dario franceschini
Dario Franceschini, ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo

In occasione del lancio dell’Osservatorio sulle Città Storiche italiane tenutosi a Palazzo Chigi il 14 dicembre scorso, ho avuto occasione di intervistare Dario Franceschini, Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, sul modo di incrementare le visite turistiche nei centri storici minori e di regolamentare l’eccessiva concentrazione turistica nelle principali città d’arte come Venezia, Firenze, Napoli.

L’Osservatorio è uno strumento di analisi sulla evoluzione socio-economica dei centri storici di 109 città italiane e sugli effetti indotti dal turismo. È una emanazione dell’ANCSA (Associazione Nazionale Centri Storici Artistici) di cui è presidente Francesco Bandarin, architetto veneziano, direttore della Cultura presso l’UNESCO nella sede di Parigi. Ho partecipato all’incontro come membro NEOS – Giornalisti di viaggio associati. L’incontro è stato originato dalla pubblicazione del libro Centri Storici e Futuro del Paese (Ancsa e Cresme), una indagine sulla fruizione e sulla comunicazione del patrimonio artistico e ambientale presente in Italia. Particolarmente rilevanti sono state le risposte di Franceschini sul tema del turismo nei centri storici che riporto integralmente:

D. In questi ultimi due anni si è verificato un aumento di visite nei centri storici delle maggiori città d’arte di quasi il 30%, con un contemporaneo allontanamento delle popolazioni residenti quasi in egual misura. Come si pensa di contrastare questo svuotamento residenziale? 

R. Il valore collettivo di un bene nei centri storici supera il valore della proprietà. In questo momento di grandi cambiamenti, questo aspetto stravolge la natura stessa dei centri storici, impoverendone la qualità e l’identità. Questo non solo a Venezia, Napoli o Roma, ma anche a Genova o a Modena o a Palermo. Dobbiamo immaginare criteri di regolamentazione dei flussi mediante le nuove tecnologie.

D. Il crescente successo di iniziative come B&B ha portato vantaggi o svantaggi?

R. Una cosa è ospitare una coppia in una stanza di casa tua o in un appartamento momentaneamente vuoto, un’altra è comprare 20 appartamenti in centro per affittarli con B&B. Stiamo valutando misure amministrative per evitare questo.

D. I centri storici si stanno svuotando perché i residenti non trovano più i servizi propri dell’abitare come i piccoli commercianti, una libreria, un negozio storici.

R. La bellezza dei nostri centri storici non sta solo nei monumenti, ma anche nella stratificazione storica e funzionale. Pensiamo perciò a minori tassazioni per gli esercizi di valore culturale o ambientale. La vita di un luogo deve continuare ad esprimere la verità del luogo. I centri storici devono continuare a vivere. Occorre che i Comuni controllino le licenze, incrementando la presenza di esercizi tradizionali evitando di riempire la città di fast food o di ambulanti e negozietti che vendono tutti le stesse cose prodotte in altre parti del mondo. Se si perde il salumaio o la libreria è difficile poi tornare indietro. Pensiamo a una forma di Centri Storici Classificati dove il tessuto urbano non venga snaturato. La presenza turistica non controllata snatura e trasforma il tessuto sociale e ne cambia l’economia. Il risultato è che aumenta la mono-funzionalità in favore dei servizi usa e getta, viene meno la qualità della vita sia per i visitatori sia per i residenti i quali abbandonano il centro per l’incremento del valore commerciale che ad esempio significa aumento degli affitti e collasso del rapporto tra affitti e redditi famigliari. Il Patrimonio sono anche gli abitanti. A Cosenza in pochi anni 30.000 abitanti sono andati in periferia dove peraltro il consumo del suolo non è compensato da una caratterizzazione dell’abitare. Non c’è aggiunta di qualità, di qualificazione.

D. Per far questo ci vuole una strategia, una politica, una pianificazione.

R. Stiamo facendo degli esperimenti in piccoli appezzamenti, isolando singole parti di quartiere, cercando di intervenire nel piccolo per utilizzare i risultati su più grandi scale. Dobbiamo inserirci nei cambiamenti positivi in atto e riferirci alle giovani generazioni. Ad esempio i giovani sono sempre meno attratti dall’automobile che per noi invece significava una conquista, un livello di libertà aggiunta o addirittura uno status symbol. Oggi non è più così. Dovremmo portare le Università nei Centri Storici, non in periferia, recuperando il patrimonio edilizio dei centri storici che rischia di essere abbandonato e degradato, un patrimonio omogeneo alla morfologia della città. Questo significa ridare dignità e competitività al nostro meraviglioso storico patrimonio turistico cittadino.

Al Direttore Cultura Unesco e presidente del ANCSA, arch. Francesco Bandarin, ho chiesto di spiegare alla nostra Associazione quali sono gli orientamenti dell’ANCSA.

“Da oltre 30 anni non si svolgono ricerche sulla situazione complessiva dei centri storici italiani. Questa dimenticanza, davvero preoccupante se si pensa alla importanza che i centri storici hanno per l’economia e per l’immagine del Paese, si spiega per due ragioni:

  1. la sensazione della classe politica nazionale che la protezione del patrimonio storico urbano, consacrata con il suo inserimento nel Codice dei Beni Culturali, sia stata assicurata definitivamente con le riforme urbanistiche degli anni ’60 e ’70;
  2. il trasferimento della materia alle Regioni nel corso degli anni ’80, che ha tolto allo Stato l’onere, ma anche la responsabilità, di vegliare sulla situazione dei centri storici.

Nuove sono le sfide ai processi di conservazione del patrimonio storico e di sviluppo della società e dell’economia ed è importante capire che ruolo svolgano i centri storici italiani in questo contesto, quali siano i principali processi in corso, cosa debba fare la politica locale e nazionale, quale sia il nuovo ruolo degli operatori economici.

L’analisi svolta mostra che vi sono centri storici che stanno attirando popolazione e sono dinamici e in piena trasformazione, mentre altri sono in crisi profonda, in stato di abbandono, con gravi problemi gestionali e occupazionali.

La gravissima crisi del commercio minuto, l’ingresso potente di nuovi attori economici e nuovi usi turistici, la terziarizzazione del patrimonio, lo stock edilizio non occupato, l’assenza di adeguati investimenti per la manutenzione e la gestione, testimoniano una perdita della capacità di governo di queste parti delle città, così importanti e fragili.

Una frattura pesante si va aprendo tra centri storici che diventano cuore pulsante della ripresa e centri storici che vivono l’abbandono, la crisi, il degrado.

I dati che l’indagine offre sono sufficienti a sollevare l’allarme per una situazione in rapida e continua trasformazione. Senza una nuova politica per i centri storici, le dinamiche individuate dalla ricerca potranno portare, nel giro di un decennio, a squilibri gravi e irreversibili.

La salvaguardia dei centri storici non riguarda solo la conservazione dei grandi monumenti del passato, ma richiede soprattutto un equilibrio tra gli usi, la protezione del tessuto minore e degli spazi pubblici, e il mantenimento dell’equilibrio sociale, da diversi punti di vista oggi gravemente minacciato”.

Fonti:

ANCSA – Associazione Nazionale Centri Storico-artistici

ancsa.org

info@ancsa.org

Cell. 388 4424519

CRESME – Centro Ricerche Economiche e Sociali, Mercato Edilizia

cresme.it 

 

Redazione Neos

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