kenya

di Massimo A. Alberizzi*

Tutti a casa comincia il coprifuoco”, con la voce tonante in swahili e in inglese da qualche giorno, alle 18,30 del pomeriggio l’ufficiale di polizia invita tutti i clienti del supermercato Carrefour del grande centro commerciale “Two Rivers”, aperto un paio d’anni fa a Nairobi, a sgombrare. Dalle 19 fino alle 5 del mattino ci si deve sbarrare nella propria abitazione. In Kenya le ordinanze per tentare di limitare i contagi si sommano con gli incoraggiamenti a stare a casa. Ma i risultati si vedono solo nei quartieri residenziali della capitale e della città portuale di Mombasa. Nei villaggi sperduti del nord e del centro del Paese la vita promiscua di tutti i giorni continua imperterrita.

Le scuole sono ufficialmente chiuse, i locali pubblici deserti, gli uffici desolatamente vuoti e gli aeroporti sprangati con i voli di linea cancellati. La comunità italiana, la più numerosa del Paese dopo quella britannica, è preoccupata. I nostri connazionali – che vivono soprattutto a Malindi – hanno tempestato di telefonate l’Ambasciata Italiana, chiedendole di organizzare un viaggio per poter rientrare in patria. Non c’è stato niente da fare: un primo volo, al quale era stata chiesta ospitalità, organizzato dalla Kenya Airways, era previsto solo fino ad Amsterdam, dove avrebbe abbandonato in Olanda, in una inquietante incognita, i viaggiatori. Sarebbe inoltre costato, per la sola andata, ben 2900 euro. Puro sciacallaggio. Un secondo organizzato dalla compagnia charter Neos, con rotta Mombasa-Nairobi-Malpensa, sarebbe costato, sempre per la solo andata, 1400 euro. Mentre un volo fuori stagione, com’è ora, verso il Kenya, costa normalmente sui 600 euro, ma si trova anche sotto i 500 euro. Dal Kenya verso l’Italia e ritorno 700/800 euro.

Il coprifuoco in tutto il Paese, comunque, non è stato imposto per motivi sanitari, ma perché si teme che la chiusura delle attività produttive, la perdita dei salari e la penuria di generi alimentari possano scatenare un’ondata di violenza con l’assalto a negozi, banche e case private.  Un pericolo che il governo vuole scongiurare.

Il Kenya gode di un servizio sanitario privato di tutto rispetto, ma limitato solo alle grandi città. Le strutture pubbliche invece sono piuttosto carenti. I contagiati e i morti per coronavirus finora sono pochissimi secondo i dati ufficiali, non certo attendibili. Ma questo anche perché nelle zone rurali più isolate non sono stati fatti screening precisi e puntuali, come pure negli slums delle città più importanti. Mentre negli aeroporti, già da febbraio alle prima avvisaglie dello scoppio dell’epidemia, funzionari della sanità pubblica testavano la febbre ai viaggiatori.

Quanto durerà la crisi, ovviamente non si sa. Intanto nei supermercati gli scaffali si svuotano e la gente teme che il Paese, già colpito da una forte crisi economica dovuta al calo del turismo, possa piombare nel caos.

*Storico corrispondente del Corriere della Sera per quasi 30 anni e ora direttore del quotidiano online Africa ExPress (africa-express.info).

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