Dal traffico della capitale all’isola di Nagaryunakonda

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Undavalli. Foto di Pietro Tarallo

 

Lascio Hyderabad, ormai assediata da condomini residenziali che hanno conquistato i campi, un tempo coltivati a cotone, lungo sopraelevate avveniristiche in contrasto con baracche fatiscenti, rifugio di contadini venuti in città a cercare un lavoro, spinti dalla fame e dai debiti. La strada, ampia e ben tracciata, fa defluire il solito traffico convulso e caotico dell’India, redendolo più scorrevole. In questo primo tratto si percorre un’autostrada che s’ impenna in improvvisi cavalcavia e si spinge fino al Golfo del Bengala. La lascio per inoltrarmi tra risaie verdi smeraldo e prendere una strada secondaria in discesa che corre tra le colline dei Ghats Orientali, digradanti verso la pianura e la regione costiera dei grandi delta. E’ l’India rurale, non sconvolta dalla lebbra dell’urbanesimo selvaggio che ha fatto crescere in tutto il Paese megalopoli gonfie di slum e di grattacieli. L’aria è fresca, il cielo limpido è attraversato da voli di poiane in caccia dei topi delle risaie, il loro cibo preferito. I contadini sono curvi tra le spighe dove il riso è già maturo. I bufali ruminano immersi nell’acqua fangosa dei canali d’ irrigazione. Le brevi alture sono incise dal corso del fiume Krishna che consente di irrigare l’area spesso colpita dalla siccità. Per questo è stato creato Nagarjuna Sagar.; Specchio d’acqua di 380 kmq formatosi per la costruzione di una delle dighe in mattoni più alte del mondo che ha fermato appunto le acque del Krishna. Due tunnel laterali, che fuoriescono dall’imponente diga, consentono l’irrigazione di 830mila ettari di terre coltivate che si estendono fra il bacino del Godavari e del Krishna. Una centrale elettrica produce 400mila kwh. Opera ciclopica che ha risolto solo in parte i problemi dell’agricoltura e dell’approvvigionamento elettrico, ma ha sconvolto la geografia del territorio e la sua storia millenaria.

Ci arrivo in circa tre ore, dopo aver percorso 155 km da Hyderabad. Trovo una camera molto spartana, immersa nella semi oscurità, percorsa dal fruscio del grande ventilatore a pale che pende dal soffitto, nel Vijay Vihar Complex. Che, come ogni struttura a gestione statale, è destinata a un rapido degrado, nonostante sia situata in una posizione spettacolare. Tra frangipani ed eucalipti, isolato, domina dall’alto il lago che sfuma fra gli azzurri teneri delle sue acque e gli ocra calcinati dal sole delle sue rive rocciose.

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Undavalli. Foto di Pietro Tarallo

 

Mi sono spinto fin qui, dove i turisti occidentali capitano raramente, per visitare Nagarjunakonda. Così; si chiama l’isoletta al centro del Nagarjuna Sagar. Come ad Abu Simbel in Egitto, per difenderli dalle acque del lago, anche qui sono stati trasportati i resti dell’antica Vijayapur, che fu un grande centro buddhista, fondato nel II secolo d.C. sotto la dinastia Ikshvaku. Nel III secolo vi insegnò uno dei più grandi filosofi buddhisti, Nagarjuna, a cui l’isoletta deve il suo nome, originario del Bihar e iniziatore della scuola Madhyamika (“del Sentiero di mezzo”). Luogo di mistica pace sotto il segno dell’Illuminato accoglieva numerosi devoti nei suoi edifici in mattoni rossi. Caduto nell’oblio , i suoi resti sono stati portati alla luce durante una campagna di scavi iniziata nel 1926 dall’archeologo AR Saraswathi e continuata solo nel 1956 prima che le acque del bacino artificiale sommergessero le sue antica vestigia. Una lotta contro il tempo. Sei lunghi anni di duro lavoro per salvare stupa e vihara (monasteri) che sono stati ricostruiti sull’isola.

Lasciato il Vijay Vihar Complex mi faccio accompagnare all’imbarcadero circondato da un pugno di case. Un lungo pontile in cemento scende fino all’attracco della grossa imbarcazione in ferro, a due piani, dipinta di azzurro corroso da macchie di ruggine. Mi aspettano. Incredibile. Con velocità è arrivata fin qui la notizia della presenza di un gruppetto di turisti. Che bisogna attendere. Quando arrivo con i miei due compagni di viaggio, Gianni Grasselli e Daniele Weiss, siamo accolti da un coro di timidi “namaste” e di “hello”. Osservati con curiosità, ci fanno sedere nella parte superiore della barca, su sedili di ferro traballanti, nella fila destinata agli uomini in compagnia di baffuti signori in ‘lungi’ (sorta di pareo stretto in vita e corto, alle ginocchia) e ragazzi in jeans. Le donne con i loro sari multicolori sono tutte nella fila accanto. Scatta il gioco festoso della fotografia. Daniele e io li fotografiamo e loro con i cellulari fotografano noi. Si salpa tra buffe imbarcazioni simili a grossi canestri circolari di vimini piene di ragazzini festanti, accorsi attorno alla barca non appena siamo arrivati. Voli di sterne ci accompagnano fino all’isola. Le rive sfumano nell’ocra delle rocce incendiate dal sole. Dopo 40 minuti di navigazione sbarchiamo a Nagarjunakonda e insieme ai gitanti indiani ci disperdiamo nell’oasi verde che spunta dopo una breve salita. Qui il museo ci racconta la storia di queste vestigia. Nelle sue sale sono state raccolte statue, iscrizioni, manufatti di ferro e terracotta, perfino monete romane. Rimango incantato dinanzi alle preziose statue del Buddha e alle lastre di pietra che un tempo ornavano gli stupa dai rilievi eleganti che raccontano la vita dell’Illuminato come un enorme fumetto. Appaiono qua e là alcune scene molto singolari: coppie di uomini e donne sono raffigurate in pose languide, quasi erotiche. Inspiegabili e mai viste prima in nessun centro buddhista.

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Undavalli. Foto di Pietro Tarallo

 

Esco dal museo e trovo, fra gli stupa e i vihara ricostruiti, tracce della devozione dei fedeli che numerosi ancora oggi arrivano fino a questa isola sperduta da ogni parte dell’India. I “mani”, ossia le piccole pietre sovrapposte le une alle altre, segnano il sentiero percorso dai pellegrini nei punti più sacri. M’ inginocchio. Con pazienza raccolgo pietre piatte, le metto le une sulle altre e costruisco la mia preghiera in onore dell’Illuminato con uno sprazzo di fede che solo il Buddhismo a volte mi fa scoprire. Più avanti, in un boschetto di bambù lunghe file di “preghiere” di stoffa multicolori garriscono alla brezza che sale dal lago. Proseguo lungo il sentiero. Ormai sono solo. Un senso di pace profonda mi accompagna fino a Maha Stupa che è preceduto da un breve prato. Al centro spunta un alberello. Ai suoi piedi un cartello ricorda che nel 2006 è stato piantato dal Dalai Lama in occasione della sua visita. E’ un Ficus religiosa, un ramo dell’enorme albero del bodhi sotto cui Buddha raggiunse l’illuminazione, portato fin qui da Bodigaya, nel Bhiar, dove ancora oggi ricorda quell’evento straordinario che ha donato all’umanità un credo di pace.

Il flusso dei miei pensieri è interrotto da un fischio prolungato che si ripete a intervalli regolari. E’ il custode che invita i visitatori a lasciare l’isola. Sono quasi le cinque e l’ultima barca sta per salpare. Un provvidenziale carretto trainato da uno sbuffante mini-trattore mi porta fino all’imbarcadero. Sono già tutti a bordo. Parlano sommessamente. Io e i miei compagni di viaggio ormai non destiamo più curiosità. Siamo stati adottati e le donne fanno a gara per offrirci bibite appiccicose e biscotti troppo dolci. La diga, maestosa, è là in fondo, dinanzi a noi, incendiata dal tramonto.

Leggi gli altri Articoli del Reportage: Prima Parte – Seconda Parte – Terza Parte – Quarta Parte

 

Pietro Tarallo

Pietro Tarallo

Pietro Tarallo vive e lavora a Pieve Ligure, paesino sul mare vicino a Genova. Prima pubblicitario, poi insegnante, infine giornalista e viaggiatore, ha collaborato con numerose riviste, settimanali e quotidiani nazionali. 
Si è aggiudicato alcuni premi nazionali e internazionali, tra cui: Un libro per il Turismo, 1991; PATA, 1993; Pluma de Plata de Mexico, 1994; Premio per migliore Guida Turistica e Premio Adutei, 1995; XVIII Premio Letterario Castiglioncello-Costa degli Etruschi, 1995; Premio per il miglior articolo della stampa estera su Singapore, 1996; Premio eco-turismo Giandomenico Ducali, 2005; Premio Camogli, 2008; Menzione speciale del Premio Chatwin come autore di guide e Premio Il Gambero Rampante-Santa Margherita, 2009. 
Organizza ogni anno Il Salotto del Viaggiatore, presso Bagnara Gallery, via Roma 8, secondo piano, Genova, tel. 010.5957565, www.gigliobagnara.it, dove parla dei suoi viaggi.
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Pietro Tarallo vive e lavora a Pieve Ligure, paesino sul mare vicino a Genova. Prima pubblicitario, poi insegnante, infine giornalista e viaggiatore, ha collaborato con numerose riviste, settimanali e quotidiani nazionali. 
Si è aggiudicato alcuni premi nazionali e internazionali, tra cui: Un libro per il Turismo, 1991; PATA, 1993; Pluma de Plata de Mexico, 1994; Premio per migliore Guida Turistica e Premio Adutei, 1995; XVIII Premio Letterario Castiglioncello-Costa degli Etruschi, 1995; Premio per il miglior articolo della stampa estera su Singapore, 1996; Premio eco-turismo Giandomenico Ducali, 2005; Premio Camogli, 2008; Menzione speciale del Premio Chatwin come autore di guide e Premio Il Gambero Rampante-Santa Margherita, 2009. 
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