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Tabarka, porto e fortezza genovese

Per due secoli una comunità di pescatori di Pegli, al servizio della famiglia Lomellini, è vissuta a Tabarka, un isolotto tunisino grande poco più di uno scoglio, che oggi una lingua di sabbia ha trasformato in penisola. Qui si dedicarono alla pesca del corallo, di cui quelle acque erano particolarmente ricche. L’isola divenne inoltre una specie di zona franca, un dinamico punto commerciale per l’esportazione di lane, olio, cereali, cavalli verso le coste d’Italia. Esauriti i banchi di corallo, a metà del Settecento i tabarchini fondarono sulle coste della Sardegna Carloforte, dove si trasferirono e dove ancor oggi mantengono ben vive le tracce delle loro origini.                                                    

L’idea di celebrare l’avventura della famiglia Lomellini in Tunisia con una rievocazione della Rotta del Corallo era coltivata da tempo da uno dei loro discendenti: Enrico Ottonello Lomellini di Tabarca. La proposta è stata appoggiata dal Comune di Genova, dal Ministero del Turismo di Tunisi e da diverse associazioni culturali locali, quali Le Pays vert, dell’archeologa Monique Longerstay, che da anni si batte perché l’UNESCO riconosca come patrimonio immateriale dell’umanità “l’eredità culturale dell’avventura storica dei tabarchini”. Gli aspetti organizzativi hanno poi visto il coinvolgimento della Lega Navale di Sestri Ponente e dell’Associazione Sportiva Aurora di Tunisi, presieduta da Francesco Lo Iudice.

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Veduta di Carloforte

Il 5 luglio una flottiglia di tre velieri Desirée, Siran e Anemone ha lasciato Genova, effettuando scali a Calvi, Alghero, Bosa ed a Cagliari. Il mare, in questa prima parte della navigazione, è stato abbastanza calmo, ma lasciata Cagliari, i timonieri hanno dovuto lottare contro venti da occidente che alzavano onde di 2-3 metri al traverso, rendendo impegnativa la navigazione.

Così il 15 luglio, quando tra i flutti che sommergevano la prua è apparso il profilo dell’erto scoglio di Tabarka, sormontato dall’imponente fortezza genovese, gli equipaggi hanno tirato un sospiro di sollievo. Ad accogliere la delegazione italiana è stato il ministro tunisino del turismo Renè Trabelsi, di fronte ad una platea di rappresentanti di associazioni culturali e turistiche del luogo.

Va detto che, oltre che dalle motivazioni storiche e dai fruttuosi progetti di cooperazione sviluppati con l’Italia, i tunisini sono spinti dalla volontà di far conoscere, e valorizzare, la parte occidentale del paese, che da noi è largamente sconosciuta. L’occasione di un’escursione verso l’interno ha permesso quindi agli equipaggi di scoprire la natura inaspettata di una regione che, non a caso, è detta Tunisie Vert (Tunisia verde) e che presenta un aspetto ben poco africano.

Qui la costa si trova ai piedi della catena montagnosa della Khroumiria che si eleva fino ai 1.000 metri ed è ricoperta di boschi di lecci e di querce da sughero. Alcuni degli esemplari maggiori si prestano a sorreggere delle “case sull’albero” allestite dalle strutture turistiche. Un tale rigoglio vegetale è dovuto all’abbondanza di piogge invernali ed a qualche nevicata alle quote più alte, fenomeni ben rari in nord Africa.

L’aspetto dei villaggi, con abitazioni che presentano tetti spioventi e ricoperti di tegole, è simile a quello delle nostre campagne. Nel corso dell’autunno qui convergono da tutto il paese cacciatori e raccoglitori di funghi, che riempiono i cestini di porcini e di ovuli. Un tale contesto naturalistico è favorevole a un turismo rispettoso dell’ambiente, per il quale sono state sviluppate delle strutture mirate.

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Bulla Regia, rovine terme romane

Da Tabarka, attraversata la catena delle montagne boscose, dopo un’ora di guida si aprono poi i panorami ampi, asciutti e assolati della vallata del Medjerda, il maggiore fiume della Tunisia. Ci troviamo qui in una regione considerata un tempo il granaio di Roma, una realtà testimoniata dalle rovine della città di Bulla Regia. I resti archeologici presentano, oltre alle imponenti rovine delle terme, del foro ed alcuni splendidi mosaici, anche delle case ipogee di età adrianea, ovvero abitazioni con un piano estivo ricavato sotto terra, per resistere meglio alla calura.

Di questa zona sono originari anche i cavalli della razza Moghod: si tratta di esemplari di piccola taglia, molto vivaci, che costituirono un elemento importante delle vittorie di Annibale nelle sue guerre contro i romani. Oggi sono ridotti a non più di 200 esemplari e si cerca di evitarne l’estinzione.

Tornati sulla costa, a partire dal porto di Tabarka la spiaggia si estende verso est per tutta la lunghezza della baia. Qui mancano le strade litoranee, per cui con una piccola imbarcazione presa a nolo si possono esplorare decine di chilometri di calette, di scogliere e di spiagge pressoché deserte. Tutta la costa è particolarmente adatta alle attività di immersione e suoi paesaggi sottomarini presentano una quantità di grotte e di pareti sommerse, tra cui lo “scoglio delle cernie” dove circolano cernie di grandi dimensioni.

Il 19 luglio, approfittando delle previsioni di meteo favorevoli, la flottiglia ha ripreso il mare ed è giunta a Carloforte, in tempo per ricevere la meritata accoglienza da parte della comunità di marinai originari di Pegli. 

 

 

Giovanni Panella

Giovanni Panella

Genovese, ha sempre amato il mare e le sue storie. Giornalista pubblicista, è specializzato nel campo della cultura marittima. Vicepresidente dell’ISTIAEN (Istituto Italiano di Archeologia e Etnologia Navale), della Féderation du Patrimoine Maritime Méditerranéen e consulente della Soprintendenza della Liguria per il patrimonio marittimo. Collabora a riviste italiane, tra cui Nautica, Lega Navale, Rivista Marittima, alla francese Chasse-Marée ed è stato plurivincitore di un premio Marincovich. Oltre a La vela latina edito da Hoepli, è autore di una collana di pubblicazioni dedicate alle imbarcazioni tradizionali. Ha poi contribuito a testi realizzati da Tormena, Allemandi e Gribaudo, sempre su temi legati al mare e alla navigazione. Si è impegnato nel restauro d’imbarcazioni tradizionali e nella realizzazione di “Creuza de Mä”, copia di una lancia da ammiraglio del 1797, che da 15 anni è utilizzata in un programma internazionale di formazione. Ha scelto di non apparire su Facebook ma diversi suoi testi si possono scaricare dal sito academia.edu.
Giovanni Panella
Genovese, ha sempre amato il mare e le sue storie. Giornalista pubblicista, è specializzato nel campo della cultura marittima. Vicepresidente dell’ISTIAEN (Istituto Italiano di Archeologia e Etnologia Navale), della Féderation du Patrimoine Maritime Méditerranéen e consulente della Soprintendenza della Liguria per il patrimonio marittimo. Collabora a riviste italiane, tra cui Nautica, Lega Navale, Rivista Marittima, alla francese Chasse-Marée ed è stato plurivincitore di un premio Marincovich. Oltre a La vela latina edito da Hoepli, è autore di una collana di pubblicazioni dedicate alle imbarcazioni tradizionali. Ha poi contribuito a testi realizzati da Tormena, Allemandi e Gribaudo, sempre su temi legati al mare e alla navigazione. Si è impegnato nel restauro d’imbarcazioni tradizionali e nella realizzazione di “Creuza de Mä”, copia di una lancia da ammiraglio del 1797, che da 15 anni è utilizzata in un programma internazionale di formazione. Ha scelto di non apparire su Facebook ma diversi suoi testi si possono scaricare dal sito academia.edu.
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