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Poche sono le notizie che arrivano dal Nepal. Che si aggiungono a quelle generiche e sommarie sugli altri paesi asiatici. Tranne ovviamente Cina, Corea del Sud, Singapore e Giappone, grazie anche ai puntuali reportage di Giovanna Botteri.

In Nepal tutto è chiuso o quasi. Sono imprecisi e poco attendibili i conteggi di morti e contagiati. Riccardo Bianco, in fuga da Katmandu, ci racconta la situazione a Pokhara e la sua attesa per riprendere le vie del mondo e realizzare nuovi documentari.

 Testo e foto di Riccardo Bianco*

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Mi trovo a Pokhara, nel centro del Nepal. La seconda città del paese come numero d’abitanti, affacciata sul lago omonimo, dove si specchiano le alte vette dell’Himalaya.

Il Covid 19 è arrivato anche qui, vicino alle montagne più alte del mondo. Ed è arrivato anche il lockdown imposto del governo di Katmandu.

In Nepal non si contano ancora con precisone le vittime da coronavirus. I numeri che circolano sono poco attendibili. Si dice che i contagiati siano 30 circa. 

Tutto è fermo da settimane. Sono state bloccate le scalate sull’Himalaya, comprese quelle sull’Everest, e qualsiasi altro viaggio turistico e non. Stop ai voli internazionali fino a fine aprile, ma anche di questo non c’è nessuna certezza.

Pare che oltre 50 italiani, come me in Nepal, per ora non abbiano possibilità di tornare in Italia. Dall’inizio di aprile gran parte dei turisti hanno lasciato le città per cercare un volo di fortuna all’aeroporto della capitale.

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Non riesco a contattare l’Ambasciata Italiana a Kathmandu, per cui ho deciso di rimanere qui un altro mese per cercare di capire come si evolverà questo momento. Per fortuna sono riuscito ad allontanarmi, prima che bloccassero tutto, dalla capitale prendendo l’ultimo autobus che mi ha portato fin qui. 

La città è vuota. Sono aperte sole le farmacie ed alcuni negozi di prima necessità. La polizia è costantemente nelle strade per dissuadere le persone dal muoversi e convincerle a rimanere in casa. Ovviamente sono attivi anche i servizi di soccorso.

Da settimane i negozi sono chiusi, i trasporti sono fermi e c’è l’obbligo di stare in casa. Pokhara mi pare una città fantasma, immersa in una bolla di silenzio totale. È malinconica e spettrale, ma allo stesso tempo trasmette pero calma e serenità. Mi sembra che in questo memento sia il posto più sicuro al mondo. E come in tutto il mondo oggi, sono gli animali a vivere la città: sono loro i nuovi abitanti.

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Ci sono persone che osservano la quarantena, altre lavorano per servizi di traporti o di sanità.

Non è semplice trovare da mangiare. I generi di prima necessità scarseggiano. Per far fronte a questa emergenza è nata un’iniziativa umanitaria che fornisce cibo gratuito per tutte le persone che ne hanno bisogno. E sono molte.

I giorni si susseguono, sempre uguali, monotoni, in attesa che la pandemia finisca e si torni alla vita di sempre.

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È la prima volta nella mia vita in cui non posso decidere quando e come partire. È sempre stata la mia tecnica di difesa andare via da un posto e da una situazione per vivere nuove esperienze.

Ora è tutto diverso, tutto il pianeta è stretto da una morsa di morte. Pare avvolto da un sudario che impedisce ogni spostamento, ogni contatto umano. Ogni giorno aspetto il domani. Che non so cosa mi riserverà.

*Filmaker e documentarista. Guardate il servizio qui: 

https://bit.ly/lockdowninpokhara

 

 

 

Redazione Neos

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