siwa shali
Un operaio porge a un suo collega un blocco di sabbia e sale soli materiali utilizzati nel restauro della fortezza © Daniele Pellegrini

Shali, parola che significa “la città”, è la capitale dell’oasi di Siwa ed è dominata dalle vestigia di una imponente fortezza che si erge in mezzo alle case moderne sul lato ovest della piazza principale. Fu costruita agli inizi del 1200 da un gruppo di quaranta persone che abitavano nel vicino villaggio di Aghurmi, dove si trova il celebre Tempio dell’Oracolo, ritenuto troppo poco sicuro per proteggersi dalle incursioni di popolazioni nomadi del deserto, i temibili Tebu, che spesso facevano razzie nelle rare zone abitate.

Per costruirla gli abitanti utilizzarono quello che avevano a disposizione facilmente e nelle vicinanze: una crosta di sale mescolata con argilla chiamata dai locali karshef e tronchi di palma. Il karshef si trova in enormi quantità sui bordi dei laghi salati che circondano l’oasi, resti dell’antico mare che ricopriva tutto il territorio venti milioni di anni fa.

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La fortezza di Shali è stata oggetto di un grandioso lavoro di restauro. Alcune vecchie abitazioni ospitano oggi un hotel e un caffè © Daniele Pellegrini

Dal periodo della fondazione il numero degli abitanti di Shali aumentò notevolmente e la città, racchiusa da poderose mura alte tra i quindici e i venti metri, non potendo espandersi in superficie crebbe in altezza occupando diversi livelli, mentre le abitazioni assunsero l’aspetto di tante torri. Un vero e proprio labirinto di piccole stradine la cui larghezza era stata calcolata in modo da permettere il passaggio solo di un asino con un carretto, mentre le case consistevano in stanzucce buie e anguste dove le famiglie vivevano ammassate. Nei punti di incontro di due o tre stradine vi erano gli unici spazi liberi utilizzati dagli abitanti come punto di incontro nella vita quotidiana e per occasioni speciali come matrimoni o funerali. Per sette secoli la popolazione dell’oasi visse in queste condizioni.

Ma il karshef, il materiale con cui venne costruita la città, non è fatto per durare senza una costante manutenzione e soprattutto ha bisogno di un clima secco. Nel 1926 e nel 1930 due eventi meteorologici segnarono l’inizio del declino della città: per la prima volta vi furono piogge torrenziali e le case di sale e fango incominciarono a sciogliersi. Molti abitanti si spostarono fuori dalle mura portando con sé gli oggetti pregiati asportabili e riutilizzabili come gli architravi di legno, travature fatte di tronchi di palma, le porte e le finestre. In poco tempo i muri crollarono, le antiche stradine si riempirono di detriti e la rocca si trasformò in un ammasso di rovine quasi impraticabili.

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Ricostruzione delle strutture di Shali © Daniele Pellegrini

Negli ultimi anni iniziarono però dei lavori di restauro e alcune antiche abitazioni furono trasformate in un hotel tipico chiamato Al Babinshall Heritage Hotel, dal nome dell’antica porta della fortezza. Successivamente la Comunità Europea insieme al Ministero delle Antichità e alla compagnia egiziana EQI (Environmental Quality International) diedero vita al progetto chiamato Revival of the Shali Fortress che prevede la ricostruzione di molti tratti di mura crollate e il recupero e la riabilitazione di svariati spazi dell’antica fortezza utilizzando gli stessi materiali e le stesse tecniche di sette secoli fa.

Salendo il ripido sentiero, che dal piano stradale si inerpica sulla collina sopra la quale fu costruita la fortezza, mi imbatto in numerosi operai, tutti siwani, che lavorano alacremente muniti di secchi, pale e degli stessi utensili usati dai loro antenati. Incontro anche Mina Magdy l’architetto che coordina i lavori sotto la direzione di due grandi esperti Emad Farid e Ramez Azmi. Mina mi spiega i concetti che guidano il restauro: “Dopo aver rimosso le parti crollate – precisa – abbiamo deciso di evidenziare tutte le strutture ricostruite con un colore diverso in modo che i visitatori possano sempre individuare le parti più antiche”. 

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Le mura di Shali oggi hanno riacquistato il loro antico aspetto. I punti bianchi, sovraimpressi nella foto, separano le strutture originali da quelle ricostruite © Daniele Pellegrini

La prima fase dei lavori si è conclusa nell’ottobre 2019 e ha permesso, tra l’altro, la ricostruzione e la riapertura al culto grazie anche al sostegno del British Council della bellissima moschea Moqbil la cui fondazione risale al 1203 e che era quasi completamente crollata. La fase conclusiva del progetto è prevista nell’ottobre 2020 con l’apertura di spazi espositivi destinati all’illustrazione dell’architettura siwana, a mostre fotografiche e artistiche e a una biblioteca nella quale saranno raccolti la maggior parte dei libri riguardanti Siwa e il suo territorio dal XVIII secolo ai nostri giorni.

L’inaugurazione del Revival of the Shali Fortress è prevista per la prima settimana di novembre 2020.

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alberto siliotti

alberto siliotti

giornalista, fotografo, documentarista e direttore editoriale di Geodia Edizioni. Specializzato in turismo archeologico e naturalistico, in particolare modo sul Medio Oriente, Mar Rosso ed Egitto, paese sul quale ha pubblicato oltre venti libri e guide. Ha collaborato con numerose riviste naturalistiche ed archeologiche (Archeologia Viva, Airone, Quark) e da oltre vent’anni con l’America University in Cairo per la quale ha creato la celebre collana Egypt Pocket Guides, guide illustrate tascabili con oltre quindici titoli in cinque lingue. Esperto del Sahara e dei Parchi Nazionali dell’Egitto ha diretto numerose spedizioni scientifiche nel Sahara e collabora con IUCN, UNDP, la Cooperazione Italiana allo Sviluppo e il Ministero Egiziano dell’Ambiente, enti per i quali ha realizzato le mappe e le guide del White Desert National Park, del Gilf Kebir National Park e dello Wadi el Gemal National Park.