Sebastiano Tusa

Il tragico addio al grande archeologo subacqueo e la sua grande eredità culturale.

Un incidente aereo è una delle maniere più terribili di morire. Perché avviene mentre si sta viaggiando sicuri degli incontri che avverranno dopo qualche ora, di progetti su cui spendersi una volta a terra.

Quando una tragedia del genere strappa via insieme a altri 156 passeggeri la vita di un infaticabile produttore di idee e realizzatore di progetti culturali come Sebastiano Tusa, una delle cose a cui si pensa subito è quanto e come, d’ora in avanti, sarà possibile riprodurre l’impegno civile da lui portato avanti per una vita, in Sicilia e nel mondo. L’ultimo ruolo, quello assunto poco meno di un anno fa, di Assessore ai Beni Culturali della Regione siciliana è solo l’ultima facies di una poliedrica attività di studioso e di ricercatore, prestato alla politica.

Sebastiano Tusa è stato un viaggiatore nella Storia. Archeologo figlio d’arte, è il caso di dire. Suo padre Vincenzo, Accademico dei Lincei scomparso nel 2009, grazie agli scavi promossi nei siti archeologici di Selinunte, Marsala, Mozia, Segesta e Solunto si colloca tra i più importanti esponenti dell’archeologia classica e fenicio-punica, nonché tra i pionieri dell’archeologia subacquea italiana e mediterranea: lui che dichiarava di avere un grande timore del mare e di ritrarsene non appena metteva soltanto un piede nell’acqua. Sebastiano invece è andato oltre: ha sviluppato quel patrimonio conoscitivo con cui è entrato in contatto sin da ragazzino e lo ha ampliato attraverso missioni archeologiche in Italia, Pakistan, Iran e Iraq. In Sicilia, nel 2005 ha guidato scavi a  Mozia, riportando alla luce alcune banchine fenicie lungo la strada sommersa che conduce all’isola. Pantelleria è stata un’altra sua grande passione professionale. Nel 2008 sull’isola vulcanica realizzò un avvincente film documentario con Folco Quilici sulla civiltà preistorica dei Sesi, le misteriose costruzioni megalitiche presenti nella zona di Mursia e di Cimillia.

Ma il suo focus principale sono state le esplorazioni allestite sui fondali marini, soprattutto quelli delle Isole Egadi. Perché Sebastiano Tusa è stato un autentico uomo di mare, con una solida esperienza sul fronte della subacquea, affinata nelle acque di tutto il mondo. Soprattutto nel blu inconfondibile del Mediterraneo, dove, malgrado la continua predazione di oggetti antichi che arricchiscono gli affaristi del mercato nero dell’arte, giacciono ancora tante testimonianze cruciali. “È esso stesso un museo, il Mare Nostrum”, usava dire. Ragion per cui si è battuto a lungo per contribuire a conquistare un importante risultato. Quello di convincere la comunità internazionale che i beni archeologici sommersi sono un patrimonio di tutti e che la loro salvaguardia è improcrastinabile. A questo Tusa stava lavorando, con risultati concreti, anche su un’altra innovativa linea della loro valorizzazione. Ovvero quella secondo cui, quando e fin dove è possibile, si dovrebbe evitare di prelevare gli oggetti dell’antichità dal fondo del mare: “relitti, anfore, ceppi d’ancora – sosteneva l’archeologo palermitano – sono manufatti che raccontano. E lo fanno molto meglio laddove restano, sparpagliati o appositamente raggruppati, sott’acqua anziché nei musei, offrendo fermi immagine di naufragi avvenuti durante guerre, anche decisive o nel corso di operazioni di trasporto da una costa all’altra del Mediterraneo: proprio quelle attività che hanno reso il bacino un luogo di comunicazione e convivenza tra popoli.

L’alternativa, allora, è rendere fruibili questi siti. Grazie alla Soprintendenza del Mare, il braccio operativo da lui creato nel 2004 presso il dipartimento dei beni culturali della Regione per la la ricerca e  la valorizzazione dei beni archeologici sommersi in Sicilia, si contano oggi 23 itinerari sottomarini lungo i quali i reperti sono individuati e referenziati con tabelle esplicative. Tutti visitabili a condizione di essere muniti di brevetti subacquei e accompagnati dai diving center. Una potenziale piattaforma di sviluppo sul fronte del turismo culturale – come  tendeva spesso a rimarcare in occasione di interviste, sia al telefono sia a margine di convegni, citando recenti studi che dimostrano come l’appeal dei beni archeologici sottomarini si traduca in incrementi di presenze turistiche valutabili nell’ordine del 15% all’anno.  

Non sono pochi i ricordi del professore anche in occasione di immersioni condivise con tanti altri appassionati della subacquea. Uno in particolare, riguarda la fine degli anni ’90  sulla Secca della Formica, al largo di Porticello, 20 chilometri a est di Palermo. Con l’amico comune Alfonso Santoro, titolare del diving center Blue Shark e una delle guide subacquee più note in Sicilia, Tusa volle farsi condurre al ceppo d’ancora rinvenuto qualche giorno prima dallo stesso Santoro a 50 metri di profondità sul limite nord-ovest del terzo scoglio della secca: proprio dove si stende una rara colonia di corallo nero, organismo le cui infiorescenze sono in realtà di un bianco accecante (il nome deriva dalle microscopiche punte scure di questo corallo molle). Non essendo abilitato a raggiungere quella impegnativa profondità, mi fermai a circa 20 metri sotto la superficie, guardando scomparire nel blu il gruppetto di subacquei con Tusa e Santoro. A fine immersione, una volta a bordo, orecchie tese per il resoconto: l’archeologo non tratteneva l’emozione per due ragioni. Una era che quello era stato per lui il tuffo più profondo mai effettuato. L’altra, più sostanziale, era che quel ceppo d’ancora era senza dubbio d’epoca romana. Un ritrovamento importante. Quindi  –  disse –  bisognava affrettarsi a mettere sotto tutela il sito della Formica. Un provvedimento che arrivò a neanche una settimana da quel tuffo, emanato dalla Capitaneria di Porto in ragione della rilevanza biologica e, appunto, archeologica della piccola e preziosa area marina palermitana.

Grazie a quell’ordinanza furono interdetti sia l’ancoraggio sia ogni attività di pesca fino a 150 metri dal centro della secca. Col risultato di consegnare agli appassionati delle immersioni il sito più emozionante dell’intera costiera settentrionale della Sicilia, dove branchi di grossi pesci pelagici scorrazzano in limpidi scenari di vita acquatica, dove il corallo nero ha proliferato in maniera sorprendente e dove è successo ancora di reperire altri oggetti di probabile valore storico. Del resto – puntualizzava l’archeologo e paletnologo – “su questa scogliera che emerge in mare aperto da 90 metri di profondità nei secoli si sono schiantate molte navi ; e visto che ci troviamo a un miglio dal Monte Catalfano e le rovine di Solunto, da questi fondali potrebbero arrivare altre sorprese”.

Come quelle che sempre lui ipotizzò in occasione di un’altra intervista per un pezzo che scrissi sul progetto di scavi nel basso fondale della penisola di Magnisi, tra Melilli e Siracusa: l’antica Thapsos, dove oggi le scorie industriali delle raffinerie petrolifere hanno creato uno spesso strato, estremamente delicato da rimuovere, sotto il quale la presenza di importanti reperti archeologici è pressoché certa. Testimonianze che – sottolineò Tusa –  potrebbero schiarire molti misteri circa la presenza dei Micenei in Sicilia.

Allo svelamento di tanti altri arcani archeologici, lui è stato presente e protagonista. Per esempio durante le emozionanti operazioni di riconoscimento e recupero del Satiro Danzante, la mitologica statua bronzea probabilmente attribuibile a Prassitele, oggi esposta nell’ex chiesa di San Egidio di Mazara del Vallo, tirata su casualmente tra il 1997 e il 1998 dalle reti a strascico di un motopesca mazarese. E i ripetuti ritrovamenti dei rostri romani risalenti alla Battaglia delle Egadi del 241 avanti Cristo. Sedici in tutto, finora, quelli recuperati dalle acque di Levanzo grazie alla sinergia tra la Soprintendenza del Mare e la statunitense ‘Rpm Nautical Foundation’.

Quei rostri, tozzi rinforzi di piombo che i Romani sistemarono sulla prua delle loro triremi per speronare le navi cartaginesi, raccontava Tusa, sono la prova definitiva che quella battaglia navale avvenne non davanti a Favignana come si era a lungo creduto, ma nel tratto di mare tra Levanzo e Marettimo. “Se non fossero stati ideati questi oggetti oggi noi forse non parleremmo l’italiano – mi disse al termine dell’ultima intervista fattagli qualche anno fa –  riferendosi sempre alla rilevanza geopolitica della battaglia delle Egadi, momento clou per stabilire se l’egemonia nel Mediterraneo dovesse spettare a Cartagine o a Roma.

Era avvincente ascoltare Sebastiano Tusa quando parlava del museo di Lipari, dedicato a Luigi Bernabò Brea, il padre delle ricerche sulla civiltà eoliana. Lo ha sempre indicato come il secondo più importante spazio espositivo del mondo  sul fronte dell’archeologia subacquea, dopo il British Museum. E basta una sola visita a questo luogo nella maggiore delle Isole Eolie per constatare la notevole varietà di reperti, soprattutto anfore onerarie, recuperati nelle acque siciliane.

Quel suo tratto umano fatto di ironia, eleganza e generosità con cui illustrava il Mediterraneo senza alcun vezzo accademico, si accendeva ancora di più proprio quando si trattava di parlare dei giacimenti di bellezza della Sicilia. Quelli che descriveva anche agli studenti dei licei con le sue lezioni magistrali. Con la stessa passione si stava apprestando a mettere per l’ennesima volta in campo nuovi progetti. Li avrebbe presentati alla conferenza dell’Unesco a cui doveva partecipare a Malindi, dove era diretto a bordo di quell’aereo maledetto.

Riuscito a superare qualche anno fa una seria malattia, Sebastiano Tusa è scomparso così, a 66 anni. Da adesso ‘valore’, ‘innovazione’, ‘progettualità’ saranno per me i concetti che accompagneranno il ricordo degli incontri avuti con lui. Inclusi quelli casuali sugli aliscafi per le Eolie e le Egadi. L’anno scorso proprio il comune di Favignana gli assegnò la cittadinanza onoraria dell’arcipelago. Un riconoscimento accolto da Tusa con commozione. Quella che si proverà a lungo pensando a un tale fuoriclasse della cultura siciliana, italiana e internazionale, un visionario sempre composto e umile. Difficile immaginare come sarà colmato il vuoto che lascia, nell’attuale momento della Sicilia e del Paese.

 

Antonio Schembri

Antonio Schembri

Ha cominciato a lavorare con Il Resto del Carlino nella redazione centrale di Bologna e collabora dal 2000 con il gruppo Il Sole24ore. Scrive anche per The Good Life Italia e su alcuni magazine di viaggi e turismo (tra questi Marco Polo, Mondo in Tasca, Bell’Italia, in Viaggio e That’s Italia). Da Palermo, la sua città, lavora attualmente per la redazione del mensile Gattopardo e il magazine online Le Vie dei Tesori, occupandosi di innovazione, cultura e reportage di viaggio.
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