Reportage sull’Etiopia pubblicato sulla rivista Airone (ph. Daniele Pellegrini)

Sabato 19 giugno 2021 gli organi d’ informazione hanno riportato la notizia che l’editore ambientalista Egidio Gavazzi, 84 anni, era morto schiantandosi con il suo aereo da turismo (da lui pilotato) in fase di atterraggio sull’aeroporto di Padova. Le cause dell’incidente verranno chiarite dalle indagini in corso. Quello che è certo è che Gavazzi, fin da bambino, aveva il volo nel sangue e tutta la vita  ha coltivato  la passione pilotando aerei di vario tipo, anche acrobatici. Di questa passione, e di tante altre, Daniele Pellegrini è stato testimone, come suo stretto collaboratore in campo editoriale negli anni che lo resero famoso.
Quello che segue è il ricordo scritto da Daniele, uno dei più grandi fotografi di reportage che ha firmato una pagina importante dell’editoria geografica e naturalistica in Italia, una lunga memoria che merita di essere letta.

Pellegrini in Africa durante un reportage per la rivista Airone nel 1984 (ph. Daniele Pellegrini)

Una premessa

Sono nato nel 1945 e negli anni ’70 ero un fotoreporter geografico abbastanza noto. Dal 1976 al 1979 avevo effettuato con Cesare Gerolimetto un avventuroso viaggio  di due anni e otto mesi
Il primo giro del mondo in camion, che venne iscritto nel Guinness dei Primati (1981). Sull’avventura pubblicai il libro Un camion intorno al mondo (A.Mondadori, 1980) e molti servizi illustrati sulla stampa italiana ed estera. Agli inizi del 1981 Eliana Ferioli,  brillante giornalista con la quale avevo collaborato alla Fratelli Fabbri, mi telefonò per dirmi: “Daniele, ho lasciato la Fabbri, sono stata assunta in una nuova casa editrice creata da Giorgio Mondadori, che vuole produrre riviste di altissima qualità: vieni a trovarci? Forse c’è una rivista che fa per te”.
Così mi ritrovai a Milano Due, il nuovo quartiere residenziale creato da Silvio Berlusconi, nella sede tirata a lustro della Giorgio Mondadori. Nuova casa editrice, nuove testate da progettare, tutto da ideare, da realizzare. “C’è il progetto di una rivista di natura, di antropologia e di viaggi” disse Eliana “ti presento al direttore che l’ha ideata: Egidio Gavazzi”.
Egidio era un esponente di una grande famiglia di industriali e banchieri lombardi,  molto colto, di eleganza sobria e raffinata, con un delicatissimo senso estetico che lo portava a cercare il bello in ogni ambito.  Laureato in Scienze Geologiche, aveva un interesse inesauribile per la natura e gli animali. Da giovane, come molti naturalisti nella storia, era stato cacciatore, per poi convincersi che l’arte della caccia praticata dall’uomo antico non aveva più giustificazioni nella nostra epoca. Così  divenne fotocacciatore e sostituì il fucile con il teleobiettivo fondando con alcuni amici nel 1973 la Società Italiana di Caccia Fotografica. La fotografia naturalistica, che, con le nuove tecnologie, consentiva di fissare il comportamento degli animali come mai era stato fatto prima, portò  Egidio alla fase successiva, quella della protezione dell’ambiente, che lo vide grande protagonista.
Fu allora che nella sua mente prese corpo l’idea di una rivista geografico-naturalistica che sapesse condensare le sue esperienze e, direi, il suo essere, a beneficio dell’ambiente. Doveva mostrare le meraviglie del pianeta con una veste degna di queste meraviglie: carta patinata, grafica essenziale e delicata, testi di  autori dal massimo rigore scientifico, disegni di grandi illustratori,  immagini dei migliori fotografi italiani e del mondo. E poi la stampa, sopraffina. Non fu facile per Egidio presentare un simile progetto a un editore perché presupponeva costi molto elevati a fronte di un mercato che si supponeva ristretto. Ma seppe convincere Giorgio Mondadori.

Egidio Gavazzi nel campo profughi di Macallè (ph. Daniele Pellegrini)

L’incontro

Io fui chiamato in quel momento. Egidio cercava un fotografo di reportage che sapesse interpretare le sue idee editoriali. Conosceva il mio nome e apprezzava il fatto che le mie esperienze fossero varie: non solo natura, ma anche etnografia, archeologia, escursionismo, fotografia subacquea, avventura. “La rivista” mi diceva “sarà un po’ Audubon (una famosa rivista naturalistica americana) e un po’ National Geographic, ma più dolce, meno aggressiva, fatta per chi ama la natura: si chiamerà Airone”. E mi propose di fotografare per  Airone. Non avrei potuto immaginare che il sì che gli diedi avrebbe segnato così profondamente la mia vita perché avevo da poco concluso il giro del mondo in camion e  avrei subito ripreso a fotografare intorno al mondo, a ritmi di lavoro frenetici, per altri 22 anni! 
L’idea di Gavazzi fece di Airone uno dei più grandi successi editoriali degli anni ’80. Con 200mila copie mensili vendute, per i lettori di natura e di viaggi  divenne quasi un oggetto di culto. E per la Giorgio Mondadori, si diceva, una gallina dalle uova d’oro. Ma per Egidio  era in realtà un  giocattolo  meraviglioso, un contenitore nel quale versava irrefrenabilmente le sue tante idee e i suoi sogni di cui vedeva, nelle mie fotografie, un realizzatore affidabile. Così, con l’occhio del geologo, mi spedì a seguire la grandiosa eruzione dell’Etna del 1983, servizio di 36 pagine da cui uscì la mia prima copertina. In cerca di natura vissuta, quando Gitta Steffes,  giovane donna tedesca, gli propose il giro d’Italia a cavallo, io la seguii, per fotografare lei e il suo splendido stallone nero per monti e valli dell’Italia più bella. Tra storia e natura, mi fece tornare alpino, aggregandomi ai cento uomini di una compagnia alpina del Battaglione Morbegno, con cui, tra cannoni, reticolati e ricoveri della Grande Guerra che spuntavano dai ghiacci, attraversammo sugli sci il ghiacciaio dell’Adamello fino alla vetta, a 3.500 metri.
Poi Egidio – non poteva farne a meno! – mi fece volare. Sì, per un servizio sul volo a vela. Al mio primo volo in aliante incontrammo delle correnti ascensionali fantastiche. Il pilota vide che reggevo benissimo e seguì le correnti. Gira e rigira, ci trovammo a sorvolare le Alpi a 4.200 metri di quota!  il volo durò sei ore e, senza riscaldamento, mi ritrovai con le gambe semicongelate. Per fotografare gli alianti Egidio mi mise nelle mani anche di un altro espertissimo pilota, il fratello Marco, suo grande compagno di sogni aeronautici. Con Marco, che aveva un monomotore Robin, ci mettemmo a inseguire gli alianti nel cielo, con tanti di quei su e giù che fu quasi una sessione di volo acrobatico.

Uno dei reportage pubblicati sulla rivista Airone (ph. Daniele Pellegrini)

Acrobazie  e avventure

Molte altre acrobazie dovetti fare perché Egidio mi faceva produrre tanti servizi da farmi mancare il respiro e, pur da collaboratore, mi voleva sempre più integrato con la redazione. Assieme all’art director, dovevo seguire, foto per foto, l’impaginazione dei servizi miei e, sempre più spesso, anche quelli degli altri. Vista la sintonia che c’era tra me e lui, voleva che il mio ruolo non fosse solo quello di fotografo, ma anche di consulente in generale. 
Nel 1984 Egidio volle ampliare l’orizzonte geografico di Airone e scoprire come fosse la natura al di là della cortina di ferro. Andammo insieme in Russia.  In piena guerra fredda  era un Paese tabù e temevamo che non sarebbe stato facile per dei giornalisti avere  permessi per viaggiare al di fuori dei circuiti classici. L’unico modo era mettersi direttamente nelle mani del potere. Egidio bussò alla porta dell’agenzia ufficiale di stampa sovietica Novosti e ne ottenne un’ottima collaborazione. Fummo accompagnati da loro giornalisti che, come spesso succede in Russia, dietro  una maschera impenetrabile, rivelarono un grande cuore e la voglia di esserci amici. Grazie a loro visitammo parchi e riserve naturali, incontrando ricercatori sovietici che studiavano animali come il bisonte europeo e il castoro. Realizzammo un’ inchiesta di 38 pagine sulla natura dell’URSS che, per quei tempi, fu un autentico scoop.  
Il 1985 era l’anno degli Etruschi e io, con una grande attrezzatura fotografica da studio che stipavo nella mia Fiat Campagnola, stavo fotografando sarcofagi etruschi nel museo di Tarquinia, quando Egidio mi telefonò per dirmi: molla tutto, si va subito in Africa.

Daniele Pellegrini in volo in aliante durante un reportage (arch. Pellegrini)

Era la nuova via di Egidio: voleva un Airone più vicino all’uomo, all’ambiente e alle cause che lo distruggono. La siccità e la guerra avevano provocato nel Corno d’Africa una carestia di proporzioni bibliche con più di un milione di morti. Tutti i media diffondevano immagini raccapriccianti di esseri ischeletriti dalla fame nei villaggi dell’altipiano etiopico. Lì dovevamo andare, per documentare l’opera della Cooperazione Italiana allo Sviluppo che era massicciamente impegnata in un progetto di aiuti alle popolazioni colpite dalla carestia.
Ci imbarcammo a Ciampino su un G 222, aereo da trasporto dell’Aeronautica Militare carico di aiuti, destinazione Addis Abeba. Con noi  Viviana Kasam, grande giornalista del Corriere della Sera, collaboratrice anche di Airone. Fu un servizio memorabile che qui voglio raccontare perché ci consentì di documentare  un evento storico.
Nella guerra fredda,  NATO e Patto di Varsavia, si sa, erano cane e gatto. E in Etiopia il Patto di Varsavia era ben presente perché aiutava il dittatore Menghistu nella guerra contro i ribelli eritrei. Ma c’era un uomo che seppe affrettare i tempi della storia, il diplomatico delle Nazioni Unite, italo-svedese, Staffan de Mistura. Lo incontrammo nei saloni dello Hilton di Addis Abeba, ed era così elegante nella sua sahariana e aristocratico nei modi che mi venne difficile pensare che fosse in realtà uno dei più grandi filantropi che avessi mai incontrato. “E’ stato durissimo” disse a Egidio “ma ho parlato con il Patto di Varsavia e con la NATO, e si sono detti d’accordo. Per soccorrere le popolazioni affette dalla carestia si impegneranno in un’ operazione militare congiunta”. Era la prima volta dopo quarant’anni di gelido confronto, che in nome della solidarietà umana, Est e Ovest tornavano a cooperare. Fu il primo timido segnale di disgelo tra i due blocchi. E fu tutto merito di Staffan. Che ci invitò a essere testimoni della prima missione.
Salimmo su un Mi-8, un grosso elicottero del Patto di Varsavia che era pilotato da militari delle forze speciali polacche, ma aveva a bordo un capitano inglese della NATO in tuta mimetica. Eccitato dalla portata del momento storico che vivevamo, ma anche dal trovarsi in cielo, su un elicottero sovietico che sorvolava il riarso altipiano etiopico, Egidio sprizzava elettricità da tutti i pori. Guardando dall’oblò con l’occhio del geologo, nel frastuono del rotore mi gridava: “Vedi laggiù? Una volta c’erano alberi dappertutto, li hanno tagliati e adesso è un deserto. Questa è la tragedia dell’Etiopia. Vedi laggiù? Basta metterci un pozzo profondo e trovi tutta l’acqua che vuoi”!   Rimase ammutolito quando vide il villaggio presso cui l’elicottero atterrò, squallidi tucul nel mezzo del nulla. Parole come estrema povertà e miseria non erano sufficienti a descrivere lo stato di quella gente, in condizione subumana, con bambini pelle e ossa vestiti di tela di sacco che bevevano con le mani da pozzanghere verdastre che odoravano di marciume.

Un elicottero dell’operazione San Bernardo in Africa, 1984 (ph. Daniele Pellegrini)

L’impegno

Per fortuna arrivava dal cielo l’Operazione San Bernardo, dal nome  del cane che porta soccorso. Il capitano inglese dispose per terra i suoi strumenti e con la radio del Patto di Varsavia comunicò alla base inglese della NATO le coordinate esatte per l’operazione. Tempo un’ora, i grandi Hercules   C 130 della Royal Air Force e i Transall della Luftwaffe erano sul  villaggio. Non c’era modo di atterrare. Dovevano sorvolare a bassissima quota la piana antistante i tucul e scaricare dal portello di coda grandi balle contenenti cereali e generi alimentari per poi riprendere subito quota, tornare alla base, fare un nuovo carico, e ripetere la manovra di drop-out ; così, varie volte per tutta la giornata. La gente del posto ebbe una reazione di entusiasmo, sì, perché dal cielo era tornata la vita, ma trapelò anche molta mestizia mista a fatalismo, conscia che quelle macchine volanti venivano da un altro mondo che non era quello loro e che presto tutto sarebbe tornato come prima.      
Tra un drop-out e l’altro, Staffan de Mistura, sempre impeccabile nella sua sahariana, si prodigava con passione totale a dare qualche sollievo alle code di malati che si formavano davanti a lui pensando che fosse un medico. Tutti lì erano malati. Somministrava colliri, faceva piccole medicazioni, toccava tutti senza risparmio, anche i lebbrosi o gli anziani strapieni di pulci e di pidocchi. Il suo esempio fu tale che mi accorsi che anche Egidio lo aiutò nel dispensare colliri. Anzi, Egidio non solo aiutava, ma, commosso nel più profondo del suo intimo, piangeva.
Staffan de Mistura lo avrei ritrovato anni dopo in altre grandi missioni umanitarie in Afghanistan e nel Kurdistan iracheno. Diplomatico di lungo corso, divenne poi Viceministro degli Esteri nel governo Monti e Ambasciatore Inviato Speciale dell’ONU nelle grandi crisi in Afghanistan, Irak e Siria. Egidio ne restò assolutamente affascinato.

Campo profughi di Macallè (ph. Daniele Pellegrini)

Ma noi venivamo da un altro mondo e le macchine volanti del Patto di Varsavia ci riportarono ad Addis Abeba, da dove proseguimmo per Macallè. Se i C 130 avevano soccorso le popolazioni che erano rimaste nei loro villaggi, qui nel Tigrè si era assistito a un esodo biblico dai villaggi verso la città. Per quei rifugiati la Cooperazione Italiana aveva creato una gigantesca tendopoli che ricordava le immagini degli accampamenti inglesi nelle guerre coloniali in Africa, una selva di bianchi coni che si perdeva fino all’orizzonte. Per i rifugiati, la tendopoli significava il ritorno alla vita, ma non certo il ritorno a casa. Le scene di dolore di gente che aveva perso anche il poco che aveva e non sapeva dove avrebbe continuato a vivere erano devastanti. Le misere barelle contenenti i poveretti che, sfiniti dalle interminabili marce, raggiungevano la tendopoli e poi morivano lì, erano ovunque. Per fortuna c’era la Cooperazione Italiana. Egidio, e con lui Viviana Kasam, rimasero molto colpiti dal livello di assistenza che riusciva a fornire. Un grande cartello indicava la presenza di un Italian Medical Team che aveva come responsabile un nome ora molto popolare in Italia: il Dottor Agostino Miozzo, divenuto recentemente coordinatore del Comitato Tecnico Scientifico per il Covid 19. Miozzo e i suoi in quell’inferno facevano davvero miracoli.
Ma al di là dell’emergenza, Egidio vide nell’Etiopia un esempio massimo di degrado ambientale associato a carenze strutturali inconcepibili nel mondo contemporaneo. Solo il costo della guerra fratricida con l’Eritrea, convertito in pozzi e condutture per l’acqua, avrebbe fatto dell’Etiopia un altro Paese.  Nell’idea di Egidio, la tragedia etiopica mostrava come la gestione dell’ambiente dovesse divenire per tutto il mondo una priorità assoluta e Airone doveva farsene ancor più portavoce.
Dall’Etiopia volammo nella regione subsahariana del Sahel, in Niger, dove la Cooperazione Italiana stava realizzando un progetto che a Egidio piacque molto, perché sintetizzava il suo modo di concepire la salvaguardia dell’ambiente, cioè a misura d’uomo: il progetto Keità. Era febbraio, la stagione dello Harmattan. Il vento del deserto sollevava la sabbia che penetrava dappertutto. Il cielo era permanentemente giallo. Qui un piccolo, ma efficientissimo gruppo di agronomi italiani stava cercando di fermare l’avanzata del deserto e rendere ancora possibile la vita. Non era uno di quei progetti faraonici che una volta lasciati in mano alle popolazioni locali non vengono capiti e cadono nell’oblio. I nostri agronomi avevano studiato a fondo le tecniche agricole tradizionali del posto, non le avevano affatto scartate a priori, e avevano  deciso di ottimizzarle al massimo livello, con l’ausilio, sì, di elementi moderni, ma facendo in modo che i residenti recepissero il processo evolutivo e lo facessero proprio. Egidio era rapito nel vedere con quanta lena i Peul e gli Haussa della zona irrigassero i campi con l’acqua attinta da una miriade di nuovi pozzi e andò in visibilio quando i nostri agronomi ci condussero al vivaio: c’era il repertorio completo delle piante del Sahel. Migliaia e migliaia di piantine, baobab, gaò, aduà, pronte per fermare il deserto e riforestare il territorio.

Eruzione dell’Etna, 1983 (ph. Daniele Pellegrini)

Successo e delusioni

Airone uscì nel maggio del 1985 con uno Speciale di 45 pagine sulla Cooperazione Italiana in Africa. Egidio faceva le cose in grande . Avevamo documentato opere realizzate con il denaro pubblico, quindi era giusto che ne fosse informato il capo di tutti gli italiani. E quindi la sua decisione  di andare al Quirinale e presentare la rivista al Presidente della  Repubblica. Con  tutta la redazione di Airone, 18 persone, che si imbarcò su un aereo a Milano per portare il suo saluto a Sandro Pertini.
Nel numero successivo della rivista, Airone diede una versione un po’ edulcorata di questa visita. La verità è che almeno noi, autori dell’inchiesta, rimanemmo scioccati. Naturalmente Pertini ci accolse con tutti gli onori nella sala delle udienze, fu molto galante con signore e signorine che volle sedessero vicino a lui, chiese un po’ di noi e della redazione. Ma quando Gavazzi gli parlò della nostra inchiesta sulla Cooperazione Italiana, intitolata Ecco dove vanno a finire i nostri soldi, si raggelò. Sfogliò il servizio di Airone quasi distrattamente, per pochi istanti, per sola cortesia. “Sono anni e anni” disse “che  l’Italia e tutti gli stati ricchi  spendono miliardi per la cooperazione allo sviluppo dei Paesi poveri. E continueranno a farlo per motivi puramente politici. Ma avete mai visto che uno di questi Paesi, con tutti gli aiuti che riceve, sia autenticamente riuscito a svilupparsi? No. Si continua a curare un malato che rimane sempre tale e forse si ha interesse che tale rimanga”. Fece capire che sì, noi avevamo dato voce a un manipolo di eroi della cooperazione che davano l’anima per i derelitti del mondo, ma dietro quei soldati al fronte c’erano grandi capi, tra i ricchi come tra i poveri, che avevano ben altri interessi. Nell’Africa in particolare vedeva la piaga atavica del tribalismo e della corruzione. “Non basta portare il pesce” aggiunse “bisogna insegnare a pescare”. “E’ proprio quello che sta facendo la Cooperazione, l’abbiamo visto con i nostri occhi!” reagì con forza Gavazzi. Ma Pertini fece spallucce e volle cambiare argomento. Parlammo un po’ del più e del meno. Poi si accomiatò da noi porgendo a tutti la  mano destra. Nella sinistra reggeva l’ inseparabile pipa. “Mi saluti tanto Giorgio Mondadori, grande editore” disse per ultimo a Gavazzi.
Una considerazione personale. Dopo tutto quello che di positivo avevo visto in Africa, la così poca disponibilità di Pertini a parlare della Cooperazione Italiana mi era sembrata davvero difficile da capire. Ma quando, nove anni dopo, Ilaria Alpi venne assassinata a Mogadiscio, mi chiesi se quel suo silenzio non avesse qualcosa di profetico.

Daniele Pellegrini (a sin) e Egidio Gavazzi (a ds) con il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, 1985

La svolta

L’incontro con il Presidente della Repubblica rappresentò l’apice del successo per Egidio. Forte delle tante copie vendute voleva che Giorgio Mondadori investisse su un suo progetto di nuove testate che gli aveva presentato. Giorgio Mondadori aveva già un suo progetto di espansione del gruppo – testate come Bell’Italia e Bell’Europa erano in cantiere – e non se la sentiva di impegnarsi contemporaneamente in altre avventure. Già c’erano state molte frizioni con l’editore che si acuirono vertiginosamente. Nel giro di pochi mesi Gavazzi ruppe con Mondadori e decise di mettersi in proprio, creando una nuova casa editrice.
Quanto racconto ora è personale, ma fa pur sempre parte della storia. I miei quattro anni di lavoro con Airone erano stati molto apprezzati non solo da Egidio, ma anche dall’editore. Quando Egidio mi disse “Me ne vado, devi assolutamente venire con me, faremo una casa editrice eccezionale” io mi trovai in totale crisi. Sì, perché ad Airone, alla sua grande qualità, ai redattori che ci lavoravano, all’editore,  ero molto legato. Non condividevo il contrasto con Giorgio Mondadori. Capivo che, lasciando nel momento di massimo fulgore, avrei fatto un salto nel vuoto. Quando l’editore seppe della proposta che Egidio mi aveva fatto, per un mese intero venni tempestato di telefonate perché ci pensassi bene. Anzi, mi resi conto che ero divenuto addirittura un motivo di contesa tra Gavazzi e l’editore.
Mi convocò l’amministratore delegato Giorgio Trombetta Panigadi, che mi voleva bene quanto Egidio. “Avvocato” gli dissi “sento di avere un debito di riconoscenza verso Gavazzi per tutta la fiducia che mi ha dato. Temo di dover lasciare Airone”. “Rispetto il suo coraggio” rispose “perché sa che Gavazzi da solo non ce la può fare. Ma facciamo così: vada con lui e fra un anno ne riparliamo. Airone, lei lo sa, è casa sua”. E così fu.

Egidio Gavazzi con le riviste da lui fondate (arch. Pellegrini)

Nel 1986, Egidio fondò la sua casa editrice. Fedele alla  passione per gli uccelli, la chiamò Edizioni del Cormorano. Voleva le migliori fotografie del mondo. Nominandomi capo dei servizi fotografici mi fece fare il giro del pianeta per contattare fotografi e agenzie fotografiche. Andai negli Stati Uniti, in Australia, in Giappone, a Hong Kong. Volle che portassi i suoi saluti anche al National Geographic a Washington, dove lui era già stato quando aveva fondato Airone. Allora non c’era internet e avere rapporti diretti era fondamentale.
Nell’idea di Egidio, le Edizioni del Cormorano dovevano essere più specializzate di Airone e toccare interessi sempre legati alla natura, ma più definiti. La prima testata fu Aqua, rivista geografica dedicata al mare e alle acque dolci. La seconda era in cantiere e sarebbe uscita un anno dopo:  l’avrebbe chiamata Silva, tutta natura e animali. Le altre, in progetto, dovevano occupare i vari settori del tempo libero e degli sport in natura.
Lavorai molto per Aqua, e anche per la nascitura Silva. La passione aviatoria di Egidio non venne meno e mi mandò a fotografare gli idrovolanti del lago di Como.
Aqua, magnifica, ebbe un esordio lusinghiero, all’altezza delle aspettative di Egidio, ma era anche il 1986, non più il 1981. Airone era un colosso inattaccabile e tante altre riviste di qualità, di natura e di viaggio, erano nate nel frattempo. Egidio sperava che le vendite sarebbero andate a crescere come era stato trionfalmente per Airone, ma non fu così. Apparve con sempre maggiore evidenza che la qualità così elevata aveva un costo che non era proporzionato alle entrate. Egidio non voleva ridurre le sue riviste a giornaletti e le sue difficoltà furono chiare.

Uno dei reportage pubblicati sulla rivista Aqua, 1987 (ph. Daniele Pellegrini)

Il suo sogno stava ormai incrinandosi, quando, un anno dopo, puntualmente, l’Avvocato Giorgio Trombetta Panigadi mi telefonò: “Allora Pellegrini, cosa le avevo detto? Airone è la sua casa, ricorda?”. Per me fu il richiamo della foresta.
Lo devo dire: avevo voluto seguire Egidio per riconoscenza, ma il suo nuovo progetto, anche se raffinato, mi interessava sempre meno. Io volevo continuare a produrre servizi di grande respiro culturale in tutto il mondo, come Airone mi prometteva, mentre le prospettive con la nuova casa editrice erano di servizi molto specialistici e di settore. Airone mi spalancava le porte e questa volta non potevo rifiutare.
Con tristezza dissi a Egidio che la nostra fantastica avventura insieme era destinata a concludersi e io dovevo pensare al mio futuro. So che ci rimase molto male, perché vedeva nella mia defezione la conferma di uno stato di cose che non voleva ammettere. Ma capì. Non poteva non capire. E non gli feci mancare la mia gratitudine.    
Fu così che nel 1987 tornai ad Airone, cioè “a casa”, accolto dal nuovo direttore Salvatore Giannella, che nel frattempo aveva raggiunto un venduto straordinario di 250mila copie. Vi rimasi fino al 2003 quando ormai Urbano Cairo aveva acquistato la Giorgio Mondadori, portando nuove idee. Ultima mia direttrice ad Airone fu proprio Eliana Ferioli, grande professionista, inossidabile, che mi aveva presentato a Gavazzi tanti anni prima. Anche lei lasciò poco dopo.
Silva, nata all’indomani del mio addio, per quanto bella, trovò un mercato ormai saturo e venne chiusa. Aqua venne ceduta e convertita in rivista per subacquei. Agli alti costi di produzione si era sommato un altro elemento di crisi: le scarse entrate derivanti dalla pubblicità, storicamente assai avara nei confronti delle pubblicazioni culturali. Egidio si ritirò a vita privata, continuando a coltivare le sue passioni. Nel 1992 tornò prepotentemente sulla scena. Entrò in contatto con il Touring Club e fondò un’ultima rivista, di reportages di viaggio: Alisei. Testata  spettacolare, accattivante. Il primo numero aveva in copertina, guarda caso, un aereo biplano rosso, in volo, ripreso da una fotocamera piazzata su un’ala. Ma anche al Touring Club Egidio ebbe contrasti con la proprietà e dopo pochi numeri dovette lasciare la direzione. La sua bellissima creatura Alisei continuò per un po’, ma ebbe analoghi problemi di mercato e fu chiusa. La crisi della carta stampata ormai era iniziata.
Egidio viveva tra Milano, Londra e la Svizzera e io, impegnato com’ero con Airone nei miei viaggi intorno al mondo, lo sentii raramente.  Ma sapevo che continuava a volare, con gli uccelli del cielo e con gli aerei. Nel 2005 scrisse un libro, Desiderio di volo (Sironi Editore) nel quale spiegò come da bambino sognando il volo degli uccelli, si identificò nel nibbio, che veleggiando a spirale alla base dei cumuli si lascia sospingere dalle correnti fino in Africa. Sognare non è banale. Quei suoi sogni tradotti nelle pagine delle sue riviste hanno fatto sognare milioni di italiani. E hanno contribuito in misura sostanziale a formare una coscienza ecologica, che ancora poco esisteva, in tutta una generazione.
Chissà cosa è successo il 19 giugno a Padova. Le condizioni per l’atterraggio erano ideali. “Aveva 84 anni…” si mormora. “Un malore”. “E’ arrivato troppo lungo sulla pista”. “Una distrazione”.  O forse guardava un nibbio su nel cielo.
Il suo desiderio di volo non si è spento nel cielo di Padova.

Il giro d’Italia a cavallo di Gitta Steffes, 1985 (ph. Daniele Pellegrini)
Daniele Pellegrini

Daniele Pellegrini

Nato nel 1945, fotografo documentarista, Daniele Pellegrini ha dedicato tutta la vita alla fotografia di viaggio. È stato iscritto nel Guinness dei Primati per aver compiuto il primo giro del mondo in camion (1976-’79).Ha prodotto oltre 200 grandi reportage lavorando per vent’anni come fotografo di staff del mensile Airone.Ha collaborato con le più importanti testate italiane e internazionali.
Daniele Pellegrini

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