Alla scoperta del massiccio occitanico e delle sue vallate, crocevia di cultura e storia montane

Sembra una piramide, impervia e gigantesca. Si vede dalla pianura padana e domina le valli occitane che lo circondano, ma solo la mattina presto perché poi si incappuccia di nuvole. Con 3842 metri d’altezza il Monviso è il monte più alto delle Alpi Cozie.  “Re di pietra”, lo chiamano. Tra le sue rocce laghetti cristallini, stambecchi e rifugi d’alta quota. Nel maggio 2013 l’Unesco lo ha riconosciuto come Riserva della biosfera nazionale e transfrontaliera. Quasi trecentomila ettari tra le province di Cuneo e Torino che comprendono i due versanti del Monviso, il colle dell’Agnello e il colle delle Traversette e si estendono nei territori delle valli Maira, Varaita, Po, Bronda e Infernotto.  

Il giro del Monviso è un trekking storico: il primo ad aggirarlo fu J.D. Forbes, docente di filosofia naturale dell’Università di Edimburgo, nel 1839. L’escursione richiede tre giorni di cammino, ma non mancano itinerari da una settimana o gare sportive che lo aggirano in otto ore, di corsa.  I panorami sono aspri e severi, addolciti dai fischi delle marmotte e dalle stelle alpine.  Si parte da Pontechianale, in Val Varaita, tra le baite e i pascoli di mucche. La cultura provenzale è esibita con orgoglio da pochi abitanti rimasti: raviole, tomini e danze occitane al suono di fisarmonica, organetto e ghironda. Dal centro del paese si costeggia lo splendido lago sino alla diga. Quando fu costruita, negli anni ’40, sommerse una borgata: nei periodi di magra se ne intravedono i resti sul fondo del lago. Il primo giorno serve per raggiungere il rifugio Quintino Sella. Dalla frazione Castello (1600 metri s.l.m.) si cammina almeno cinque ore. Il dislivello è 1150 metri in salita e 150 metri in discesa. Si percorre la ripida mulattiera sino a raggiungere l’Allevè – il bosco di pini cembri più grande d’Italia, tra i più estesi di Europa – e si attraversano prati e pietraie sino all’alto Vallone delle Giargiatte. La nebbia e le nuvole vanno e vengono, una conca con centinaia di “omini” di pietra porta al Passo di San Chiaffredo (2764) che separa la Val Varaita dalla Valle Po. La natura è selvaggia, vicino ai laghi delle Sagnette c’è la neve anche d’estate. Il lago grande di Viso è proprio sotto la parete occidentale del monte, così come lo storico rifugio Quintino Sella, dedicato al fondatore del Cai. Siamo a 2640 metri sul livello del mare.  

Lago di Viso, foto di Massimiliano Salvo
Lago di Viso, foto di Massimiliano Salvo




Il secondo giorno è il più duro: per raggiungere il rifugio Viso, in Francia, bisogna camminare quasi sette ore. Il dislivello, sia in salita che in discesa, supera i mille metri. Si cammina ai piedi del Monviso tra laghi, morene e residui di neve. ll lago Chiaretto appare all’improvviso con un colore azzurro lattiginoso, poco sotto ci sono il lago Fiorenza e le sorgenti del fiume Po. Da Pian del re (2020) bisogna risalire per quasi mille metri. Da prati in fiore si arriva a pietraie con camosci e banchi di nebbia: la diroccata caserma delle Traversette domina un deserto di sassi. Il Passo delle Traversette (2950) unisce la Valle Po con la Valle Guil in Francia. C’è chi giura che Annibale passò proprio di qui – con un esercito di trentamila uomini e 37 elefanti – distruggendo la montagna con fuoco e aceto.  Anziché raggiungere la cima del colle si può arrivare in Francia attraverso il Buco di Viso, un tunnel di 75 metri che si addentra nella montagna. Fu scavato nel 1478 su un’idea del marchese Lodovico II di Saluzzo e si ritiene sia il primo traforo alpino nella storia. E’ indispensabile una torcia per attraversarlo, l’uscita nel versante francese è tra la roccia e la neve, alta più di quattro metri anche d’estate. Il rifugio Viso si vede in lontananza, nell’alta Valle del Guil, a 2460 metri. Il terzo giorno si ritorna a Pontechianale con sei ore di cammino. Si lascia la conca di pascoli e si ritorna in Val Varaita attraverso il passo di Vallanta. Il dislivello è 350 metri in salita e ben 1200 in discesa. 

Lago Chiaretto, foto di Massimiliano

La vicina Val Maira, incastrata tra i monti, vive nuova popolarità grazie al film “Il vento fa il suo giro” di Giorgio Diritti. La valle è vittima di uno spopolamento inarrestabile: paesi che all’inizio del secolo scorso avevano più di mille persone sono ridotti a meno di cento abitanti. La piccola Elva divenne famosa alla fine degli anni ’80, quando l’Istat la indicò come paese più povero d’Italia. Ma si riscatta con paesaggi meravigliosi, una chiesa antichissima e un passato di fama europea. Dalla seconda metà dell’Ottocento sino alla prima del Novecento, Elva era infatti il paese deipelassiers, i raccoglitori di capelli per parucche. Cercavano chiome femminili nei paesi vicini, all’inizio dell’autunno partivano per Lombardia, Veneto e Friuli in cerca di belle capigliature: in cambio offrivano stoffe, pizzi o foulard. Ritornati a Elva, li pettinavano e li suddividevano per inviarli ai grossisti,  che ne ricavavano le pregiate parrucche per i Lord e le dame aristocratiche d’Europa. 

Il paese di Chianale chiude la Val Varaita. E’ uno dei borghi più belli d’Italia grazie ai suoi tetti di lose, le pietre, le vecchie travi, il suo cuore d’ardesia. Costruito lungo l’antico Chemin Royal, la strada del sale  che portava in Francia, fu per buona parte del 1600 l´unico centro della valle dove era consentita la libertà di culto. Il ponte in pietra è il cuore del borgo, la piccola chiesa di Sant’Antonio è del XIV secolo. 

In cima al colle dell’Agnello, a 2744 metri, c’è il confine con la Francia. E’ il terzo valico alpino carrabile più alto d’Europa, la strada è aperta solo d’estate. Si scende dunque nel Queyras, dove si può fare rafting nel fiume Guil. A 2042 metri c’è Saint-Véran, il comune più alto d’Europa. Si sono da sempre chiesti cosa abbia spinto la popolazione ad andare a vivere lassù, dove il gelo dura mesi e le nuvole sono color dell’acciaio. Ebbene: trecento giorni di sole all’anno, campi di cereali e pascoli estivi. Una miniera di rame già nota quattromila anni fa e un cielo limpido, che sembra di toccare anche di notte, quando i monti scompaiono per far spazio alla volta celeste. Perché Saint-Véran è sul tetto del continente, e come dicono gli abitanti “è il paese dove i galli beccano le stelle”.

 

(l’articolo è stato pubblicato nel 2013 da viaggi.repubblica.it)

Massimiliano Salvo

Massimiliano Salvo

Sono nato a Genova nel 1986. Laureato in giurisprudenza, collaboro con Repubblica dal 2010. Nella redazione di Genova mi occupo di cronaca e spettacoli. Per Repubblica.it, L’Espresso.it, Il Venerdì e The Post Internazionale ho pubblicato reportage da Europa, Caucaso, Sudamerica, Asia, Africa e Medio Oriente. Il mio blogger di viaggio Mondograd è su L’Huffington Post. Parlo inglese, francese e spagnolo. Prima o poi andrò in Antartide.
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