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Tutte le foto sono Gianni Perotti

L’aneddoto lo conoscono ormai in tanti: fu un esploratore francese, un militare alla scoperta del continente africano a dare il nome al fiume Senegal e di conseguenza a tutto il Paese. Risalendo per la prima volta il grande fiume, ad un’ansa, una delle piroghe carica di viveri si scioglie dalla fune da cui era trainata. La guida indigena se ne accorge ed urla al militare “Se ‘in ghal! Se ‘in ghal” che nella lingua locale significa “la piroga! La piroga se ne va!” L’ufficiale pensando che gli stesse indicando il corso del fiume ne trascrisse il nome sul taccuino e nacque il Senegal.

Dakar

Quando negli anni ’50 il giornalista di Paris-Review, a bordo della Fiandre intervistò Karen Blixen di passaggio a Dakar, la famosa autrice de La Mia Africa confessò candidamente: “Non sono scesa nella piccola Africa perché non ci sono i leoni!” 

A parte la faccenda dei leoni, che in verità c’erano eccome, la battuta della Blixen fu illuminante per quanto riguarda la definizione del Senegal inteso come Piccola Africa. Nei suoi modesti 200mila km/q (la vicina Mauritania ne conta oltre un milione, il Mali un milione e duecentomila) si ritrovano quasi tutti i tipici ambienti dell’intero continente africano: sabbie sahariane, foreste di baobab, grandi fiumi navigabili, spiagge oceaniche, riserve di animali e, nell’estremo Sud, al confine con la Guinea-Bisau, anche giungle equatoriali.

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Casamance

Il Senegal è il paese biologicamente più vario del Sahel, la regione situata a sud del Sahara, e ospita oltre 550 specie di grandi animali. È inoltre una zona importante per gli uccelli migranti, soprattutto quelli acquatici che ogni inverno vi fanno ritorno in gran numero dall’Europa, sostando nel Parc National aux Oiseaux du Djoudj, una delle più importanti riserve di avifauna del mondo, a nord di Saint-Louis. A dispetto della Blixen che identificava l’Africa con il solo Kenya, nel Parco Nazionale Niokolo-Koba incuneato tra la Guinea e il Mali, sono stati censiti 120 leoni oltre a 6000 ippopotami, migliaia di bufali, ma anche scimpanzé, elefanti e persino qualche leopardo.

Il profilo del Senegal osservato su una cartina geografica suggerisce la forma di un pesce con una larga bocca rappresentata dal fiume Gambia (e dal territorio dell’omonima nazione), la punta del naso sembra invece annusare la piccola isola di Goré. Sul naso appuntito del Senegal proiettato verso Goré e le Americhe, c’è Dakar, una città tipicamente africana che qualcuno tuttavia descrive come il capolinea del Metro parigino per via del gran numero di senegalesi presenti sulla Senna. Ma Dakar non è affatto la periferia della capitale francese anche se a volte, emergendo dalla stazione parigina di rue de Barbés, si fa una certa fatica e orientarsi in Europa.

Dakar è un grande porto commerciale ed è l’unico approdo importante tra Lisbona e Capo di Buona Speranza, ma per un capriccio del destino la città volge le spalle all’Oceano.

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Porto fluviale sul Niger a Nord di Dakar nel giorno di mercato che si svolge di domenica

Il centro storico è adagiato verso l’opposta insenatura che contiene la zona portuale, mentre l’espansione urbana è arrivata solo recentemente ad affacciarsi alle onde dell’Atlantico. Nemmeno il grande progetto architettonico promosso nel 2000 dall’Unesco mediante il concorso internazionale per un Memorial che ricordasse la fine della tratta degli schiavi è riuscito ad orientare lo sviluppo urbanistico verso l’affaccio oceanico. E dire che di fronte a Dakar dall’altra parte della traversata, si erge, a Manhattan, niente di meno che la Statua della Libertà.

La chiave di volta tra schiavismo e libertà è l’isola di Goré, dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’Umanità, struggente testimonianza di una realtà profondamente radicata nell’anima africana.

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Goré

A Goré (venti minuti di battello dal Porto di Dakar) visitando il piccolo Museo della Tratta ricavato in un edificio settecentesco dipinto di rosa dove convergevano i gruppi di schiavi rastrellati all’interno del continente africano in attesa dell’imbarco per le Americhe, il cuore istintivamente si stringe nell’immaginare la pena e il dolore che in qualche modo aleggiano ancora tra le pareti scrostate e i pavimenti di sabbia delle minuscole stanze.

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Monumento alla libertà a Goré

Ma l’atmosfera malinconica e un poco decadente dell’isola di Goré non ha nulla a che fare con il dinamismo e la vivacità della capitale senegalese. Una volta tornati sulla terraferma il consiglio è quello di non indugiare nel centro città perché nonostante i suoi viali alberati e gli hotel a 5 stelle risulta anonimo e un poco noioso, con edifici anni ’60 che avrebbero bisogno di un buon piano di restauro.

Dakar va ricercata nei quartieri accanto al mare, nelle viette dai marciapiedi stretti, un po’ città un po’ villaggio, dove il vento porta la sabbia ad accumularsi davanti alle porte sempre aperte dalle quali esce sovente il suono di un grammofono o il canto di una ragazza.

A Sacré Coeur ad esempio o a Yoff, nel Fann di Point-Est, ogni angolo dell’isolato è occupato da un caffè, per lo più locali modesti che si animano la sera con risvolti spesso divertentissimi. Basta poco, il pretesto di un arrivo o di una partenza, una ricorrenza in famiglia e tutta la via o il quartiere si trasforma in un festival di musica, di balli e di degustazioni. Le donne senegalesi, che siano wolof o sérere, mandinga o soninke, sono tra le più belle tra tutte le africane e gli uomini non hanno certo bisogno di fare palestra o pilates per migliorare il fisico.

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Una volta imparato ad evitare gli innumerevoli ragazzini si può girare anche da soli. Il segreto è di non farci caso, non guardarli o non rispondere a richiami o richieste. Fermarsi a rispondere, dialogare, fotografare o elargire doni è la cosa peggiore. Una scelta dolorosa perché i bimbi qui sono una meraviglia del creato, seduttivi e seducenti, ma terribilmente avidi e in gruppo possono diventare un problema: insaziabili, insolenti e aggressivi.

Dakar è una città giovane (la stazione ferroviaria anni ’30 e il Marché Kermel del 1910 sono i monumenti più antichi della città!) con giovani abitanti. La popolazione è in perenne movimento in una dinamica sociale e commerciale dai ritmi forsennati: un ristorante aperto in maggio, a luglio può essere già diventato una discoteca o trasformato in una rivendita all’ingrosso di arachidi (una delle maggiori risorse nazionali) e a settembre può diventare una Chiesa Battista o una Cooperativa di pesca.

Dal mercato del pesce (una gioia per il palato e un possibile safari fotografico) da Plage de Yoff risalendo la costa oceanica ci si può addentrare in quartieri tranquilli verso Guedawaye tra stradine di sabbia, giardini pieni di melograni, pesce messo a seccare sulle terrazze, profumo di jasmin misto all’aroma del tipico piatto della Grande Cote, il tiep bou dienn (pesce con il riso e le spezie).

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Bus del Senegal

Nel cuore del giorno, quando il sole cala a picco sulle stradine deserte ci si trova immersi in un quadro metafisico: una nuvola che passa, un colore, una porta che sbatte, una silhouette che fugge ridendo. Un attimo di assoluto silenzio poi il cuore ricomincia a battere.

I siti istituzionali da visitare si possono raggruppare lungo due classici itinerari: il primo è la passeggiata tra il Monumento all’Indipendenza a nord della città e la Grande Moschea al centro, alle spalle del Porto e della Stazione ferroviaria, l’altro parte del Mercato di Sandaga in direzione del Mercato Kermél e del Plateau dove c’è il Centro Culturale Francese.

Sia il Marché Kermél sia Centre Francais sono bellissime architetture coloniali, recentemente restaurate. In particolare le belle faillances che rivestono gli archi arabi ogivali degli ingressi del Marché sono opera del ceramista italiano Mauro Petroni. Al riparo dall’assalto turistico (e dal richiamo ossessivo dei venditori di strada) c’è il Marché Tilène, ai bordi della Medina. È il mercato dei dakaroises, degli habitués dove si trovano anche bei tessuti (i celebri pagne e qualche raro bogolan di provenienza maliana) e le perline di vetro che fanno concorrenza a quelle di Abijan e di Venezia.

Molti vi si recano per farsi un vestito. Gli uomini comprano la stoffa al mercato e la portano ai sarti che lavorano per strada o sotto i portici nei pressi dei Mercati. Aspettano al caffè di fronte e, ad un cenno del sarto, dopo meno di un’ora, ritirano l’abito. Per le donne il tempo è più lungo, si sa. Per entrambi l’eleganza è un valore fondamentale. Sotto il sole tropicale non c’è ragazza o signora che non esprima il suo charme muovendosi con grazia dentro un prêt-à-porter fatto esattamente al momento, spesso veri capolavori di forme e colori che nulla hanno da invidiare ai costumi delle sfilate di moda milanesi o parigine.

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Vecchia Dakar- Parcelles Assainies

Per molti turisti Dakar rimane confinata a N’gor, area del divertimento, delle spiagge, dei Club, dei grandi Hotel ai bordi dell’Oceano. Scendendo dall’aereo all’Aereoporto Léopold Sédar Senghor venti chilometri a Nord del centro città, le spiagge di sabbia dorata des Almaides sono a portata di sguardo. Pochi minuti di taxi e si è pronti per il primo tuffo. Di fronte, la bella isola di N’gor, con le sue ville residenziali piene di giardini, di gelsomini, buganvillea, di flamboyantes, fa da barriera alla furia dell’Oceano lasciando alle spalle chilometri di spiagge bagnate dall’acqua verde smeraldo di un Oceano le cui onde non fanno più paura.

Più lontano e poco più all’interno, il Lago Rosa rinnova il suo miracolo di colore ogni inverno, per via del sale e di un microorganismo che lo colora durante la stagione, diciamo così, fredda, dove le temperature raramente scendono sotto i 20 gradi in dicembre o gennaio.

La raccolta del sale, ammonticchiato in centinaia di piccole piramidi, continua dalla preistoria. Non più minacciato dall’arrivo della valanga sportiva del Rally Paris-Dakar (da qualche anno la famosa massacrante gara si svolge tra il Perù, Argentina e ora in Arabia), il lago e la sterminata spiaggia oceanica che dal lago prende il nome, rimane deserta durante tutto l’anno.

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Dakar: Parcelles Assainies

Tornando in città, gli amanti di arte africana possono visitare il Museo IFAN di Place de Soweto. Il museo espone una eccellente collezione di maschere, statue, strumenti musicali, utensili e attrezzi agricoli provenienti da ogni parte dell’Africa occidentale. Il bell’edificio bianco del 1906, situato cinque isolati a sud della Place, ospita il Palais Présidentiel, circondato da rigogliosi e riposanti giardini. Appena fuori dal centro c’è la grande Moschea costruita nel 1964 con il caratteristico minareto illuminato di notte. Da qualche anno la visita interna è vietata, segno dei tempi, invece la Cattedrale cattolica dedicata alla Vergine Maria (circa il 10% della popolazione di Dakar è cattolica), aperta a tutti, ma francamente il suo stile pesante e intimidatorio la rende ben poco attraente.

Tra il Museo di Dakar (etnografia e tessuti) e il Teatro Daniel Sorano si svolge la vita politica e culturale di Dakar. Politici, artisti, viaggiatori, giornalisti si danno appuntamento al Fouquet’s o al Lutetia che è il miglior salone di pasticceria oppure, percorrendo la rue Vicor Hugo dal carrefour Republique-Lamine-Gueye, si ritrovano al simpatico Café de Rome.

Gorée

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I particolari colori rosati delle strade di Gorée. Foto Antonella Verdiani

L’isola di Gorée è stata proclamata Patrimonio dell’Umanità dellUNESCO nel 1978. Sull’isola si trova la “Maison des Esclaves”, la casa degli schiavi dalla quale sono transitati milioni di africani strappati alla loro terra d’origine per essere portati, fatti schiavi, nelle Americhe. L’isola fu usata per gli imbarchi fino al 1848, anno in cui venne abolita la schiavitù. Le costruzioni dell’isola sono in stile coloniale, circondate di bougainvillea, le stradine di sabbia, gli edifici sono in pietra lavica.

Attualmente l’isola vive prevalentemente di turismo e commercio. Offre un buon numero di strutture ricettive e di ristorazione. Gli abitanti sono circa 2.000, in prevalenza di religione musulmana, con una forte percentuale di cattolici e con una significativa presenza di artisti: pittori, scultori, musicisti.

Sull’isola è presente la chiesa di San Carlo Borromeo, dove a Natale e nelle principali feste viene celebrata la funzione religiosa accompagnata dai canti e dalle percussioni di tamburi djembé.

Nella zona alta dell’isola, denominata “le castel” si possono ammirare i dipinti dei pittori qui residenti. Significativa la presenza di gruppi di percussioni, come gli Africa Djembé, che da molti anni conserva la tradizione della musica e dalla danza tradizionale di questa isola. Al centro di un giardino è stato innalzato uno strano monumento apparentemente incomprensibile se non se ne conosce la storia: si tratta di un modellino in scala 1:36 del Monumento alla Fine della Tratta.

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Ottavio di Blasi &Partners. Rendering del Progetto vincitore del Concorso UNESCO Memorial della Tratta, in collaborazione con Gianni Perotti

Il Progetto vincitore del Concorso internazionale indetto dall’Unesco, vinto da uno staff di architetti italiani*, si ispira alla piroga che ha dato il nome al Senegal e può richiamare anche una tipica maschera africana. Non essendo stato possibile finora iniziare la costruzione (alta 130 metri) il precedente Presidente Diouf ha voluto realizzare un modello in scala. 

Tra i siti di interesse oltre la Maison des Esclaves: il Museo della Donna e il Museo del Mare. L’isola si raggiunge con il traghetto dalla zona portuale di Dakar.

*tra i quali il sottoscritto

 Le 5 “emergenze” turistiche del Senegal (a parte Dakar)

  1. Louis e la Barberia (ambiente, storia e cultura)
  2. La “piccola costa” da Saly a Joal-Fadiouth e la foresta dei baobab (divertimento balneare e natura)
  3. In piroga nel delta del Saloum (avventura acquatica, esplorazione, animali)
  4. La Casamance, le spiagge, la foresta di mangrovie, santuario avicolo (relax e natura)
  5. Parco Nazionale Niokolo-Koba (avventura, animali, esplorazione off-road)

 

 

 

 

 

Giovanni Perotti

Giovanni Perotti

Architetto per formazione, giornalista per curiosità e professione, ha attraversato tutti i settori dell’informazione senza lasciarsi coinvolgere in nessuno di essi. Redattore di Casa e Uomo Vogue, viaggiatore per il Corriere della Sera e Capital (America, Africa, Australia), ha attraversato a piedi il deserto dell’Akakus. È andato in auto ovunque (da Cabo San Luca a Pechino – via Dakar, Darwin e Malaysia). Ha partecipato ai raid più tosti comprese la Parigi-Dakar e la Harricana (Labrador) facendone la cronaca. Come architetto sta portando a compimento il Progetto UNESCO per gli Ksour tunisini.
Giovanni Perotti

Architetto per formazione, giornalista per curiosità e professione, ha attraversato tutti i settori dell’informazione senza lasciarsi coinvolgere in nessuno di essi. Redattore di Casa e Uomo Vogue, viaggiatore per il Corriere della Sera e Capital (America, Africa, Australia), ha attraversato a piedi il deserto dell’Akakus. È andato in auto ovunque (da Cabo San Luca a Pechino – via Dakar, Darwin e Malaysia). Ha partecipato ai raid più tosti comprese la Parigi-Dakar e la Harricana (Labrador) facendone la cronaca. Come architetto sta portando a compimento il Progetto UNESCO per gli Ksour tunisini.

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