È bianco come il marmo il Lardo di Colonnata, ed è legato visceralmente al borgo omonimo, collocato su un cocuzzolo, tra le cave di marmo delle Alpi Apuane, in Toscana. Si pensa che le sue origini risalgano all’epoca romana, quando i cavatori lo utilizzavano come fonte di energia e sostentamento, un cibo povero ma altamente calorico, ideale per affrontare le faticose giornate in cava. Nel tempo, la produzione si è affinata e specializzata. La ricetta e le tecniche di lavorazione sono state tramandate di generazione in generazione, mantenendo un legame fortissimo con il territorio. Questo ha portato al riconoscimento del prodotto come IGP nel 2004, a garanzia della sua autenticità e della sua produzione secondo metodi tradizionali. Affinato nelle conche di marmo: questo è l’elemento distintivo. Le lastre di lardo vengono stagionate in apposite “conche” (vasche) scavate nel marmo di Carrara, estratto dalle cave locali. Il marmo, grazie alla sua porosità e alla sua capacità di mantenere una temperatura e un’umidità costanti, agisce come un contenitore naturale che permette una stagionatura ottimale, senza l’uso di conservanti. Le lastre di lardo vengono alternate a strati di sale marino, pepe nero macinato, aglio e rosmarino fresco. Alcuni produttori aggiungono anche altre spezie come cannella, anice stellato o chiodi di garofano, secondo ricette segrete e tramandate in famiglia. La stagionatura dura almeno sei mesi, ma può arrivare anche a due anni. Durante questo periodo, il lardo assorbe gli aromi delle spezie e il microclima umido e fresco delle cave, che contribuisce a conferirgli la sua inconfondibile consistenza morbida e un sapore delicato e fragrante, con note dolci e salate.

Dove trovarlo:

Larderia il Poggio, Larderia la Volta, Larderia Mafalda e molti altri piccoli produttori

Arrivare a Colonnata significa immergersi in un paesaggio che sfida le leggi della percezione. Appena la strada sale da Carrara e si inoltra tra le pieghe delle Alpi Apuane, lo sguardo viene catturato da un’apparizione quasi onirica: le vette che circondano il borgo sembrano perennemente innevate, ma è un inganno ottico. Quello che brilla sotto il sole è il marmo, la spina dorsale di questa terra, che qui si manifesta in tutta la sua potenza primordiale.

Il borgo si presenta come un pugno di case di pietra grigia, aggrappate con tenacia a uno sperone di roccia. Da un punto di vista paesaggistico, Colonnata è un anfiteatro naturale di candore. Le cave, enormi ferite bianche aperte nel fianco della montagna, fungono da quinte monumentali, creando un contrasto netto tra il verde dei castagneti che risalgono i pendii e l’abbagliante astrazione del bacino marmifero. È un paesaggio “eroico”, dove ogni scorcio racconta la fatica dell’uomo e la maestosità della pietra.

Camminando tra i suoi vicoli stretti, ci si accorge che il marmo non è solo una cornice distante, ma la materia stessa del quotidiano. Lo si ritrova nei gradini levigati dai secoli, negli stipiti delle porte e nelle iconiche conche di stagionatura che riposano nel buio delle cantine. Qui il paesaggio non finisce dove iniziano le case: prosegue all’interno, nei microclimi umidi e freschi che rendono possibile la magia gastronomica del luogo.

Dalla piazza principale, il panorama si apre sui “ravaneti”, le spettacolari cascate di detriti che scivolano lungo i versanti come fiumi di luce solida. Non è un paesaggio statico, ma un’opera in divenire: il rumore lontano dei macchinari e il movimento dei blocchi creano una coreografia industriale che, paradossalmente, si armonizza con il silenzio delle vette.

Al tramonto, Colonnata regala la sua immagine più suggestiva. Mentre il fondovalle scivola nell’ombra e nel calore estivo, le pareti di marmo catturano gli ultimi raggi di sole, riflettendo un chiarore diffuso che avvolge il borgo in un’atmosfera sospesa, quasi sacrale. È in questo momento che si comprende l’anima del luogo: un avamposto di civiltà mineraria dove la natura, pur dominata, resta la protagonista assoluta di un orizzonte che non smette mai di stupire.

   

Fabrizio Lava

Fabrizio Lava

Fotografo ed editore, da sempre appassionato di viaggi, conduce da 5 anni il festival del viaggio di Biella.
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