Hyderabad: impatto shock in una città  irriconoscibile

A Hyderabad inizia il mio ennesimo lungo viaggio nell’India del sud. Completamente cambiata, la città mi ha   mostrato il volto nuovo dell’India protesa nel complesso cammino verso la modernizzazione. Superstrade e sopraelevate ovunque hanno mutato il  tradizionale skyline, fatto di minareti e palazzi sontuosi, bazar e tombe monumentali dalle cupole semisferiche.  Sono di fronte a un evento politico importante, che ha mutato ancora una volta la geografia dell’India. Cortei, fuochi artificiali, mortaretti e bandiere mi   raccontano quanto sta accadendo. Proprio in questi giorni è stata ratificata la divisione dell’Andhra Pradesh in due stati. La potente e consistente minoranza musulmana, che in Hyderabad ha il suo centro, è riuscita a realizzare le rivendicazioni nazionalistiche della cultura telugu portate avanti da anni.  Il governo di Delhi ha riconosciuto la costituzione dello stato autonomo del Telangana, porzione settentrionale dell’altopiano dell’Andhra. Più ricco, più evoluto, più moderno e più industrializzato della parte sud, prevalentemente agricola e quindi più povera, che forma così da sola il nuovo stato dell’Andhra Pradesh.

I commenti dei giornali sono stati  feroci,  hanno denunciano la manovra elettoralistica (   le elezioni politiche  si sono svolte   dal 7 aprile al 12 maggio) compiuta da Sonia Gandhi e dal Partito del Congresso, che lei dirige dopo l’assassinio del marito Rajiv: la spartizione assicura consenso e voti all’Indian National Congress Party, che secondo i sondaggi è in affanno per gli innumerevoli episodi di corruzione di cui i suoi esponenti sono stati protagonisti.

Due episodi emblematici mi hanno confermato il nuovo corso. Ho incontrato a Hitec City, la parte nuova della città, che fa concorrenza a Bangalore (considerata la Silicon Valley indiana, dove si concentrano tutti gli uffici e i laboratori informatici delle multinazionali operanti in India e delle società indiane leader di questo settore), alcuni tecnici e ricercatori in pausa pranzo.  Sono  molto critici rispetto alla divisione che secondo loro indebolisce questo Stato che  da pochi anni sta uscendo dal sottosviluppo e riesce a contribuire alla crescita economica del resto dell’India. “Guardi il monumento che c’è all’ingresso di Hitec City. L’albero con il volto di un uomo inciso nel suo tronco e la chioma, costituita dai simboli monetari di tutte le principali valute mondiali, significa che l’unione è l’unica strada da percorrere se si vuole stare dentro gli attuali processi di globalizzazione. Le divisioni non pagano. Anzi rendono più deboli”.

Il giorno dopo, mentre cerco gli edifici indo-saraceni dalle gonfie cupole a bulbo, simili a palazzi dei nizam, capito nel cortile dell’Osmania General Hospital, costruito   ai primi del Novecento dai nizam di quegli anni.  C’è una  manifestazione di medici e infermiere che inneggiano al nuovo stato. “Perché ci darà più forza, più benessere, più modernizzazione anche nelle nostre strutture ospedaliere”, mi confida Abdullah Hosseir, responsabile del reparto  ginecologia.

 

Verso il futuro

La città (che ha superato ormai gli 8 milioni di abitanti) sorge, a 100 m di altezza, al centro dell’altopiano del Deccan ed è attraversata dal fiume Musi, affluente del Krishna, che divide la parte moderna,  con   i quartieri residenziali, commerciali, industriali e governativi (Secunderabad) da quella antica, attorniata dalle mura (1589) perfettamente conservate e  con 13 porte.

È la sesta città dell’India in ordine d’importanza e nodo di comunicazioni ferroviarie, stradali, aeree, centro industriale, commerciale (mercato delle pietre preziose), artigianale e tecnologico. Detiene tutte le funzioni superiori dello Stato e richiama ogni anno immigrati   dall’altopiano  e dagli Stati confinanti.  Hyderabad ha conservato le sue origini islamiche, mantenendo stretti rapporti con il mondo musulmano, in particolare con gli emirati del Golfo i cui magnati del petrolio vengono qui a cercare moglie. Nei bazar attorno al Char Minar echeggiano le cantilene dei venditori di braccialetti e i colpi del cadenzato martellare dei forgiatori d’argento. Si incontrano zingare con i banjara, abiti dai colori sgargianti, e donne avvolte in misteriosi veli neri. Nell’aria il dolce profumo del gelsomino si mescola all’acre odore dei kebab piccanti.

 

Dove l’induismo si fonde con l’Islam 

Le  origini  di Hyderabad sono legate a un avventuriero persiano, Quli Qutb, che fondò la vicina Golconda (1512) e l’omonimo regno, facendone uno degli Stati più ricchi del Deccan grazie alle  miniere di diamanti. La potenza dei suoi discendenti si consolidò e, qualche anno dopo, con la decadenza del regno di Vijayanagar, Mohammed Quli Qutb Shah (1580-1611) edificò Hyderabad, la cui fama di città dalle favolose ricchezze arrivava anche in Europa.  Seguirono i decenni bui della conquista moghul: Aurangzeb si impadronì di Golconda dopo un assedio di otto mesi (1687). Alla sua morte (1707) per l’impero moghul iniziò la decadenza e il subahdar (“governatore”) del Deccan, il giovane turcomanno Asaf Jah, si proclamò nizam-ul-molk (“pianificatore della terra”), fondando una dinastia che per sette generazioni dominò il paese e i cui rampolli furono considerati fra gli uomini più ricchi del mondo.

Nella seconda metà del Settecento scoppiarono lotte intestine a cui parteciparono su opposti fronti i francesi e gli inglesi. Ancora una volta la figura di Tippu Sultan dominò la scena: organizzò la resistenza contro gli inglesi  con i servigi dell’ufficiale francese Joachim Marie Raymond . Con la vittoria degli inglesi i nizam si posero sotto la loro protezione rinunciando al distretto di Berar e dimostrandosi fedeli alleati anche durante la rivolta dei sepoy (1857). Così conservarono il loro potere fino al giorno dell’indipendenza. L’ultimo nizam – contrariamente a quanto avevano fatto gli altri principi indiani che, per competere con gli inglesi, avevano scialacquato le proprie ricchezze in feste e in sontuosi palazzi – aveva accumulato tesori favolosi: nelle cantine della sua residenza custodiva un capitale in banconote e gioielli valutabile nell’ordine di decine di miliardi. Egli tentò di mantenere il proprio potere cercando di opporsi all’integrazione nella Federazione Indiana. Appoggiò con armi e denaro un movimento estremista musulmano che l’esercito indiano riportò all’ordine nel 1948.

 

Golconda fortezza superba

La strada dal centro sale verso la collina sulla cui sommità si staglia il Forte della Golconda. Nelle sue segrete non solo erano imprigionati i nemici catturati, ma anche erano conservate, in forzieri a prova di ladri, pietre preziose e diamanti. Fra questi il Régent di 137 carati, utilizzato per la corona di Luigi XV, e il Koh-i-Noor (“la Montagna della luce”) che fece parte del bottino di guerra di Aurangzeb. Nel 1852 fu offerto dall’ultimo moghul alla regina Vittoria durante una cerimonia nel forte di Lahore. Ora brilla nella Torre di Londra. Durante le sue tormentate peripezie il diamante si è molto ridotto: dai 700 carati iniziali è sceso agli attuali 360 per i tagli subiti passando di mano in mano.

Leggi gli altri Articoli del Reportage: Prima Parte – Seconda Parte – Terza Parte – Quarta Parte

 

Pietro Tarallo

Pietro Tarallo

Pietro Tarallo vive e lavora a Pieve Ligure, paesino sul mare vicino a Genova. Prima pubblicitario, poi insegnante, infine giornalista e viaggiatore, ha collaborato con numerose riviste, settimanali e quotidiani nazionali. 
Si è aggiudicato alcuni premi nazionali e internazionali, tra cui: Un libro per il Turismo, 1991; PATA, 1993; Pluma de Plata de Mexico, 1994; Premio per migliore Guida Turistica e Premio Adutei, 1995; XVIII Premio Letterario Castiglioncello-Costa degli Etruschi, 1995; Premio per il miglior articolo della stampa estera su Singapore, 1996; Premio eco-turismo Giandomenico Ducali, 2005; Premio Camogli, 2008; Menzione speciale del Premio Chatwin come autore di guide e Premio Il Gambero Rampante-Santa Margherita, 2009. 
Organizza ogni anno Il Salotto del Viaggiatore, presso Bagnara Gallery, via Roma 8, secondo piano, Genova, tel. 010.5957565, www.gigliobagnara.it, dove parla dei suoi viaggi.
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Pietro Tarallo vive e lavora a Pieve Ligure, paesino sul mare vicino a Genova. Prima pubblicitario, poi insegnante, infine giornalista e viaggiatore, ha collaborato con numerose riviste, settimanali e quotidiani nazionali. 
Si è aggiudicato alcuni premi nazionali e internazionali, tra cui: Un libro per il Turismo, 1991; PATA, 1993; Pluma de Plata de Mexico, 1994; Premio per migliore Guida Turistica e Premio Adutei, 1995; XVIII Premio Letterario Castiglioncello-Costa degli Etruschi, 1995; Premio per il miglior articolo della stampa estera su Singapore, 1996; Premio eco-turismo Giandomenico Ducali, 2005; Premio Camogli, 2008; Menzione speciale del Premio Chatwin come autore di guide e Premio Il Gambero Rampante-Santa Margherita, 2009. 
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