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Il Presidente del Brasile Jair Bolsonaro dopo avere definito in un primo discorso televisivo il virus una “grippettina” enfatizzata dall’“isterismo” alimentato dai media internazionali, e “in Italia muoiono perché popolazione anziana”, ora sostiene invece che è “la più grande sfida per la nostra generazione” e ammette che per affrontarla sono necessari “unione e collaborazione” da parte dei poteri dello Stato, per “salvare vite, senza perdere posti di lavoro“.

Nel frattempo l’Abjd, Associazione dei giuristi brasiliani per la democrazia, l’ha denunciato al Tribunale dell’Aja per “crimini di lesa umanità derivati da un atteggiamento irresponsabile in merito alla pandemia”.

Il Brasile infatti si consolida con gli oltre 10.000 casi di Covid-19 come il Paese latinoamericano attualmente più colpito dalla pandemia. Nella morsa di Bolsonaro il Brasile sta vivendo momenti di notevole tensione sociale e politica. Anche nel settore culturale come racconta Alessandra Vannucci in questo articolo da Rio dove vive.

 Virus e la guerra alla cultura nel Brasile di oggi 

 di Alessandra Vannucci*

Ivana Bentes, Mirella e Barbara Tavella all’Associazione Voz da Comunidade, Complexo do Alemão, 10.3.2020

Scrivere dal Brasile, dove vivo e mi trovo al momento, ossia a Rio de Janeiro, pone spesso il problema di far media tra le condizioni di vita che emergono dai dati e dall’osservazione quotidiana e l’immagine che il paese tende a proiettare di sé. Ecco, sono già in imbarazzo perché so che, tra le idee di Brasile che possono esser venute in mente a ciascuno di voi che leggete, esistono contraddizioni tali da rendere poco credibile la testimonianza di chi ci vive.

Io faccio la regista e insegno all’Università Federale, cioè pubblica. Circolo in ambienti (come quello artistico e quello accademico) privilegiati da leggi intermittenti che premiano e celebrano le eccellenze, ma non garantiscono la continuità dell’arte e della ricerca come professione. La situazione attuale ha maturato una aggressività specifica verso la classe artistica e la classe docente, ossia in generale verso tutti coloro che pretendono di vivere di cultura, che era già latente nella maggioranza di voti dati nelle elezioni presidenziali dell’ottobre 2018 a Jair Bolsonaro, il quale di questa “guerra culturale” ha fatto un programma di governo cui si attiene con macabra coerenza.

Dovendo affrontare l’ascesa del coronavirus, con tre settimane di ritardo rispetto all’Italia, il Presidente ha assunto posizioni paradossali, come negare la letalità del morbo e tentare ripetutamente di interrompere l’isolamento (imposto a livello locale dai Governatori degli Stati) promuovendo agglomerazioni religiose e invitando la popolazione a tornare al lavoro. La campagna nazionalista del “gigante che non può fermarsi” (come recita il video promozionale messo in onda dal governo federale la settimana scorsa), con annesso appello alla speciale protezione divina (invocata dal Presidente questa settimana), magari contraddice i pronostici degli scienziati di tutto il mondo (della OMS come quelli locali), ma è persuasiva per il grande pubblico, anche perché legittimata dal nazionalismo patriottico che ha contraddistinto i diversi cicli recenti di questa Repubblica, dai tempi del populista Getulio Vargas, passando per la dittatura militare negli anni ‘70, ad arrivare a questo governo a cui piace identificarsi pubblicamente con quei regimi nient’affatto repubblicani e democratici.

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Si tratta di una curiosa declinazione del trumpiano “America first”; curiosa perché il Brasile è una democrazia diseguale in cui la forbice dell’accesso ai servizi (educazione, sanità, sicurezza per dirne tre basici) divide il paese in almeno due o tre paesi, tanto diversi tra loro come la Nigeria e la Svizzera; e tra questi comprenderete quale è sistematicamente considerato “first”. L’accesso ai servizi basici sopraddetti (educazione, sanità, sicurezza) si compra con denaro e con privilegi acquisiti (per esempio, l’abitare in certe zone ‘protette”, l’avere un lavoro fisso, o beni immobili e altre prebende da cui dipendere); dunque tocca solo ad una percentuale minima della popolazione, mentre la maggioranza è abbandonata a se stessa in condizioni di vulnerabilità giuridica e sociale forse impensabili in Italia e nel resto d’Europa.

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Utopia na Maré, un progetto di Alessandra Vannucci al Centro de Artes do Complexo da Maré, maggio 2016

Tornando a me. Terza settimana di isolamento, con l’Università chiusa e gli spettacoli cancellati vista la serrata dei teatri. Cerco di tenere insieme le mie classi e gruppi di studio, contromano all’inerzia del corpo amministrativo della facoltà (a dire il vero decisamente uso a fermarsi per ragioni molto meno gravi); ma il divario nell’accesso digitale tra studenti tende a sminuire le lezioni virtuali ad incontri tra una minoranza rappresentativa del solo paese privilegiato; e come mai potrei procedere, alla fine del semestre, ad una valutazione sulla base del merito? Vero è che questo divario di accesso non è l’eccezione, ma la regola tra studenti che (nelle condizioni di normalità precaria in cui sono costretti a vivere e studiare) dipendono da spostamenti a volte di due o tre ore e comunque impraticabili dopo una certa ora considerata di coprifuoco nelle favelas in cui dimorano, ove l’entrata della polizia in determinati orari provoca sparatorie.

Lo stato d’emergenza che il virus esalta è, per la maggioranza dei miei studenti, la regola: essi sono di fatto privati (pur se illusi dal miraggio meritocratico) della possibilità di accedere all’educazione pubblica e ridotti alla gestione della mera sopravvivenza.

Favelas

Continuo?  Anche in Italia esiste una forte preoccupazione sulla capienza della sanità pubblica nell’affrontare la quantità (in Brasile in aumento esponenziale, ancora molto distante dal “picco”) di casi gravi che necessitano di terapia intensiva. La catastrofe brasiliana si preannuncia dall’assenza quasi totale (finora) di tamponi e dall’adulterazione dei dati sui decessi (vedere il Guardian di oggi, sabato 4 aprile); questa gestione irresponsabile della crisi sanitaria trucca una crisi politica molto più grave che coinvolge l’intera società e governi anteriori. Ovvero l’estrema precarietà ed insufficienza, anche in condizioni “normali” del Sistema Unico di Salute (SUS) che è stato smantellato a poco a poco e con la complicità della classe media (la minoranza privilegiata) la quale nella sua totalità si affida ai servizi privati delle assicurazioni sanitarie (carissime, con lunghe “carenze” ovvero mensilità dovute prima che il piano entri in vigore, tanto più care quanto maggiore è l’età dell’assicurato). L’accesso a pronto-soccorsi attrezzati ed ai reparti di terapia intensiva qui si compra, con la tesserina del “Plano de Saúde” oppure con la carta di credito. La conclusione è forse che il diabolico piano del governo, abbandonando la maggioranza a se stessa (come ho scritto sopra) è promuovere un genocidio (sanitario e culturale)?

Voglio concludere diversamente. Nel mio lavoro artistico e anche accademico ho spesso sviluppato progetti (allestimenti, cortometraggi, seminari, laboratori scolastici e di cittadinanza e anche esposizioni fotografiche) che mi hanno portato a contatto con associazioni di abitanti delle favelas. In questo momento, è da loro che ci arrivano le proposte più fattibili, concrete e vitali. Innumerevoli reti di appoggio, ONG già attive sul territorio, gruppi di donne, etc. le cui iniziative di cittadinanza trovate alla pagina wikifavelas.com.br    

L’Università brasiliana ha una modalità vocazionale che non è prevista da quella italiana. Si tratta della “extensão” ovvero della espansione, moltiplicazione, applicazione del sapere accademico alla cittadinanza nei suoi diversi contesti. Io sono direttrice del settore di Extensão della mia facoltà; con il mio gruppo di lavoro ed alcune colleghe stiamo facendo tutto il possibile per fornire mezzi, sia pratici che economici, alle reti di appoggio che ho sopra descritto.

*Regista e drammaturga italiana, insegna Regia all’Università Federale di Rio de Janeiro (UFRJ).

 

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