crema VeneziaQuanta Venezia c’è a Crema. Nell’architettura, nell’arte e persino nel dialetto. Pur trovandosi al centro della Lombardia, a poco più di quaranta chilometri da Milano, la cittadina respira ancora oggi quel fascino proprio della Serenissima Repubblica. Le motivazioni, naturalmente, si ritrovano nel passato.

Crema si vanta di essere crocevia della Pianura Padana, nata in seguito alle invasioni longobarde del VI secolo per la particolare posizione, in una zona allora dominata da paludi e acquitrini. Una storia orgogliosa ed eroica, con pagine di coraggio legate all’assedio del Barbarossa, che si concluse con una terribile devastazione. La tenacia dei cremaschi non venne comunque meno e, dopo un periodo di influenza viscontea, la città divenne una provincia veneziana dell’entroterra. La dominazione della Serenissima fu illuminata e generosa: Crema ottenne numerosi privilegi e visse un periodo di particolare prosperità. Venezia nominava un podestà-capitano, che risiedeva nel Palazzo pretorio, ma i cremaschi continuavano ad avere una certa autonomia. Dalla Repubblica arrivavano ingenti risorse economiche, che permisero la costruzione di raffinati edifici ed eleganti palazzi. Crema era una sorta di enclave in territorio milanese e i veneziani con entusiasmo la adornarono in ogni modo, considerandola una perfetta vetrina di cui vantarsi. E così, mentre il vicino Ducato di Milano viveva un lento ma continuo declino sociale ed economico legato al dominio spagnolo, Crema cresceva in bellezza e opulenza.,Lo stesso Francesco Bernardino Visconti (cui si ispirò Manzoni per il personaggio dell’Innominato nel suo romanzo I promessi sposi), cremasco di origine per parte di madre, si rifugiò in città per fuggire dalle autorità lombarde, ma probabilmente anche per la piacevolezza del luogo.

Il periodo veneziano fu estremamente lungo e continuò sino al 1797, quando Napoleone pose fine a un rapporto secolare. Eppure lo spirito della Serenissima aleggia ancora oggi. In pieno centro città, nella piazza e nella via principale, a quasi duecentocinquanta chilometri dalla laguna, campeggiano ancora i fieri Leoni di san Marco, che sorreggono il libro con la frase “Pax tibi Marce evangelista meus”. 

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