daniele pellegrini
Daniele Pellegrini al Festival della letteratura di viaggio 2017. Roma, Villa Celimontana, sede della Società Geografica Italiana

Il nostro socio Daniele Pellegrini è stato invitato sul palco per parlare di fotografia di viaggio alla X edizione, terminata il 24 settembre scorso, del Festival della Letteratura di Viaggio che si tiene ogni anno a Roma a Villa Celimontana, prestigiosa sede della Società Geografica Italiana.

In quella occasione Daniele, autore del Primo giro del mondo in camion, per oltre vent’anni fotografo geografico del mensile AIRONE, ha toccato molti temi legati soprattutto al rapporto tra il fotografo e la gente fotografata, vecchie e nuove tecniche nella fotografia di viaggio contemporanea e ha raccontato le sue esperienze nelle crisi umanitarie in Etiopia e in Iraq.

I suoi racconti ci spingono a rivolgergli le domande che potrebbero svelarci un pochino di più della sua professionalità.

Daniele, perché hai scelto di fare il fotografo?

Mio padre, Lino Pellegrini, era un pioniere del giornalismo di viaggio che fin dall’anteguerra girava per il mondo scrivendo articoli corredati da fotografie. La fotografia non era un hobby, ma un mezzo per completare il suo lavoro.

Con le immagini prodotte in tanti viaggi si venne a formare un archivio fotografico sempre più grande che, negli anni ’60 e ’70, divenne uno dei più importanti d’Italia. L’archivio dava da vivere a tutta la famiglia e, senza esitazioni, dovetti occuparmene attivamente anch’io fin da ragazzo, tenendo i rapporti con giornali, riviste e case editrici con le quali mio padre collaborava.

La mia professione iniziò dall’esperienza fatta nel suo archivio. Un’esperienza che, complici anche i miei studi universitari, mi ha portato a divenire quello che viene definito un reporter “geografico”, cioè un fotografo documentarista che spazia dalla geografia agli animali, dall’antropologia all’archeologia e al mondo sottomarino.

In che modo sviluppi i tuoi servizi?

Confesso di non aver quasi mai viaggiato per il mio piacere, ma solo per professione. È un lavoro che amo enormemente, tanto che per me il viaggio è “il servizio” o “i servizi” e alla realizzazione di questi dedico un impegno assoluto.

La preparazione di un servizio può variare a seconda del progetto.

Nel mio caso, il racconto è prevalentemente per immagini, quindi cerco di conoscere al meglio quanto già esiste sull’argomento. I libri e le riviste rappresentano la ricerca di informazioni tradizionale che è sempre imprescindibile. Ma l’avvento di Internet ha ampliato enormemente gli orizzonti.

YouTube è una videoteca così sterminata che consente di conoscere in anticipo quasi tutti i luoghi, anche remotissimi, del pianeta. Filmati in larga parte amatoriali, che però danno molto bene l’idea di quanto si andrà a vedere, anzi possono addirittura ridurre l’emozione di vedere un luogo per la prima volta. Google Earth, poi, mostra il mondo come lo può vedere un uccello migratore.

Ultime, ma fondamentali, vengono le interviste, alcune prima del viaggio, la maggioranza in corso d’opera, con le persone del luogo, dai massimi esperti alla gente comune, che sempre danno le informazioni più complete e innovative.

Che cosa offri a chi guarda le tue foto?

Il mio è quasi sempre stato un lavoro coordinato con testate giornalistiche o editori. Ogni testata ha un suo modo di guardare e divulgare le cose. Il punto di partenza è dunque un’idea condivisa su un progetto da realizzare con un taglio preciso. L’idea, però, anche se rimane nell’ambito delle mie tematiche abituali, cioè la grande geografia, la natura, l’uomo, la storia, eccetera, giornalisticamente parlando, deve essere sempre pronta a soddisfare un quesito fondamentale: perché adesso? Qual è il grado di attualità e di novità del progetto?

Daniele Pellegrini
Daniele e una grande eruzione dell’Etna nel 1983 ©Daniele Pellegrini

Da un punto di vista pratico, i miei reportage hanno tradizionalmente una impostazione documentaristica che mira a sviscerare a fondo un argomento. Mi faccio una lunghissima scaletta degli elementi che compongono una storia e cerco di fotografarli uno per uno nel migliore dei modi, annotandomi spesso anche le ore della giornata, a secondo della loro posizione rispetto al sole, in cui è preferibile riprenderli. In fotografia, la luce è alla base di tutto e non mi stanco mai di privilegiare quella dell’alba e del tramonto. L’occhio dev’essere comunque esercitato a cogliere ogni minimo particolare e ogni minima situazione. Quando si è sul campo, la concentrazione è un elemento fondamentale.

Grazie Daniele! Per saperne di più, leggete qui la sua bio e visitate il suo sito: danielepellegrini.com

 

 

Redazione Neos

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