Camion taxi in Arzebajan © Gianni Perotti

Costa Nord del Mar Nero

Dopo la visita notturna di Erevan e le foto del giorno seguente sul vicino Lago Sevan prese dall’alto della collina dove sorge l’austera, malinconica, sconsolata chiesa di San Giorgio in pietra marrone scuro, come tutte le chiese armene, ci inoltrammo in Arzebajgian verso Baku, ma alla vista di file interminabili di carri armati sovietici decidemmo di ripiegare su Tibilisi.

Nella piazza centrale erano posteggiate delle auto delle quali in Occidente non si era sospettata l’esistenza (Zastava Yugo e 101, la Zaz Yalta, la Zil, la Stavod) e tra queste anche una BMW roadster del 1939, un pezzo raro che uno dei nostri amici voleva assolutamente comprare per tornare in Italia con quella. Dissuaso dallo stato della meccanica decidemmo di andare a mangiare.

Il ristorante era enorme. In fondo si intravedeva una schiera di camerieri seduti a chiacchierare in assenza di clienti. Una volta accomodati su scranni medioevali e attorniati da questi zelanti servitori in livrea, indicammo con il dito qualche piatto di un massiccio menù in legno intarsiato, ricchissimo di voci in rosso, in verde e in tedesco oltre che in russo. Dall’espressione contrariata e dispiaciuta dei camerieri ad ogni nostra scelta, capimmo che forse era meglio chiedere cosa c’era di disponibile. Molto imbarazzati ci fecero capire di avere solo insalata di carote e delle uova. E, come bibita, solo vodka. L’esibizione del massiccio menù era una sorta di rispetto per lo straniero o una formalità.

Tibilisi © Mostafa Meraji

Dopo le uova fritte ripartimmo per esplorare questa fertilissima terra dove vedevamo contadini al lavoro in campi pieni di ogni ben di dio: melanzane, fagiolini, pomodori, bamia (okra in inglese), coltivazioni di tè, mucche, caprette e pecore al pascolo. Ci fermammo per vedere meglio questi raccolti e soprattutto per capire perché invece i negozi e i ristoranti erano assolutamente sprovvisti di viveri. Una famiglia di contadini ci persuase a fermarci a pranzo nella loro modesta cascina. Dalla cucina uscivano arrosti, melanzane con carne, insaccati, cetrioli sottaceto avvolti in foglie di lardo, piatti di riso pilaf e lenticchie, torte di verdura e molto, molto vino. In fondo è qui che Noè piantò la prima vite. A fatica riuscimmo a partire la mattina del giorno dopo, ma i georgiani ci avrebbero ospiti ad libitum. Stivammo angurie, melanzane, uva e uova sulla Toyota e ripartimmo verso Ovest.

In Armenia quasi tutti gli uomini si chiamavano (e forse ancora oggi) Armen, mentre i georgiani portavano il nome di Josef, cioè Giuseppe (da Stalin che era georgiano). Le rare targhe delle indicazioni stradali erano illeggibili mentre in Russia, con qualche cognizione di greco antico (l’alfabeto russo nasce da una derivazione dell’alfabeto greco del monaco evangelizzatore bizantino Cirillo del IX° secolo) ci si poteva orientare più facilmente. 

Procedendo in direzione Ovest, lungo il periplo del Mar Nero, la strada ci portò verso la Crimea. La carreggiata era spesso occupata da mandrie di mucche sdraiate sull’asfalto per cui bisognava dribblare di continuo circumnavigando i corpi ed evitando i camion i quali, procedendo in senso opposto, facevano la stessa cosa.

Dopo chilometri e chilometri di piantagioni di tè alternate a mais, girasole e segale, girammo verso le montagne del Caucaso per cercare un posto più fresco dove dormire. Dopo le prime colline trovammo un cartello con indicazione in legno e il disegno di tende dipinte a colori sbiaditi. Pensammo ad un camping o a una struttura di vacanza, per cui ci inoltrammo tra le montagne.

Accanto a una specie di campeggio con capanne recintate da filo spinato, c’erano gruppi di uomini che scambiammo per cacciatori per via dei fucili. Erano molto stupìti di vedere un’auto di turisti con la targa di Roma, così spiegammo loro che non eravamo romeni, ma italiani in vacanza, e cercavamo un posto dove dormire. Un po’ perplessi ci dissero di entrare nel recinto e si misero a guardia della nostra auto e della nostra incolumità per tutta la notte. Un anno dopo capimmo, leggendo i giornali, che eravamo entrati in una zona rivendicata da gruppi islamisti dissidenti, forse ceceni o altre comunità ortodosse, non in grande armonia né con i georgiani né con i russi e forse nemmeno tra di loro. Non sapremo mai come sfuggimmo ad un sequestro.

La notte successiva presso la città di Soci facemmo conoscenza con un gruppetto di studentesse di architettura di San Pietroburgo in missione scolastica. Ci dissero che per la notte avrebbero potuto ospitarci nel loro campo. Tranquillizzati, verso sera ci inoltrammo per stradine di campagna fino al loro campo. Ma era un campo di patate con tre tende nel mezzo. Dormimmo nelle nostre tende in una notte illuminata dai fuochi lontani di giacimenti petroliferi.

Pest: forralt bor, bevanda calda a base di vino, spezie e agrumi © Gianni Perotti

Ma il viaggio non era finito, altre complicazioni erano in agguato. Tra Georgia e Russia non c’era nessun confine né fisico né amministrativo, così il giorno dopo ci trovammo a Soci, anzi, proprio all’aeroporto cittadino dove la strada sembrava finire al parcheggio. I nostri due amici, stanchi di viaggiare sul sedile di ferro, colsero al volo l’occasione di prendere un aereo per Yalta, dove ci saremmo incontrati il giorno successivo. Confondendosi tra la folla dei passeggeri e usando qualche parola di russo appena appresa, comprarono due biglietti al prezzo popolare (il corrispettivo attuale di circa 3 €), invece che al prezzo turistico (300 volte di più) e partirono.

Tra Soci e Yalta ci sono circa 700 Km. A metà strada, all’inizio di una lunga discesa, il piede del freno affondò fino alla lamiera senza trovare resistenza. Dopo un attimo di panico, scalando le marce e poi tirando adagio il freno a mano, ci fermammo ai bordi della strada. Sotto la macchina si formò subito una bella chiazza d’olio verde: il tubo di plastica dei freni era a pezzi. Utilizzando la forte resistenza del freno-motore (i motori a gasolio hanno il triplo della pressione di un motore a benzina), procedendo lentamente in seconda marcia e arrivammo alla fine della discesa.

Dopo pochi chilometri trovammo una grande officina per camion. Ci misero in una corsia accanto ad una pesante grata di ferro: da una parte c’erano gli addetti alla rimozione dei pezzi guasti, dall’altra, ben separati, gli addetti al montaggio dei nuovi ricambi, così non ci sarebbe stata occasione di organizzare un mercato nero di ricambi. Saldarono semplicemente un pezzo di tubo di rame all’impianto idraulico dei nostri freni e in mezz’ora eravamo già in strada: non abbiamo mai più avuto problemi ai freni da quella data.

Prima di partire da Soci visitammo il grande dendrarium (parco di piante esotiche), vanto della città, sorvolandolo con una funivia. Arrivati a Yalta visitammo la villa Livadjia dove Stalin, Roosevelt e Churchill l’11 febbraio ’45 firmarono il trattato di pace, e prendemmo il sole in piedi sulle spiagge del Mar Nero, come usano i russi per abbronzarsi da tutti i lati del corpo.

La Toyota di Perotti al porto di Yalta © Gianni Perotti

A Yalta era ormeggiata una grande nave bianca. Chiedemmo per pura curiosità dove era diretta e ci dissero che l’indomani mattina sarebbe salpata per Odessa, dove anche noi eravamo diretti. L’idea di un viaggio su una nave russa ci sedusse subito. Si poneva il problema dei biglietti, forse risolvibile per i passeggeri, ma non per l’auto in quanto la nave, per la scarsità di auto private in circolazione, non prevedeva né un garage né un portellone di ingresso.

Sostammo a lungo sulla banchina. Verso sera un ufficiale della nave che parlava correttamente inglese si interessò al nostro caso. Ci disse di tornare con la macchina dopo la mezzanotte. Avrebbe aperto un portellone laterale per farci entrare nella stiva con la nostra auto, insieme alle merci. Nessuno ci chiese un documento, un biglietto, una mancia, nemmeno i nostri nomi.

Ci trovammo così a bordo in qualità di clandestini, con la raccomandazione di non salire in coperta dove c’erano controlli all’ingresso delle mense. Con nostra grande sorpresa nella stiva non eravamo soli: altre due vetture russe Fiat di Togliattigrad color verde marcio dirette a Costantinopoli e una barca a vela trainata su carrello da una Lada Niva con un equipaggio proveniente da Iskitsk che sbarcando ad Odessa avrebbe fatto un viaggio verso le coste bulgare. La barca era piena di bottiglie di vodka, per cui senza cibo ma molto dissetati ci addormentammo come angioletti.

Odessa, scalinata ©Julian Nyča-Creative Commons

A Odessa cercammo del cibo, ma oltre a quello di strada distribuito ovunque (pannocchie di mais abbrustolito, salsicce e castagne) e alla bibita (una sola: il sock o succo di mirtillo o di albicocca) distribuita agli angoli delle strade e spillata da enormi botti di legno, non si trovava altro. Nei grandi magazzini o supermarket le superfici metalliche degli scaffali luccicavano sconsolatamente sotto le luci al neon. In alcuni negozi deserti c’erano grandi quantità di un solo tipo di merce: a volte carta igienica, a volte spazzolini da denti o pannolini per bebè, mentre le boutique di bigiotteria straripavano di gente. Lungo le strade minute nonnine e vecchietti canuti vendevano scialli di lana, maglioni fatti a mano e calze. Gli scialli e le coperte erano leggere come piume ma caldissime. Mia moglie li usa ancora oggi in inverno, trovandoli più confortevoli e caldi del cachemire o di qualsiasi pelliccia.

Aspettammo sulle famose scale immortalate da Sergej Eisenstein nel film La Corazzata Potémkin in attesa che passasse qualche mamma con la carrozzella, come nel film, per immortalare la scena con la macchina fotografica, ma fummo delusi. Nessuna mamma passa più di qui.

Budapest, terme Gellert, mosaici © Gianni Perotti

Da Odessa incominciò il viaggio di rientro attraverso la Moldavia, la Romania, Ungheria e Austria. A Budapest ci fermammo un paio di giorni per immergerci nelle acque calde delle piscine Gellert di Buda tra massaggi e saune per lasciarci alle spalle le fatiche e i disagi del lungo viaggio. A Milano ci aspettavano le pratiche di denuncia della perdita della Hi Lux e la richiesta di rimborso dell’Assicurazione, arrivata, in parte, dopo due anni.

 

Giovanni Perotti

Giovanni Perotti

Architetto per formazione, giornalista per curiosità e professione, ha attraversato tutti i settori dell’informazione senza lasciarsi coinvolgere in nessuno di essi. Redattore di Casa e Uomo Vogue, viaggiatore per il Corriere della Sera e Capital (America, Africa, Australia), ha attraversato a piedi il deserto dell’Akakus. È andato in auto ovunque (da Cabo San Luca a Pechino – via Dakar, Darwin e Malaysia). Ha partecipato ai raid più tosti comprese la Parigi-Dakar e la Harricana (Labrador) facendone la cronaca. Come architetto sta portando a compimento il Progetto UNESCO per gli Ksour tunisini.
Giovanni Perotti

Latest posts by Giovanni Perotti (see all)

Giovanni Perotti
Architetto per formazione, giornalista per curiosità e professione, ha attraversato tutti i settori dell’informazione senza lasciarsi coinvolgere in nessuno di essi. Redattore di Casa e Uomo Vogue, viaggiatore per il Corriere della Sera e Capital (America, Africa, Australia), ha attraversato a piedi il deserto dell’Akakus. È andato in auto ovunque (da Cabo San Luca a Pechino – via Dakar, Darwin e Malaysia). Ha partecipato ai raid più tosti comprese la Parigi-Dakar e la Harricana (Labrador) facendone la cronaca. Come architetto sta portando a compimento il Progetto UNESCO per gli Ksour tunisini.
Vai alla barra degli strumenti