8 agosto. Eski Halfeti, lungo l’ Eufrate.

Alle 20,30 qui è notte. Le case armene si dissolvono lentamente sotto la luna piena. Il vento che scende nell’ ansa del fiume dai resti della fortezza selgiuchide di Rumkale sul lato occidentale dell’Eufrate, solleva onde brevi e veloci che fanno dondolare la grande zattera sulla quale è allestito il ristorante. Dopo il primo bicchiere di vino di Antep (il primo alcol in 15 giorni di viaggio) non capisco se sono io ad ondeggiare o l’intero ristorante. Nell’incertezza ci pensano i camerieri che sostituiscono rapidamente il bicchiere vuoto con uno pieno. Non ho la prontezza di obiettare. Pochi gli avventori. Nel tavolo all’angolo siedono una sposa nel suo vestito da cerimonia verde-azzurro, con strascico, il marito (presumo che la cerimonia sarà celebrata domani che è sabato), il fratello di lei, una damigella e il fotografo che parla turco con un forte accento tedesco.

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L’Eufrate visto dal Monte Nemrut (foto di Massimiliano Salvo)

Hanno finito di cenare e la sposa riceve dal marito un sacchetto di plastica. Lo apre ed escono i regali nuziali: una cintura altra quattro dita in oro, un bracciale sempre in oro, di quelli che portavano nell’harem le preferite del sultano, che le cinge il braccio dal polso fino al gomito e infine una catena che fascia il collo muliebre con tre giri d’oro. Scambio di casti baci e iniziano i lampi dei flash. Il vento solleva le tovaglie rosse. Finisco il balik (trota) e le olive snocciolate ripiene di noci e mi avvio verso il villaggio illuminato dalla luna. Si intravvede appena il ponte pedonale sospeso tra le due rive, ora deserto.  Tra le case abbandonate, tra i tetti sfondati e i magazzini dalle grandi porte di legno ora ridotti a depositi di immondizia, emergono queste perfette architetture armene le quali benché disabitate dai tempi della caccia agli armeni degli anni 20 del secolo scorso, resistono integre, con le loro pareti perfette in pietra rosa-ocra, esattamente eguali, nei colori e nelle raffinate modanature, alle più antiche costruzioni di Erevan e di Ani. Il luogo, al tempo dell’impero ottomano, fu una specie di Portofino sull’Eufrate, un luogo elittario di benessere, di riposo e di vacanza. Come in sogno immagino una folla di turbanti arabi, coni di feltro dei dervisci, fez turchi, colbacchi russi, zuccotti ebraici e gilet greci a passeggio lungo le rive del fiume che qui prende un aspetto lacustre. La bellezza del posto, l’acqua abbondante, il fresco delle vicine montagne ne fanno ancora oggi un sito di villeggiatura per gli abitanti di Antep (oggi Gaziantep o eroica-Antep), di Urfa (oggi Sanliurfa o gloriosa-Urfa) e di Harran (patria di Abramo), distanti ognuna una ottantina di chilometri nella pianura assetata e riarsa verso il confine siriano.

 Faccio presente all’unico abitante del posto che parla qualche parola di inglese la bellezza di queste case in contrapposizione allo sfacelo disordinato delle abitazioni più recenti.

-Sì sono vecchi edifici abbandonati- dice. Non ne sa molto di più. Non insisto. In compenso sulla cresta della collina sovrastante il villaggio, emerge la struttura in cemento armato di un nuovo grande edificio. Una volumetria esagerata rispetto alla delicata morfologia del posto. – Otel, Yeni Otel! – conferma entusiasta un giovane in motocicletta. Non riesco a tacere e cerco di insinuare il dubbio che una struttura del genere, incombente sul villaggio di case straordinarie che andrebbero recuperate magari proprio ai fini del turismo, distrugge completamente la poesia del posto, la sua unicità, la sua storia. Se ne va indignato e incredulo che io non partecipi alla sua ammirazione per la mole del Yeni (nuovo) Hotel.

A Konya, a Burdur, nei villaggi nella zona del cotone (pamuk) e del tessile di Pamukkale e Denisli interi quartieri di antiche case ottomane cadono a pezzi. I cartelli “satilik” (in vendita), non si contano, mentre nelle periferie si costruiscono milioni di metricubi di palazzi di 12-15 piani sul terreno brullo, su dislivelli ardui da superare anche con un cingolato. Tutto attorno ci sono svincoli autostradali che nemmeno tra San Diego e L.A. si sono sognati. All’uscita di Saniurfa, sui lati delle autostrade a tre o quattro corsie per ogni senso di marcia, per chilometri e chilometri cascate e scivoli d’acqua spruzzano nuvole di vapore che rinfrescano, almeno visivamente, l’atmosfera torrida della pianura. L’acqua è da sempre la grande ricchezza dell’Anatolia tutta. Le dighe e gli sbarramenti lungo il corso dell’Eufrate non danno respiro alla corrente impetuosa che sgorga dalle alte ed impervie catene montuose del Tauro sud-orientale. Energia elettrica e canali di irrigazione assorbono oltre l’80% della portata di questo mitico fiume. Gli aspri scontri politici con la Siria hanno qui la loro origine. Nell’Alta Mesopotamia,  dove sono nate le prime città della storia, gli antichi centri storici turchi sono travolti da una crescita edilizia mostruosa quanto pianificata. Tarik, il proprietario della piccola pensione a Narince sotto la grande montagna di Nemrut Dagi ci presenta la famiglia, sette figli, tutti in scala. Ai nostri complimenti risponde con una punta di orgoglio: – certo; sono kurdo -. La crescita demografica va di pari passo con il PIL che è il più alto della Turchia.

L’invito alla preghiera notturna erompe di colpo dagli altoparlanti del vecchio minareto mezzo sommerso nell’acqua dell’Eufrate da quando il livello della diga di Karkamis posta proprio sul confine siriano ha incominciato a montare. La luna rischiara ancora la placida notte di Eski (vecchia) Alfeti e io capisco ora come mai il ristorante dove ho cenato era allestito sopra una grande zattera.

 

Giovanni Perotti

Giovanni Perotti

Architetto per formazione, giornalista per curiosità e professione, ha attraversato tutti i settori dell’informazione senza lasciarsi coinvolgere in nessuno di essi. Redattore di Casa e Uomo Vogue, viaggiatore per il Corriere della Sera e Capital (America, Africa, Australia), ha attraversato a piedi il deserto dell’Akakus. È andato in auto ovunque (da Cabo San Luca a Pechino – via Dakar, Darwin e Malaysia). Ha partecipato ai raid più tosti comprese la Parigi-Dakar e la Harricana (Labrador) facendone la cronaca. Come architetto sta portando a compimento il Progetto UNESCO per gli Ksour tunisini.
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Tags : Turchia
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