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Fra i molti Italiani bloccati dal Covid 19 all’estero c’è anche Emanuele Giordana, giornalista di lungo corso, che ha raccontato il mondo anche in numerose trasmissioni radiofoniche Rai e ha scritto diversi reportage e saggi sull’Asia e un racconto lungo sul viaggio in Oriente degli anni Settanta, Viaggio all’Eden, uscito nel 2017 per Laterza. Nel 2019 ha curato La grande Illusione. L’Afghanistan in guerra da 40 anni per Rosenberg&Sellier. In questo articolo ci racconta la situazione attuale del Myanmar, di cui i media attualmente si occupano molto poco.

di Emanuele Giordana

A tutti noi fa un effetto strano vivere incatenati dal lockdown. Ma fa ancora più effetto se questa prigionia la si vive in un altro continente. Quando si viaggia si vede il mondo, in particolare il mondo da cui proveniamo – il Vecchio Continente – con altri occhi. Ma viaggiare è più che altro un’introspezione, un viaggio dentro se stessi.

Se si resta a lungo in un posto – cosa che al viaggiatore non succede – le cose cambiano. L’osservazione del nostro mondo diventa ogni giorno più asettica, meno coinvolta e sempre più lontana non solo fisicamente. E ciò consente forse di vedere meglio i difetti della cultura che ci appartiene. Diventiamo più empatici col Paese che ci ospita e più critici verso il nostro mondo di provenienza, malato di eurocentrismo e di una elevata considerazione della   Civiltà Europea, araldo di democrazia, convivenza pacifica, diritti universali, conquiste del lavoro. È davvero così?

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Da un mese e mezzo sono bloccato a Bagan (l’antica Pagan) in Myanmar, luogo di struggente bellezza. Ma se prima guardavo pagode e conventi, ora guardo le persone. Se osservavo antiche muraglie e templi tondeggianti di mattoni rossi, ora osservo la fila rigorosa al supermercato e quei posti di blocco dove i cittadini del quartiere – non la polizia – ti fa scendere dalla bici per lavarti le mani e misurare la febbre. Non per coercizione ma per partecipazione.

Forse vittima della sindrome dell’expat che – giustamente difende il Paese che lo ospita e lo tollera – non posso non paragonare quel che vedo a quanto leggo del mio Paese e ancor più del mio Comune di residenza: Crema. Uno dei luoghi più vessati dal virus nel pianeta. Leggo le polemiche, gli ospedali costati milioni e inservibili, l’esposizione di medici e infermieri senza protezione, il cicaleccio maligno della politica nel suo rumoroso aspetto peggiore che è quello di sfruttare la tragedia a fini elettorali.

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In Myanmar, con tutti i difetti di un Paese per lustri dittatura militare e nell’occhio del ciclone per il dossier Rohingya, le cose vanno diversamente. Con un centinaio di casi conclamati e le misere risorse sanitarie di un Paese povero, le cose sembrano funzionare pacificamente e semplicemente nel migliore dei modi. Meglio che in Europa.

Lentamente il Paese si è chiuso in un lockdown soft ma che consente di vivere decentemente, fare la spesa, visitare amici. Purché con mascherina, lavandosi le mani all’ingresso dei quartieri, rispettando la distanza di almeno un metro. Verrebbe da pensare che sia l’effetto di una tradizione autoritaria oppure che è solo perché qui di test ne fanno pochi. Possibile ma non basta.

C’è un elemento culturale profondo che forse noi abbiamo perduto: il senso della comunità. Saperlo preservare è un atto di civiltà che mi ha fatto rivalutare i Birmani. La solidarietà, anche verso di me che sono un estraneo, permea le relazioni tra le persone in nome di un bene comune: la salute del nucleo di appartenenza anche per chi ne è ospite casuale. È,  come si usa dire oggi, “tanta roba”.

Credo che l’Europa – non parliamo degli Stati Uniti – avrebbe molto da imparare dall’Asia. Dal Myanmar, dal Laos, dal Vietnam, dalla Corea del Sud, da Taiwan. Paesi che hanno saputo combattere col virus in molti casi a dispetto di un sistema sanitario non sempre perfetto quando non quasi inesistente. Ciò vale incredibilmente anche per la Cambogia, un regime corrotto e anti democratico, ma dove sta funzionando lo stesso senso della comunità.

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Detto questo, benché io sia ormai in pensione, non posso mai dimenticare qual è il mio lavoro. Sono un giornalista, ossia un osservatore che ha il dovere di riferire. Un dovere etico semplicemente, che obbliga a dire, a scrivere.

Nell’ultimo mese una sessantina di civili sono stati uccisi nei conflitti tra autonomisti e Stato centrale in diverse regioni del Myanmar, soprattutto negli Stati federati Chin e Rakhine. Le ultime vittime in ordine di tempo sono 4 civili uccisi in uno scontro a fuoco il 22 aprile tra Tatmadaw, l’esercito birmano, e gli autonomisti dell’Arakan Army nel Chin, una zona particolarmente martoriata. Vittima della guerra – e di reciproche accuse – anche un autista dell’Oms che portava materiale medico, freddato su un ponte nello Stato del Rakhine.

Secondo fonti birmane, gli scontri armati stanno interessando anche gli Stati Karen e Shan del Nord. E ciò a dispetto di una tregua richiesta dalle fazioni combattenti e dalla società civile. Una tregua in nome dell’appello del segretario generale dell’Onu del 23 marzo reiterato da papa Francesco il 29. E rispedito al mittente dalle autorità militari birmane. Sono i chiari oscuri di questi tempi difficili dove al Covid-19 sembra continuare a sopravvivere la più distruttiva e drammatica della attività umane: la guerra.

*Attualmente direttore editoriale del portale atlanteguerre.it.

Redazione Neos

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