Il 23 maggio 2025, all’età di 81 anni, si è spento Sebastião Salgado, uno dei più grandi testimoni visivi del nostro tempo. Per chi, come me e i tanti fotografi che hanno cercato nella fotografia un modo per comprendere il mondo, Salgado è stato una bussola morale, prima ancora che un gigante dell’immagine.

La sua carriera si divide come un fiume in due rami. Il primo, poderoso e tragico, è quello in cui Salgado ha attraversato guerre, esodi, miniere e campi profughi, posando il suo sguardo sul dolore degli ultimi. Con il suo obiettivo ha illuminato la dignità (spesso violata) dei lavoratori in Gold e La mano dell’uomo, le catastrofi umanitarie in Esodi, e le ferite del nostro tempo con una coerenza e una pietas che pochi altri hanno saputo mantenere. Le sue immagini non erano mai semplici documenti ma grida silenziose, preghiere incise nella pellicola.

Poi è arrivata la frattura. Dopo aver visto troppo, Salgado ha sentito il bisogno di tornare alla vita. “Avevo perso la fiducia nell’umanità” raccontava. Così ha rivolto l’obiettivo altrove, verso la natura, gli animali, la forza originaria del pianeta. È nato così Genesi, un viaggio fotografico di riscoperta e rinascita, che ci ha ricordato quanto sia sacro il mondo anche quando l’uomo ne è assente.

Era tornato in Brasile insieme alla moglie Lélia Deluiz Wanick, artista, autrice e produttrice, a Vale do Rio Doce, la loro casa, per curarla, accudirla e riportarla in vita. Il progetto è iniziato nel 1998 con la fondazione dell’Instituto Terra, perseguendo un traguardo importante: l’impianto di un milione di alberi.

Oggi che se ne va, resta il suo sguardo; uno sguardo che ha saputo abbracciare il dolore e poi, con coraggio, scegliere la speranza. Per chi fotografa con rispetto, viaggia per capire e sogna di raccontare davvero il mondo, Sebastião Salgado non muore, diventa orizzonte.