Da 1500 anni  i lottatori di Sumo sono simbolo della forza e del coraggio giapponesi. E qualcuno di loro, come Robocop, è considerato addirittura un dio vivente.

 

Fa freddo sul dohyo, l’area di combattimento nel carasu, la scuderia, dove si allena da 15 anni. Robocop è Takami Sakari. Il soprannome se l’è meritato grazie alla sua forza implacabile. E’ un sekitori, un lottatore di serie A. Ce ne sono 70 in Giappone. Sono dei veri idoli, venerati dalla gente fin dai tempi antichi quando, come un Mosè con gli occhi a mandorla, uno di loro condusse il popolo giapponese alla conquista delle isole del Giappone e fondò la famiglia imperiale. Robocop saltella e tende i suoi muscoli, per fare un po’ di riscaldamento. Ha indossato il   mawashi d’allenamento, una gigantesca striscia di tessuto ruvido che passa tra le natiche e gira stretta intorno alla vita.
Il colore è bianco, per sottolineare il suo rango. Perché le classi inferiori, Sandamne o Makushita, le indossano verdi o blu. L’allenamento comincia con una serie di shiko.
Un esercizio che consiste nel sollevare lateralmente una gamba e sbattere pesantemente la pianta del piede sul pavimento di terra battuta “per sottolineare la solidità della posizione e affermare che sarà difficile spostarlo”, ci confida. In un angolo un giovane sumo colpisce una fascina di rami di quercia. Un altro si allena a fare il ‘grande scarto’. Seduto su un cuscino, l’allenatore legge il giornale. Terminato il riscaldamento viene il momento dei confronti diretti, sotto l’occhio del maestro che corregge i difetti. L’atmosfera sul dohyo si è riscaldata e la pelle – a furia di pacche – ha assunto quel colorito rosa che tanto conquista le donne . Quando la campanella suona la fine dell’allenamento, Takami fila sotto la doccia. I giovani Sandamne devono ancora scopare il dohyo e bagnare la terra battuta.
Poi  si laveranno in fretta, in tempo per preparare il pranzo… di Takami che ha già raggiunto la postazione dove aggiustarsi la treccia dello chignon. “Abbiamo rispetto delle gerarchie, spiega Robocop, i giovani servono gli anziani”. Come tutti i lottatori di sumo, Takami fa due pasti al giorno, entrambi alla scuderia. Oggi si accontenta di inghiottire tre chili di legumi, un pollo e qualche uovo. Il tutto cotto nella chamko, la grossa marmitta che troneggia davanti a lui.
La sera, dopo due ore di muscu, mangerà meglio, ma ora Takami deve uscire, ha un appuntamento con il suo sarto. E poi passerà anche alla Casa da Té. Per strada si ferma volentieri per fare qualche foto con i  fan, prima di rientrare in scuderia. Domani tornerà al combattimento. Il campionato di sumo si svolge in sei tornei all’anno. Ogni sumo combatte 14 volte per torneo.
Il combattimento è vinto quando l’avversario mette la mano a terra oppure viene spinto fuori del cerchio. Chi non vince almeno la metà degli incontri  è retrocesso.   Nel Kokugikan, il celebre stadio di sumo, durante la presentazione solenne dei lottatori il silenzio è pesante. C’è chi beve acqua. Chi getta del sale… sono superstiziosi i sumo! Poi i combattimenti cominciano.
Una decina di secondi ciascuno. Assalti brevi, ma veloci come il lampo: un festival di pacche e dorsi che sbattono. Bambini di 200 chili volano come fuscelli fuori del ring… il combattimento è violento e i lottatori sono capaci di finte degne di Zidane e di esercizi di equilibrio per non volteggiare fuori dal cerchio magico. Il pubblico apprezza, come gli anziani fan – età media 75 anni – che chiocciano come dei collegiali all’arrivo di Takami-Robocop. “Il problema del sumo – spiega uno di loro – è che i giovani non se ne interessano più, preferiscono i manga”. In verità la crisi del sumo è anche dovuta  agli scandali che ‘sporcano’ il mestiere da una quindicina d’anni: corruzione, torture durante gli allenamenti, match truccati, lottatori comprati e anche traffico di droga con gli yazukas, la mafia tokyota… L’anno scorso il moltiplicarsi del malaffare ha addirittura portato alla sospensione del campionato! “E’ vero, ammette uno di loro, ma resta il riflesso dei nostri valori: coraggio, tradizione, forza…” Takami vince la sua gara. Ma, a quarant’anni tra qualche mese, pensa che sia l’ora di andare in pensione: “Diventerò un maestro ed educherò nuovi sumo”. Ma prima avrà diritto al   ‘giubileo’, una cerimonia in suo onore durante la quale personalità dello spettacolo e della politica sfileranno sul cerchio per tagliare ognuno una ciocca della sua treccia.
E poi? Takami ha un sacco di progetti: lasciare la scuderia, sposarsi, dimagrire… vivere!

 

 

Olivier Goujon

Latest posts by Olivier Goujon (see all)

Tags : Asia
Vai alla barra degli strumenti