Niente sarà più come prima. Una frase che si sente spesso di questi tempi. Potrebbe adattarsi alla moda, ma togliendo l’effetto drammatico.

Il settore moda, forse più di altri, è stato danneggiato dalla pandemia. A parte la mancata produzione, l’arresto delle vendite e per l’Italia dell’esportazione, sono stati sconvolti usi, riti, abitudini. Eppure se si considera  la situazione si avvertono già cambiamenti di rotta che promettono segnali positivi.

La moda, intesa come uno scenario fatto di prodotto, mercato, ma soprattutto di sfilate e circo mediatico stava andando in una direzione in cui era difficile vedere un happy end. Le firme importanti, sempre più minacciate dalla grande distribuzione, sono arrivate ad aggiungere alle due collezioni annuali (quattro per chi si occupava di moda uomo e donna o addirittura sei con l’alta moda) altre collezioni: la pre-fall, la cruise, la Christmas, le capsule collection. Un tentativo per stimolare l’acquisto, essere sempre presenti e competitivi con i grandi gruppi, numerosi e agguerriti nel sfornare novità a prezzi bassi.

La forzata iperproduzione ha portato a trascurare la qualità, ma anche a ridurre la creatività. Oltre a tutto, ingigantendo il problema dello smaltimento dei rifiuti. Come si sa da anni, l’industria della moda è la più inquinante dopo quella del petrolio. Con i negozi e le aziende chiuse, l’annullamento di fiere, l’impossibilità di organizzare sfilate si è avuto modo di riflettere sul tema.

Eliminate le collezioni extra, c’è chi ha pensato di presentare insieme la moda uomo e la moda donna e addirittura c’è chi parla di un’unica collezione annuale, da aggiornare con qualche pezzo.

La tendenza non è più quella di far parlare con passerelle a effetto, ma di proporre capi durevoli nel tempo, per il tessuto, le rifiniture, le linee ben studiate, i dettagli che danno modo non solo di mostrare la creatività degli stilisti, ma provano le capacità artigianali del made in Italy. Ogni brand vuole affermare e rendere più riconoscibile il suo stile. Si punta sul capo simbolo, l’evergreen che diventa indispensabile nel guardaroba e che può avere solo quella firma.

Certo il processo è ancora in atto, ma sta già dando i suoi frutti. A Milano in Via Spiga, una delle strade del quadrilatero della moda, un negozio su tre ha chiuso e la maggior parte erano di abbigliamento. Ma in una moda ripensata si può trovare delle alternative. Come si è fatto con il digitale. Video e filmati a Milano e a Parigi hanno sostituito completamente le sfilate di giugno e luglio per la moda maschile, in parte per quella femminile a settembre e ottobre. 

C’è stato chi si è inventato un vero e proprio film con un minimo di trama, chi ha mostrato il lavoro in atélier, chi ha puntato sull’atmosfera. Tra gli esempi interessanti il video di Emporio Armani con la collezione uomo e donna, che ha visto accanto ai modelli, ballerini e personaggi della community muoversi in un dialogo con le architetture di Tadao Ando nel quartier generale della maison in Via Bergognone.

O Moschino che ha inscenato una sfilata di burattini con i capi in perfetta scala, completa di Anne Wintour, il temutissimo diavolo veste Prada direttore di Vogue America, seduta in prima fila.  O Lanvin che, per la fashion week di Parigi a giugno, ha ripreso modelli e modelle in uno strano Palais Ideal, esempio di architettura naïve degli anni Trenta dove, si racconta, hanno abitato Picasso e Max Ernst.

Modi per entrare nello stile, con il valore aggiunto di vedere i capi in tutti i dettagli. Senza il teatrino delle prime file, con le ridicolaggini, le esibizioni, le invidie, le finte celebrities

Luisa Espanet

Luisa Espanet

Giornalista per 11 anni a Vogue e per uno caporedattore di un settimanale popolare per teenager (giusto per le pari opportunità). Da freelance ha collaborato per varie testate, Madame Figaro e Marie Claire Corea compresi, Washington Post e Asahi Shimbun esclusi. Ha un blog: L’Espa.net. Ha pubblicato un libro sulle valigie.
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