scianna

Immagini in bianco e nero da luoghi disparati del mondo, che sembrano staccate dal tempo. Un’umanità narrata non solo con gli sfondi di paesaggi lontani, alcuni oggi off limits a causa della geopolitica del terrore; ma anche mediante le pieghe di corpi, le rughe o le levigatezze di volti, la luce di sguardi gioiosi, dolorosi, inconsapevoli.

Il racconto della realtà. Perché è quello il ruolo della fotografia. ‘Le fotografie non possono rappresentare la metafora. Mostrano, non dimostrano’. Parola di Ferdinando Scianna, uno dei grandi maestri del fotoreportage a livello mondiale, primo italiano a far parte della Magnum, la celebre agenzia fotografica fondata nel 1947 da Robert Capa, Henri Cartier-Bresson e David Seymour all’insegna della libertà d’azione dei fotografi. Ovvero, la condizione necessaria per poter produrre reportage d’ampio respiro, capaci di resocontare i fatti attraverso l’obiettivo senza infingimenti, con completezza e in profondità.

 

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È quanto esprimono i 180 scatti, stampati in diversi formati, di Viaggio, Racconto, Memoria, la retrospettiva del settantacinquenne fotoreporter di Bagheria, stesso luogo d’origine di Renato Guttuso e di Giuseppe Tornatore, inaugurata il 21 febbraio, e in programma fino al 28 luglio, alla Gam (Galleria di Arte Moderna) di Palermo.    

Un’intera carriera sintetizzata in un’appassionante carrellata di fermi-immagine che più guardi e più fatichi a staccartene. Fotografie che affermano il concetto secondo cui ‘il cinico non è adatto a questo mestiere’: la frase coniata da un altro grande reporter del nostro tempo, Ryszard Kapuscinski , sulla quale ha improntato l’intera sua vita di scrittore, poeta e cronista con la malattia incurabile del viaggio. Nella fotografia come nella scrittura – sosteneva l’autore polacco – “è sbagliato raccontare di qualcuno senza averne condiviso almeno un po’ la vita.” Ciò che vale anche per Ferdinando Scianna. Uno per cui la fotografia ha sempre significato un lavoro di ricerca nel caos dell’esistenza, guardandone – afferma – “il senso, la forma, le emozioni offerte dal mondo, come uno specchio dalle migliaia di sfaccettature: quelle che io che raccolgo ossessivamente e compulsivamente”.

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Mezzo secolo di attività del fotografo palermitano espresso da immagini di guerre e carestie, di animali, di piccole cose, quelle che hanno contribuito a costruire la sua memoria. E da fotografie di moda – come quelle di Monica Bellucci e l’olandese Marpessa, una delle top model più ricercate negli anni Ottanta e uno splendido ritratto di due incantevoli attrici e amiche, Isabelle Huppert e Emmanuelle Béart. Passando anche per i primi piani di uomini famosi: giganti della letteratura, del cinema e della poesia. Leonardo Sciascia, anzitutto, con cui nacque prima un’amicizia, poi una duratura collaborazione a partire dal lavoro d’esordio di Scianna, il libro “Feste religiose in Sicilia”, con prefazione e testi del grande scrittore. Pubblicazione che lo proiettò nell’olimpo dei grandi fotografi.

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Tra tutti questi visi non può mancare quello di Henri Cartier-Bresson, guida e mentore che gli ha insegnato a cercare sempre di mettere sulla stessa linea di mira cuore, mente e occhio e che nel 1982 lo introdusse nella Magnum, consacrando definitivamente la carriera di Scianna. Ma ci sono anche un anziano e ormai cieco Jorge Luis Borges, seduto in una delle terrazza di Villa Igiea a Palermo , Roland Barthes, Gillo Dorfles e, ancora, Martin Scorsese, oriundo di Polizzi Generosa, borgo delle Madonie, Milan Kundera, che al personaggio maschile de ‘L’insostenibile leggerezza dell’essere’ fa domandare all’amata “Come puoi vivere senza conoscere Palermo?”; e, ancora, il grande Ignazio Buttitta, anche lui di Bagheria, il poeta antifascista di lingua siciliana che mai si staccò dal suo territorio d’origine.

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Tanta Sicilia, naturalmente, nell’arte di Ferdinando Scianna. Terra che lui ha invece lasciato per lavorare in giro per il mondo, senza però mai abbandonarla. Anzi dove continua, inevitabilmente, a fare “numerosi, discontinui, desiderati, temuti, felici, dolorosi, odiati ritorni”. Sicilia immortalata nelle sue feste padronali, nel suo entroterra agricolo, nei volti di contadini e pastori.

Numerose in questa ipnotica antologia sono poi le foto di reportage dall’Africa, dal Medio Oriente, dalle Americhe, dall’India. Frutto della curiosità, della meraviglia, dell’indignazione. Genti affamate, in cammino, al lavoro, in attesa. Come quelle del viaggio a Lourdes, del Mali, dello Yemen e dei villaggi sulla cordigliera andina in Bolivia. Una su tutte: il primo piano della bambina di Kami, minuscolo insediamento di minatori ad alta quota, ritratta con la scodellina tra le mani.

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Una mostra fotografica da non mancare in un city break a Palermo, da qui all’estate. Peraltro arricchita nei contenuti da un’articolata offerta di tour guidati e laboratori didattici su prenotazione rivolti a scuole, famiglie e gruppi di adulti. A curarli, l’associazione di promozione culturale Civita Sicilia.  

 

Antonio Schembri

Antonio Schembri

Ha cominciato a lavorare con Il Resto del Carlino nella redazione centrale di Bologna e collabora dal 2000 con il gruppo Il Sole24ore. Scrive anche per The Good Life Italia e su alcuni magazine di viaggi e turismo (tra questi Marco Polo, Mondo in Tasca, Bell’Italia, in Viaggio e That’s Italia). Da Palermo, la sua città, lavora attualmente per la redazione del mensile Gattopardo e il magazine online Le Vie dei Tesori, occupandosi di innovazione, cultura e reportage di viaggio.
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Ha cominciato a lavorare con Il Resto del Carlino nella redazione centrale di Bologna e collabora dal 2000 con il gruppo Il Sole24ore. Scrive anche per The Good Life Italia e su alcuni magazine di viaggi e turismo (tra questi Marco Polo, Mondo in Tasca, Bell’Italia, in Viaggio e That’s Italia). Da Palermo, la sua città, lavora attualmente per la redazione del mensile Gattopardo e il magazine online Le Vie dei Tesori, occupandosi di innovazione, cultura e reportage di viaggio.
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