rocinha

di Barbara Olivi*

Rocinha registra i primi morti, non ufficiali, perché sembra che di tamponi non ce ne siano a Rio de Janeiro. Sicuramente per chi vive a Rocinha. Popolo illuso da governanti incapaci. Cosa pensava? Di assistere da spettatore allo scempio altrui?  Ebbene il mostro è arrivato anche qua, in piena euforia carnevalesca, minimizzando l’impatto, camuffandosi dietro una fantasia e alle piume colorate delle mitiche sfilate del Sambadromo. Virus portato dai ricchi, cioè gli unici che in Brasile possono permettersi di viaggiare, e dai turisti europei.

I poveri lo affrontano a mani nude: sprovvisti di tutto, informazioni, preparazione, risparmi, materiale, prospettive, forza psicologica. Da un momento all’altro, improvvisamente tutto si blocca, ogni certezza svanisce e ci si ritrova senza lavoro, senza la cena da mettere in tavola, senza sapere che fare da un giorno all’altro.

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© Barbara Olivi

Le favelas e la maggioranza degli abitanti delle comunità, che a Rio de Janeiro sono oltre 1000, rappresentano da sempre il bacino di mano d’opera a basso costo a cui attinge tutta la città. Ma l’importante è che questi nuovi schiavi poi se ne rimangano là, dentro le favelas, sorta di base sicura per i suoi abitanti e spauracchio per quelli che le guardano da fuori, dalla sicurezza delle loro belle case nei quartieri eleganti di Ipanema, Leblon, Copacabana e delle loro “facili” vite.

Perché uscire dalla favela? Per essere riconosciuto in quanto favelado, emarginato, disprezzato e magari anche ammazzato dalla polizia con licenza di uccidere, il più delle volte solo per il colore della pelle? E così la Rocinha vive di vita propria, con il proprio indotto economico e il pulsare delle attività quotidiane.

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© Barbara Olivi

Il 20 marzo Rio de Janeiro è stata isolata, chiuso il commercio convenzionale. Tutti a casa. La città da allora è quasi deserta. Proibito l’accesso alle spiagge. Che per Rio ha dell’incredibile! Passato l’ultimo fine settimana di caldo, con una temperatura ti 40 gradi e spiagge super affollate, subito dopo le stesse si presentano completamente deserte, in uno sforzo collettivo ammirevole.

Non si verifica lo stesso a Rocinha. Lungo la strada principale il commercio è chiuso, tranne i servizi essenziali. Le auto della polizia passano ingiungendo chiusure necessarie. Il movimento è decisamente ridotto, ma nei vicoli pulsa la vita di sempre. La sera, la gente esce, soprattutto i giovani e i bambini che si ritrovano nelle poche piazze, agglomerati umani, fino a notte fonda.

Acqua contaminata, che manca in molti sub quartieri, appartamenti minuscoli, troppo spesso un’unica stanza senza finestre, umida, senza ventilazione, anche nel vicolo su cui si affaccia. Nessuna distrazione, nessun intrattenimento, nessuna educazione a supporto del sacrificio richiesto, che è quasi sovrumano. E così si rischia la vita senza averla ancora capita e si morirà capendo ancora meno.  Come fargliene una colpa? Tutto questo per un virus subdolo, che coglierà i poveri completamente alla sprovvista e con poche possibilità e strumenti per affrontarlo e di sopravvivere. Un’ecatombe annunciata.

Barbara Olivi

*Ha fondato oltre 13 anni fa a Rocinha, dove vive da 18 anni, la onlus Il Sorriso dei miei Bimbi che si occupa di progetti di educazione infantile e formazione giovanile (ilsorrisodeimieibimbi.org).

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#leparolenonbastano

 

 

Redazione Neos

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