ennio fantastichini

Ennio Fantastichini (Gallese, in provincia di Viterbo, 20 febbraio 1995) ha studiato recitazione all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico e nei primi anni Settanta ha debuttato in teatro e in televisione. Molti i premi ricevuti, fra cui il David di Donatello per il film “Mine vaganti” di Ferzan Ozpetek (2010). A teatro ha recitato con Dario Fo, Memé Perlini e il gruppo d’avanguardia Falso Movimento. E’ morto per leucemia l’1 dicembre 2018 a soli 63 anni.

L’ho intervistato nel marzo del 1992 per Il Secolo XIX e ho ripubblicato l’intervista nel mio libro “Persone-Protagonisti 1980-2014” (Il Canneto Editore). Aveva appena finito di girare una scena del film “Gangsters”, ambientato a Genova, mi ha accolto con un largo sorriso e un forte abbraccio, come se ci conoscessimo da anni. Era fatto così: estroverso e esuberante. Curioso delle persone che spesso terrorizzava con la sua ironia tagliente, ma nello stesso tempo gentile, e con la sua risata roca. Contagiosa.

Ecco l’intervista.

Per Ennio Fantastichini: “Genova? Una, nessuna, centomila ….”

A colloquio con il protagonista di “Gangster”, film appena girato in Liguria dal regista Massimo Guglielmi. Per l’attore la drammaticità della città s’addice al clima della pellicola.

(Il Secolo XIX, 19 marzo 1992)

Da Roma a Genova passando per Paler­mo e l’India. Questo il percor­so artistico di Ennio Fantasti­chini, protagonista de “I ragazzi di via Panisperna”, “Porte aperte”, “I misteri del­la giungla nera” e ora di “Gangsters”, di cui è regista Massimo Guglielmi.

«Non è la prima volta che vengo a Genova. In quindici anni di lavoro teatrale con va­rie compagnie di giro mi è ca­pitato spesso di approdarvi. L’ultima è stata quattro anni fa, nel 1988, con una commedia, “Orfa­ni”, rappresentata al Duse, dove recitavo accanto a Ser­gio Fantoni. E l’atmosfera in­trigante, misteriosa, un po’ le­vantina di questa città mi ha subito affascinato. Qui si respira aria d’oriente.

«È questa luce che cambia a ogni istante; è il taglio del vento che avvolge frusciante ogni cosa a suscitare in me l’i­dea del viaggio in terre lonta­ne. Mi incanto sovente, nella mia camera al quarto piano che pare sospesa su Genova, a guardare le luci della città che si accendono a poco a poco, dal porto fino alla linea dei forti sulla collina. Genova di­venta allora Istanbul, ma an­che Lisbona, Napoli e, perché no, New York. Tutte città che amo moltissimo. Mi tornano in mente le pagine di Antonio Tabucchi che con grande in­tensità ha descritto il fascino della capitale lusitana, contrappuntandolo sapientemen­te con quello della Superba, dove ha vissuto e insegnato a lungo».

Una Genova, quella di En­nio Fantastichini, fantastica, avventurosa, un po’ letteraria, decisamente luogo della me­moria. Eppure nelle dieci set­timane di lavorazione del film “Gangsters” vissute nei luo­ghi più “hard” e degradati della città – dalle macerie bel­liche di piazza delle Erbe al dedalo dei vicoli di San Ber­nardo, dallo spettro fatiscente del Miramare all’abbandono del reparto Cilindri dell’Ilva in fase di smantellamento, dalle inquietanti geometrie dell’Ospedale psichiatrico di Quarto all’alienazione delle estreme periferie urbane – emerge un quadro differente di Genova.

«Certo, Genova è una e centomila. Difficile incasellar­la in uno schema preciso», ri­badisce Ennio Fantastichini. «La mia chiave di lettura della città sono stati i lunghi discor­si fatti con Claudio Lizza, ex attore del Teatro Stabile ge­novese e autore del copione di questo film. Lizza, che qui è nato e che ama molto la sua città anche se da parecchi anni vive a Roma, mi ha racconta­to dell’anima più fronda – un po’ schiva ed elusiva – di Ge­nova, delle contraddizioni che sta vivendo, dello stato di ab­bandono ancora visibile con­trapposto alla notevole vitali­tà che ne pervade ogni settore produttivo e sociale. Un risve­glio nel nome di Colombo? Ben venga anche il navigato­re, purché il risveglio ci sia realmente».

«È stato poi il film stesso – continua l’attore- a farmi comprendere meglio Genova. Durante le riprese ho sfogliato a poco a poco l’intri­cato libro della città. Nelle prime settimane abbiamo la­vorato solo di notte e nel cen­tro storico. Davanti a noi si è dischiusa una Genova inedita, spettrale. Nei suoi carruggi, quasi de­serti, regnava il silenzio, l’at­tesa, la sensazione di una violenza trattenuta, pronta a scoppiare da un momento al­l’altro, il vuoto. Tutto questo, insieme alle ferite mai rimargi­nate della guerra, evocava paure e angosce passate che si riflettono nel presente. Una drammaticità che si adattava perfettamente a quella della storia narrata nel film. Poi abbiamo girato di giorno ed è ri­tornata la solarità di Genova insieme alla ruvida gentilezza della sua gente».

 

 

 

Redazione Neos

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