Nella zona occidentale  dell’isola, c’è un museo itinerante a cielo aperto. Sono le saline di Trapani, Paceco e lo Stagnone di Marsala. 

La particolarità dell’area è dovuta alla coesione di terra, mare e cielo. Fusi in un unicum ambientale danno vita a una riserva naturale di circa mille ettari, con una produzione annua di 100mila tonnellate di sale marino. Sulla litoranea che da Marsala porta a Trapani, colline di sale illuminano i vecchi mulini che un tempo incameravano la forza del vento. Specchi d’acqua tracciati da linee perpendicolari delimitano le vasche, ai bordi delle quali enormi cumuli di sale sono ricoperti da tegole di terracotta per proteggerli dalle piogge. Luce e calore creano un paesaggio surreale dai colori saturi e brillanti.   L’acqua del mare  viene convogliata nel primo bacino più grande “vasca fridda“, per mezzo di canali e chiuse. Quindi prosegue il percorso in vasche sempre meno grandi e poco profonde che ne favoriscono l’evaporazione e terminano nei bacini chiamati “di calda“ dove viene raccolto il sale. Per ogni litro d’acqua se ne ricavano poco meno di 40 grammi.
La raccolta è fatta a mano. I salinai, protetti da stivali e cappello, di bacino in bacino, con pale e carriole, raggruppano il sale in piccoli mucchi per favorirne la completa asciugatura.
 Quindi li assemblano in grossi cumuli che raggiungono anche le 400 tonnellate.
  In passato per il trasporto utilizzavano ceste di latta dette “cartedde“  caricate sulle spalle con 30 Kg di sale. E per compattare il fondo delle vasche usavano rulli di pietra.  
Lungo l’itinerario, a contrada Nubia, c’è il museo del sale. E’ una fortezza-fattoria del seicento con annesso un mulino a vento ancora funzionante. Al suo interno molti reperti con schede informative. 
Da vedere anche la torre di Nubia del 1620, che, con specchi di giorno e fuochi di notte, segnalava l’arrivo dei Turchi. Magnifica di qui la vista su saline, mulini, monte Erice e isole Egadi. La storia delle saline trapanesi risale ai Fenici che per secoli ebbero il monopolio dell’oro bianco, utilizzato per conservare i cibi, per la concia delle pelli e  come moneta di scambio. Considerate alla fine del Cinquecento le più  importanti d’Europa producevano circa 200mila tonnellate di sale all’anno. 
Il sale  significava ricchezza ed era il miglior regalo per i sovrani.  
I Norvegesi lo prediligevano perché non si compattava ghiacciando e garantiva una facile distribuzione del pesce.
La crisi iniziò ai primi del Novecento per le guerre, il degrado e la speculazione edilizia. E per una legge in vigore fino al 1973 che vietava di esportare il sale per uso alimentare nel continente.
 Oggi, con la rivalutazione del sale marino e  l’istituzione di una riserva naturale, le saline esportano il sale, ritenuto il più pregiato al mondo.
  A differenza del salgemma delle miniere,  composto da puro sodio, il sale marino mantiene inalterati gli elementi necessari al nostro organismo: solfati, magnesio, calcio, potassio, fluoro e iodio.   Completamente solubile è preferibile per la conservazione degli alimenti.  
E anche nell’uso industriale è  insuperabile.    Nella credenza popolare è stato per secoli simbolo d’amicizia. In Sicilia si segue ancor oggi un’antica tradizione propiziatoria per inaugurare una casa, ponendo dei mucchietti di sale agli angoli delle pareti. 
La frase “il sale della vita”, la citazione evangelica “voi siete il sale della terra”, ne testimoniano l’importanza.
 Per secoli  è  stato merce di scambio e moneta. La parola salario deriva dal compenso in sale che ricevevano i soldati romani. Nell’antica Roma  la via Salaria era la strada commerciale più importante.

 

 

Redazione Neos

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