggenda, come mi racconta l’anziana signora che sovrintende alla raccolta delle offerte, la Ghriba era una ragazza bellissima, arrivata da molto lontano. Viveva da sola in una capanna che una notte prese fuoco colpita da un fulmine. Le fiamme divorarono anche il suo corpo che miracolosamente fu ritrovato intatto. Da allora la misteriosa straniera è divenuta la protettrice delle donne che vengono qui numerose a chiedere la grazia di trovare marito oppure di avere un figlio. Molte hanno in mano delle uova sode sul cui guscio scrivono il loro nome e il loro desiderio. Poi una a una si prostrano davanti a una cavità illuminata, profonda circa un metro, dove si narra che fu messa la prima pietra delle rovine del Tempio, in cui posano le uova dopo essersi raccolte in preghiera.

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Esco e sono letteralmente risucchiato dal gorgo della folla che segue la Menara, una sorta di piccolo carro dove è stato messo un grande candelabro a sette braccia ricoperto da drappi di seta multicolori su cui sono scritti i voti dei fedeli, rametti di rosmarino e di buganvillee. Attorno moltissime donne. Solo loro possono spingere la Menara. In piedi sul carro c’è Marcò, un piccolo e corpulento franco-tunisino, di circa 40 anni, che ogni anno è qui a guidare la processione. Urla con voce stentorea: “Noi li amiamo e loro ci amano, habibi”. Le donne rispondono con youyou, il tipico richiamo berbero fatto facendo vibrare la lingua. Mentre gruppi di uomini intrecciano balli tradizionali con le braccia alzate.

Nel vicino caravanserraglio, tutto bianco e blu, dove un tempo sostavano le carovane e i pellegrini, intere famiglie assediano i banchetti dove si preparano i brick, sfoglia croccante farcita con un uovo, e gli spiedini di agnello cucinati secondo la tradizione culinaria kosher. Altri vendono i kippah, sorta di zuccotto per gli uomini, e il sottile velo per coprire il capo e le spalle delle donne.

Ritorno al futuro

Prima dell’inizio del pellegrinaggio durante la conferenza stampa che si è svolta all’Hotel Sofitel Palm Beach Palace, uno dei più esclusivi alberghi dell’isola, tra le molte personalità ho incontrato la Ministra del Turismo Salma Ellouni Rekik, esponente di spicco dell’attuale governo. Le sue parole sono state chiare e improntate a un illuminato pragmatismo. “Siamo terra di accoglienza e di tolleranza. Secolare è la tradizione di convivenza tra fenici, romani, arabi, ottomani, francesi, ebrei, cristiani e mussulmani. Siamo la porta dell’Africa aperta verso l’Europa. Siamo contro ogni integralismo religioso e politico. Stiamo vivendo un periodo di transizione che ci condurrà a rafforzare la democrazia conquistata dopo la “Rivoluzione dei Gelsomini”. Il nostro paese ha un governo stabile e democratico. Siamo ormai un paese sicuro. Abbiamo stipulato un accordo con l’Unione Europea per quanto riguarda le misure di sicurezza, in particolare con la Germania che ci ha fornito esperti e protocolli specifici. Ora tutti gli aeroporti, mezzi di trasporto, musei, hotel, ristoranti, caffè, spiagge e luoghi pubblici sono sotto una sorveglianza stretta e continua. Tutto è pronto per accogliere i turisti che stanno ritornando sempre più numerosi anche qui a Djerba e assicurare loro il massimo di sicurezza possibile”.

Contemporaneamente, sempre nell’Hotel, si è tenuta una tavola rotonda relativa al progetto di creare un museo della civiltà ebraica a Tunisi, per rafforzare lo spirito di tolleranza della Tunisia. Ma anche per far conoscere meglio ai tunisini e al resto del mondo la cultura ebraica presente da secoli nel Paese, con testimonianze di grande valore artistico e sociale. Vi hanno preso parte personalità come Hélène Hoog, conservatrice del Musée d’Art et d’Historie du Judaisme di Parigi e Nisya Allovi, direttrice del Musée Juif di Istanbul.

Sempre più vicini

In Tunisia esistono 800 imprese a capitale italiano, quasi un terzo di quelle a partecipazione straniera, secondo quando ha dichiarato Wided Bouchamaoui, una delle numerose donne protagoniste della vita politica ed economica della Tunisia, presidente di Utica, la Confindustria tunisina, durante l’incontro del Business Forum svoltosi a Tunisi il 9 maggio, a cui ha preso parte anche il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. Gli interventi italiani si concentrano soprattutto su energia, infrastrutture e agricoltura. La collaborazione con l’Italia investe anche i settori della sicurezza, il presidio delle frontiere di terra e di mare, la lotta al terrorismo e l’impegno a stabilizzare il processo di pace. Questo è un primo passo che prelude a un impegno sempre più massiccio nell’economia tunisina da parte degli imprenditori italiani anche nel campo del turismo, settore trainante del paese. Un aiuto importante per risollevare l’economia tunisina in affanno. La Tunisie le pays qui voyage en nous: Ente Nazionale Tunisino per il Turismo, Via Pantano, 11, Milano, tel. 02. 86453044, info@turismotunisia.it.