Un gioiello umbro che incanta al primo sguardo. Un viaggio senza tempo nel cuore verde d’Italia. Tra vicoli medievali, piazze eleganti, musei, e panorami che abbracciano la valle, ogni passo è un viaggio nella bellezza. Il maestoso Duomo, il Ponte delle Torri e le tracce romane raccontano secoli di storia. Ma Spoleto è anche energia creativa, patria del Festival dei Due mondi dove arte, musica e teatro animano la città. Un luogo sorprendente, capace di far innamorare chiunque la visiti.

 Tra pietra, luce e silenzio, nel cuore dell’Umbria che resiste al tempo. Spoleto appare come una cascata di case aggrappate al pendio del monte Sant’Elia, con alle spalle il verde intenso dei boschi di Monteluco. Camminando per le stradine di Spoleto, il rumore dei passi sembra farsi più lieve, come se la città chiedesse di rallentare. Accade all’ improvviso attraversando una delle tante piazzette cinte da osterie e negozietti, o salendo verso la rocca dove il vento profuma di macchia mediterranea.  “ Qui si combatte come in una cartolina”, scrisse alla sua amata un soldato neozelandese arrivato fin qui nella Seconda guerra mondiale, per cacciare i nazisti in ritirata. Anche allora, tra le mura e le colline che si aprono come quinte di teatro, la guerra sembrava misurarsi con la bellezza. La Rocca Albornoziana dal 1359 la domina con la forza severa dell’ architetture di potere, osservando dall’alto secoli di storia compressi in un dedalo di vicoli, piazze e chiese, scrigni diffusi di fede e arte. Visioni che hanno sedotto “turisti” d’eccezione, tra i quali Goethe, Shelley, Hermann Hesse.

 

La rocca occupa la cima del monte Sant’Elia in posizione strategica e dominante tutta la vallata spoletina. All’interno si può vedere un ciclo di affreschi con storie cavalleresche tra i più notevoli dell’Italia centrale, che ornano la cosiddetta Camera Pinta oltre a oggetti d’arte di epoca longobarda. E proprio nel periodo Longobardo Spoleto visse il periodo più fulgido della sua storia, quando fu la capitale di un potente ducato, il cui dominio si estendeva su quasi tutta l’Italia centrale. Nel cuore della città, una maestosa scalinata conduce alla piazza su cui si staglia la cattedrale di S. Maria Assunta, che colpisce duro con la sua facciata romanica abbellita da due ordini di rosoni, con il grande mosaico dorato che cattura la luce, e l’interno che custodisce alcuni dei tesori più preziosi di Spoleto.

Cicli pittorici sembrano concorrere a un’unica narrazione: quella di una bellezza sobria, essenziale, profondamente spirituale. Gli affreschi di Filippo Lippi sembrano sospendere il tempo, ricordando come l’arte, a Spoleto non sia semplice ornamento ma linguaggio identitario. Nella cappella di San Leonardo il volto bellissimo della Madonna con bambino del Pinturicchio, poco più in là una presenza silenziosa ma potentissima: la lettera autografa di San Francesco a frate Leone. Poche righe tracciate di suo pugno, essenziali, quasi tremanti, che attraversano otto secoli di storia e arrivano intatte fino a noi. Ne esistono solo due uno qui a Spoleto l’altra ad Assisi. Non un reliquario spettacolare, con le sue due colonne blu di lapislazzuli, ma una testimonianza diretta, umanissima, che restituisce Francesco nella sua dimensione più vera: quella del fratello che incoraggia, accompagna. In vista del 2026, quando ricorreranno gli 800 anni dalla morte del santo ad Assisi, Spoleto si rivela come uno dei luoghi più autentici per comprendere la diffusione e la profondità del messaggio francescano in Umbria.

Qui la spiritualità non è concentrata in un solo posto, ma disseminata. Passeggiando nel centro storico si ha la sensazione di attraversare epoche sovrapposte. Le chiese come San Ponziano, patrono della città, raccontano una fede fatta di affreschi, cripte, memorie paleocristiane e medievali. Ogni edificio sacro è un capitolo di una storia più ampia che lega arte e devozione, comunità e paesaggio. E’ con questo spirito che ho visitato Spoleto, una delle città più affascinanti dell’Umbria, scegliendo di guardarla non solo come meta turistica, ma come luogo vivo, attraversata da una storia che ancora oggi parla a chi sa ascoltare. E’ una città che non si offre tutta, subito: chiede tempo, attenzione, uno sguardo lento. E’ in questo contesto, cosi densamente storico e spirituale che il pensiero corre inevitabilmente a San Francesco, che, dall’alto di un belvedere roccioso ebbe a dire.” Nihil iucundius vidi valle mea Spoletana”, “ Non ho visto nulla di più piacevole della mia valle Spoletana” . Ed è forse proprio questa discrezione a renderla uno dei luoghi  più autentici per riflettere sull’eredità di un uomo che scelse la povertà come forma suprema di ricchezza.

 

Una bella passeggiata circolare di un chilometro, inizia appena sopra Piazza Duomo:  porta al Ponte delle Torri che rappresenta uno dei simboli più potenti di Spoleto. Percorrerla a piedi significa affrontare il vuoto, sospeso tra cielo e terra unisce due versanti della valle, con lo sguardo che si apre su un paesaggio ampio e  agreste a destra, selvaggio e boscoso di lecci, rifugio di eremiti fin dall’antichità all’opposto. Non è solo un’opera ingegneristica straordinaria, (alto 80 metri e lungo 280), probabilmente con funzione di acquedotto per portare l’acqua del monte in città, sospesa tra epoca romana e medievale, ma un’esperienza fisica e mentale. Il vento, l’altezza, il ritmo dei passi invitano a una riflessione quasi meditativa. E’ facile immaginare pellegrini, viandanti, uomini in cammino lungo queste pietre, portando con se speranze, fatiche. Spoleto come l’Umbria intera è sempre stata terra di transito, di accoglienza più che di conquistatori. Una fortuna vedere di notte con la luna piena la rocca Albornoziana, una luna che illumina i tetti della città come un riflettore. La sua imponenza, le sue mura sembrano assorbire la luce lunare, mentre Spoleto si distende ai suoi piedi in un intreccio di ombre e bagliori. E tra queste meraviglie che Gian Carlo Menotti ha trovato il luogo ideale per istituire il punto d’incontro tra la cultura europea e quella nordamericana, dando vita nel 1958 al Festival dei Due Mondi, ancora oggi tra i più stimolanti appuntamenti culturali d’Italia. La sua casa, in un palazzo quattrocentesco affacciato su piazza Duomo è più di un museo: è il luogo da cui il compositore italo americano osservava lo svolgersi della sua straordinaria creazione culturale. Aperta al pubblico, la dimora incornicia ancora lo stesso Duomo e lo stesso cielo che ispirarono Menotti a immaginare una città dove arte, musica e pubblico, ogni estate, si incontrano in un unico, indimenticabile abbraccio. Un’altra tappa imprescindibile per chi visita Spoleto e vuole coglierne l’anima più creativa è la collezione d’arte di Palazzo Collicola, elegante residenza nobiliare situata nel cuore della città, un tempo dimora della famiglia omonima.

 

Il palazzo con sale affrescate, soffitti decorati e una raffinata architettura dialoga in modo sorprendente con le opere esposte. All’interno si sviluppa un percorso ricco e articolato tra le collezioni del museo, in particolare la celebre “Sculture in città”, curata da Giovanni Carandente, che ha portato in città negli anni Sessanta artisti di fama internazionale. Le opere, distribuite nelle molte sale del palazzo, creano un continuo confronto tra passato e presente, tra la storia del luogo e i linguaggi dell’arte moderna e contemporanea. Così lo sguardo cade su una tela del Guercino, o su Sebastiano Conca del 1746 a Sol Lewitt, fra i massimi esponenti del minimalismo americano, o Moore e Calder. Spoleto, in passato, è stata una frontiera contesa, un avamposto strategico nel cuore d’Italia. Dopo il tramonto dell’impero romano che lasciò in eredità lo splendido esempio della cattedrale di S. Maria Assunta, in seguito furono i Goti a lasciare le loro impronte. Con loro Spoleto conobbe un’epoca inquieta, segnata da guerre e ricostruzioni. I Bizantini arrivarono nel VI secolo, per controllare i collegamenti commerciali tra Roma e Ravenna. Ma è con i Longobardi che Spoleto trova una vera identità politica.

Nel 570 nasce il Ducato di Spoleto, uno dei più importanti dell’Italia longobarda. La città diventa capitale, centro di potere e laboratorio di convivenza tra tradizioni germaniche e cultura latina. Insomma Spoleto non è solo una bella città umbra: è un racconto scritto da Romani, Goti, Bizantini e Longobardi.  Non sorprende che alla fine del secolo scorso, inaugurando un teatro lo si intitolasse a Caio Melisso, spoletino, bibliotecario di Augusto e autore di commedie perdute. E nel teatro più antico di Spoleto, la cultura si assapora in tutti i sensi. Con Eat, le serate enogastronomiche si intrecciano alla scena teatrale in un dialogo raffinato e sorprendente: mentre le parole prendono vita sul palco, i sapori e i vini raccontano il territorio, la sua storia e la sua creatività contemporanea. E’ un’esperienza intima, quasi rituale, in cui il pubblico non è solo spettatore ma parte di un racconto più ampio, fatto di gesti, voci e convivialità. Seduti tra le mura che hanno visto secoli di spettacoli, si scopre che il teatro può nutrire anche il palato, trasformando una serata in un incontro memorabile tra arte e piacere. Un appuntamento che restituisce al Caio Melisso la sua vocazione originaria: essere luogo vivo, condiviso e stimolante. Per disperdere un po’ di calorie accumulate tra strangozzi e tartufi, crescionde (dolce tipico) e Trebbiano spoletino, ho percorso un tratto della ex ferrovia Spoleto – Norcia in E-bike, seguendo un tracciato con lievi pendenze e nel silenzio del bosco. Si entra e si esce da gallerie scavate nella roccia, si attraversano viadotti sospesi sulla valle, mentre intorno si alternano pini scompigliati dal vento e corbezzoli carichi di frutti maturi che invitano a soste golose. E’ un itinerario facile e per tutti, che conserva l’eleganza dell’ingegneria ferroviaria e la restituisce alla natura, trasformando una vecchia infrastruttura in un’esperienza immersiva ed emozionante.

 

 

  

 

Una gita che invita a osservare e lasciarsi guidare dal paesaggio. Spoleto è il luogo ideale dove fermarsi per qualche giorno, concedersi il lusso del tempo: entrare in un museo, in una chiesa, sedersi in piazza e osservare la città vivere. Spoleto non si consuma in una visita veloce.

 

Vittorio Giannella

Vittorio Giannella

Ha collaborato con Airone, Bell’Italia, Bell’Europa, Touring, Tutto Turismo, Dove, Io Donna, Gardenia, Meridiani, Confidenze, Donna Moderna, Sette, Gente e viaggi, WeekendIn, Travelglobe, e all’estero con New York Times Magazine, Times di Londra, Terre Sauvage, Geo. Con la collaborazione dell’UNESCO ha realizzato un reportage sulle isole della Micronesia. Nel 2000 con il gruppo editoriale Motta ha pubblicato un libro di 150 pagine sui parchi d’Abruzzo. Le sue foto sono state utilizzate per campagne pubblicitarie, compagnie telefoniche ed enti del turismo. Attualmente ho collabora con Touring editore, Confidenze, Io Donna, WeekendIn, Madre, Casa in fiore, Travelglobe, Giannellachannel.
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