Il racconto di Monica Gasparini,  “Il valzer delle solitudini” (vincitore nel 2022 del premio nazionale La Serpe D’Oro) e ispirato a un fatto di violenza realmente accaduto, è stato messo in scena dalla compagnia teatrale Ars Teatrando e portato nelle scuole coinvolgendo 560 ragazze e ragazzi e più di 100 adulti.

Di seguito il testo integrale e le immagini dell’evento.

IL VALZER DELLE SOLITUDINI

L’italiano

Non ricordava molto della sera precedente, solo le urla.

Mentre osservava le gocce di pioggia battente filtrare dalle persiane accostate male, il cellulare non smetteva di vibrare.

Non lo prese nemmeno in mano, non poteva che essere lei. Sua madre da anni lo chiamava ogni mattina. Ansiosa e con quel perenne atteggiamento di sottomissione, pronta a cercare di scusarsi per tutto, anche di esistere. Ogni mattina, come se quella telefonata le servisse per adempiere al suo ruolo di madre disposta a giustificare ogni parola sgarbata e ogni fatto discutibile che lui le descriveva.

Come quando le aveva raccontato con soddisfazione di essersi licenziato.

Perché faticare a pulire i supermercati, pure i gabinetti, trattato male da quel despota del capo della cooperativa? Nessuna sveglia, nessun impegno e tutto quel tempo libero per arrotondare in nero.

Dopo aver valutato bene le attività redditizie con poco sforzo, la scelta era caduta su qualcosa di immediato, da iniziare al volo, come spacciare un po’ di erba, e che c’è di male? Vero, mamma?

Intanto, per lei, non poteva che essere una notizia meno dolorosa rispetto ai lividi, sempre presenti qui o là nel suo corpo indifendibile. Indifendibile soprattutto dal giorno della denuncia. Aveva dodici anni quando era andato dai carabinieri. Tutto, aveva raccontato tutto di suo padre. E lei, sua madre, tutto, aveva smentito tutto.

Nonostante il materasso puzzolente con le molle rotte buttato a terra, il sonno l’aveva inghiottito. Non ricordava nemmeno di essere arrivato al Covo. Quell’appartamento condiviso per pochi euro al mese con gli altri della banda era la sua salvezza.

Nessuna cena in famiglia, nessuno da proteggere.

Nemmeno te, giusto mamma?

Lo straniero

Per quanto aveva camminato? Centinaia di ore, decine e decine di giorni, mesi interi.

Sua madre, il giorno prima della bomba, lo aveva supplicato di partire, di scappare per sempre. L’indomani, quando era tornato dopo un giro con gli amici, aveva trovato la sua famiglia ridotta in macerie.

Va bene mamma, me ne vado, aveva sussurrato a un cumulo di pietre, vestiti e violenza.

Superato a stento l’ultimo confine, era stato avvicinato da alcuni italiani che gli avevano spiegato le due alternative.

Sai cosa ti succede se vai con quelle persone che si stanno avvicinando? Ti portano in un centro di accoglienza, rimani lì alcuni mesi e poi ti dicono che non sei idoneo perché la guerra da te è finita. Ti sbattono in mezzo alla strada senza un euro intimandoti di tornare da dove sei venuto.

Oppure vieni con noi, ti diamo un lavoro, uno stipendio, un posto gratis in cui dormire, ti portiamo da mangiare e ti proteggiamo.

Ricordava benissimo il primo giorno in cui era salito sul furgoncino senza vetri, erano quasi una ventina, tutti stipati. Li avevano fatti scendere nei campi, il sole stava salendo ed era quasi bello. Dopo dodici ore di lavoro consecutive, dopo le minacce, la sete e i dolori fisici, erano stati ricaricati nel furgone e portati in un capanno con le pareti pericolanti, pieno di brandine e di esseri umani con il viso scavato e gli occhi privi di dignità.

In paese era stato dato loro un soprannome: gli schiavi dei campi di pomodori o, per i più raffinati, gli schiavi dell’oro rosso.

Tre euro per un cassone da due quintali, questa era la paga decisa dai caporali.

Dopo i pomodori era arrivato il turno dell’uva, poi le olive e infine i broccoli.

Fino alla mattina in cui la polizia in borghese aveva seguito i furgoni e, all’ arrivo nei campi, molti erano stati portati in centrale.

Lui no, lui era riuscito a fuggire. I suoi muscoli da ventenne l’avevano aiutato.

Via, via da tutto.

Si era di nuovo trasformato in un’ombra, senza meta e senza soldi.

Aveva conosciuto l’italiano in piena notte in una strada di periferia. Gli era inciampato davanti, cadendo rovinosamente a terra. Puzzava di alcool e non si reggeva in piedi. L’aveva soccorso e da quel momento erano diventati inseparabili. Una piccola gang all’interno di quella più grande: l’italiano, il boss ventisettenne che non sbagliava mai, e lui, il mastino ventunenne con tanta rabbia da sfogare.

La vibrazione del cellulare del boss lo svegliò, c’erano solo loro due nel Covo. Si alzò di soprassalto, come quando nel sogno sentiva il ronzio dei cacciabombardieri. Era vestito, la camicia in parte strappata. Ricordò ogni cosa.

E corse fuori.

Diluviava e lui corse.

Per cancellare, per cancellarsi.

Giulia

Tutto era iniziato quando da bambina suo padre le aveva regalato l’enciclopedia delle piante e dei fiori, ottomila varietà descritte nel dettaglio, molte delle quali fotografate. Da quel momento, aveva osservato i disegni di botanica ovunque, nei testi antichi delle biblioteche, nelle stampe scovate nei mercatini dell’antiquariato, nei negozi specializzati. Non era stato difficile decorare le pareti della sua stanza di fiori di ogni specie, disegnati da lei.

Ancora adesso, nonostante i suoi ventidue anni, trovava il tempo per annullare ogni pensiero e concentrarsi su quello che da sempre l’appassionava: studiare ogni particolarità di un fiore, le cure necessarie, il modo per entrarci in sintonia e infine dipingerlo.

Per questo era uscita di nuovo tardi dal negozio in cui lavorava, per lei non si trattava tanto di un lavoro quanto un trascorrere la giornata in compagnia della sua passione.

Si ricordava perfettamente il sorriso di quella cliente a cui aveva rinvasato il “set floreale” invernale per il suo terrazzino: due piccoli cipressi di lato e al centro un elleboro bianco.

Alle 19, l’orario di chiusura al pubblico, c’erano ancora centinaia di violette da sistemare all’esterno e altrettante stelle di Natale da distribuire nelle serre: mancando poche settimane al Natale gli orari non si guardavano più.

Era corsa a prendere l’ultimo treno con le mani piene di piccoli ciclamini bianchi e rossi. Come i giorni precedenti era salita su quello delle 21.15, non le piaceva guidare. Soprattutto d’inverno, il buio, la nebbia.

Adorava leggere in attesa del rientro a casa, con il suono dello scorrere del treno in sottofondo e il paesaggio notturno che si dileguava veloce fuori dal finestrino.

Forse era per l’effetto dei sedativi, ma quando riaprì gli occhi dopo le pochissime ore di sonno, la sua mente non riuscì a riorganizzare la sequenza degli avvenimenti. Registrò semplicemente una camera bianca, un letto con le sponde, una flebo nel braccio, un’infermiera di spalle che stava parlando con suo padre e una finestra su cui scivolavano milioni di gocce di pioggia.

No.

Non poteva essere lei in quel letto di ospedale.

Si vergognava di essere lei.

Il valzer delle solitudini

È angosciante la solitudine, quando si insinua nei sogni e la melodia della notte diventa una morsa dissonante che attanaglia la moltitudine di pensieri, di paure e di scelte sbagliate.

È crudele la solitudine, quando danza tra le emozioni spegnendone i colori e i profumi. Quando afferra l’amore e lo scaraventa così lontano da non sentire più nemmeno la risacca di un affetto.

È perfida la solitudine, quando in pieno giorno sequestra il cuore spogliandolo di ogni sorriso. Spezza il respiro, anche in mezzo alla gente o durante un giro di valzer.

Il valzer di un italiano.

Sì, mi hai riconosciuto e il metallo gelido di queste manette ora ferisce i miei polsi, ma mi libereranno prima o poi. Mi libereranno da questo isolamento. Che ne sai tu della mia esistenza? Tu, che dopo esserti nascosta dietro a quel vetro confermando la mia condanna, te ne sei andata via, libera, per strada, dai tuoi affetti. Con qualche livido da sistemare, certo. Ma libera, nella tua bella casetta arredata per il Natale. Io ti conosco e ti ritroverò. Ti avevo notata, sai? Da qualche giorno salivi su quel treno regionale, a quell’ora tarda. I vagoni deserti, il capotreno appena passato. Non ti sei nemmeno accorta che eravamo entrati, tanto eri impegnata a parlare al telefono. Tu non puoi capire cosa ho provato mentre ti afferravamo e dal tuo cellulare gridava una voce qualche sedile più in là. Perché non ho scelto una prostituta? Perché godo nel ferire l’innocenza. Nel vedere le tue lacrime e nel sentire le tue urla.

Sai che hanno lo stesso suono che è rimasto in sottofondo nella mia infanzia per anni?

Io ti ritroverò e nel frattempo sarò presente nelle tue paure, nei tuoi sogni e sulla tua pelle. E se non riuscirò a scovarti, cercherò un’altra innocenza e poi un’altra ancora. Sarò ineccepibile tra queste mura e mi libereranno, sì, mi libereranno senza sapere nulla della mia solitudine assetata di vendetta.

Il valzer di uno straniero.

Questa cella è buia e puzza. Ho bisogno di alcool, ho bisogno di fumare. Voglio stordirmi il cervello, voglio dimenticare chi sono, voglio sparire. Per sempre.

Buttami fuori Italia, riportami sotto le bombe.

L’ho presa io per primo, sì. Lei lottava e ogni suo pugno, ogni suo calcio, ogni suo urlo, ci caricava. Adrenalina pura. Tappale la bocca, sbattila a terra, bloccale le gambe, strappale i vestiti. Che bravata, boss. Tu ordini, e io eseguo. Tu mi hai aiutato, e io non ti tradisco. Tu allontani la solitudine, e io mi sento vivo. Insieme siamo invincibili, e quanti soldi con tutta quell’erba. Ma non ti bastava più. Non ti bastavano più le sbronze, il fumo, il sesso pagato. Volevi andare oltre. Superare nuovi confini, sentire nuovi brividi. Così quella sera abbiamo bevuto, tu molto più di me. Per questo io ricordo tutto. E in quel tutto, ci sono i suoi occhi. Quando abbiamo finito e l’ho girata, lei mi ha guardato. Aveva lo stesso sguardo, lo stesso identico sguardo di tutte quelle schiave che i caporali chiamavano, la sera, di giorno, quando ne avevano voglia. A volte erano donne, altre volte erano bambine. E io li odiavo. Io, capisci? Io guardato come uno di loro. No. Non voglio più vederti, boss. Non voglio più vedermi, boss.

Annullami Italia. Picchiami. Sparami.

Il valzer di Giulia.

Non ero mai entrata in un carcere, ma sono andata. Mi sono seduta dietro al vetro. Il cuore mi martellava il cervello e le ferite pulsavano.

…Sì, sono loro.

L’ho detto con tono asettico, mi sono alzata e sono scappata via. Perché le ferite mi impedivano di respirare.

Immaginate un mostro che, giorno dopo giorno, massacra un’anima. Senza tregua, una ferocia criminale che si espande generando ferite ovunque, sugli amici, sui pensieri, sulla voglia di amare. Ferite sanguinanti, come la vergogna. Non voglio vedere nessuno, lasciatemi annegare nella solitudine. Non voglio descrivere, spiegare, giustificare, accusare. Non voglio guardare in faccia mio padre, sentire la sua voce, la stessa che urlava dal mio telefono scaraventato, ma rimasto acceso.

Papà, scusami. Scusami per non essere riuscita a scappare, scusami per le mie grida arrivate fino a te, scusami per tutto il dolore che provi e per tutto il bene che cerchi di trasmettermi, ma non riesco. Non riesco a sorridere, non riesco a vivere.

Dovresti venire a riconoscerli, insiste la poliziotta. Per te, mi dice, e per prevenire, per evitare altre vittime.

No. Non sono più uscita di casa. No, non voglio leggere i giornali. No, non voglio esistere come donna stuprata. Non voglio essere io quella. Io e il mostro indelebile. Sempre presente, di notte, di giorno, ovunque. Anche sotto la doccia. Continuo a lavarmi, ma il sangue delle ferite si espande.

Nella camera dell’ospedale c’erano tutti i miei ciclamini rossi e bianchi. Li ha portati il capotreno, si sentiva in colpa. Li ho portati a casa, e mi sorridono fiorendo. Non mi giudicano. Ho provato anch’io a non giudicarmi. A osservare il mostro e le sue ferite. A non incolparmi per ogni goccia rossa di dolore, di repulsione, di terrore.

L’ho osservato, ho osservato il mio corpo seviziato, la mia anima deturpata.

Nessuna colpa, Giulia. Nessuna vergogna, Giulia. Vai, Giulia. Per evitare.

…Sì, sono loro.

P.S. Dedicato a tutte le donne che hanno avuto la forza di riconoscere i mostri e a quelle che non l’hanno avuta. A tutte le donne che, salendo su un treno, un furgoncino, un barcone o una metropolitana, sono costrette a stare in allerta e a convivere con quel brivido di terrore. Ovunque. Anche in Italia, anche nel 2023.

 

Redazione NEOS

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