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Mariella Citterio e Pierpaolo di Nardo ci raccontano la loro India travolta dalla pandemia. Un paese allo sbando in preda al panico, dove le autorità sono impreparate e impotenti a far fronte all’emergenza. Travolto da un esodo apocalittico. Gli dei e i bambini salveranno la più grande democrazia del mondo?

L’India salvata dai bambini

di Pierpaolo di Nardo*

Ci sono mille porte per entrare in India e nessuna per uscirne”. Questa frase di Ferdinand Delanoye mi accompagna fin dal primo giorno in cui il monsone mi è saltato addosso.

Il 13 marzo l’India ha chiuso le frontiere e bandito i voli dall’estero; il 22 marzo è entrata in lockdown per tre settimane… e anche lì, il giorno dopo, migliaia di persone in fuga dalle grandi città hanno assaltato i treni e gli autobus per raggiungere i loro villaggi da dove erano emigrati per cercare lavoro (il panico si manifesta allo stesso modo in tutto il mondo). Molti si sono messi in cammino a piedi, non trovando più posto su treni, autobus, camion. Un esodo biblico.

Da sempre quando guardo all’India penso alla sua grande storia di ospitalità e accoglienza. L’India ha sempre accolto e trasformato le culture altre e non si è mai arrogata il diritto, né l’arroganza, di andare per il mondo a dire in quale dio credere e quale filosofia seguire.

Tremila anni di storia non sono riusciti a cambiare l’indole di ospitalità e accoglienza del popolo indiano: c’è riuscito un virus invisibile in poche settimane.

Viaggio in India da oltre 25 anni, l’ho attraversata su strade polverose, ho vissuto a contatto con santoni, contadini e uomini d’affari, mi sono nutrito della sua infinita cultura, la sua filosofia mi ha spesso fornito le chiavi di lettura del mio mondo, e mai avrei pensato di dover vedere il mastodontico elefante indiano piegarsi davanti a un essere tanto piccolo quanto minaccioso.

Oggi l’India è chiusa! Consapevole di non poter affrontare l’emergenza Covid19 che mette in ginocchio il mondo, ha deciso di farsi da parte, di perdere per una volta il ruolo di protagonista, di rifugiarsi sulla montagna e aspettare che la furia di questo momento sciagurato passi. Perché l’India sa che presto passerà e il paese tornerà alla sua immutabilità: perché l’India è il paese dove tutto cambia ma dove tutto resta uguale.

In questi giorni di coprifuoco non se la passa bene: per le vie di Old Delhi i poliziotti prendono a bastonate chi non rispetta il lockdown (è così anche per le infrazioni al codice della strada); migliaia, milioni, di indiani che vivono ai margini della società, oggi non raccoglieranno le briciole che il mondo dei ricchi ha sempre dispensato. Le strade, le piazze, i mercati, da secoli brulicanti di milioni di persone sono semi deserte; i templi inondati di moltitudini vocianti sono silenziosi; non ci sono viaggiatori sui tetti dei pochi treni che sono ancora funzionanti.

Vedere l’India dentro questo silenzio assordante è un ossimoro che fa male, va contro all’idea stessa dell’India che parla di moltitudine, affollamento, diversità, corpi accalcati uno sull’altro.

Ma se è vero che questo virus attacca soprattutto gli anziani, è anche vero che il 60% della popolazione indiana (che è in totale 1 miliardo e 380 milioni), pari a 830 milioni di persone, ha meno di 35 anni e l’80% ha meno di 50 anni.

L’India da sempre vive in un tempo e una dimensione altra rispetto al resto del mondo, ragione per cui quel che all’Occidente pare inaccettabile per gli indiani è spesso il solo modo possibile. E poi l’India segue più le leggi degli dei e meno quelle degli uomini. Stiamo a vedere cosa decidono gli dei. Vishnu è pronto e vigile, attento come sempre per ristabilire gli equilibri della natura con un colpo di bastone (proprio come un poliziotto di New Delhi).

Al momento, l’India assopita in questo tempo sospeso, perfettamente surreale, ha chiuso le porte contravvenendo alla sua natura di accoglienza. Ma l’India post lockdown ha un asso nella manica: la salveranno i bambini.

* Viaggiatore, scrittore e travel designer www.maldindia.it

Una testimonianza dall’Eden 

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India – Pescatori sulla spiaggia di Chowra nel Kerala prima del Coronavirus © Pietro Tarallo

di Mariella Citterio* 

Sette giorni fa il primo ministro Modi ha proclamato il lockdown in tutta l’india. I casi di contagio erano ancora pochi, a livello di decine, ma incominciavano a crescere giorno dopo giorno.

Fino a quel momento in Kerala si circolava tranquillamente, anche se la notizia dell’incremento sorprendente di casi di coronavirus in Italia e in altri paesi stranieri aveva indotto alcuni Indiani a guardare con timore le “facce bianche” in circolazione. Una italiana, alloggiata in un resort a sud di Kovalam ha iniziato a indossare la mascherina per andare in giro per Trivandrum quando si è accorta che alcune donne, vedendola, si coprivano la bocca con la dupattha.

La domenica precedente il decreto, in tutte le città indiane era stato messo in atto un lockdown di prova, e la polizia era in strada a fare controlli già il giorno dopo.

Da martedì 24 marzo, col decreto di Modi, il lockdown è stato totale. E’ stata imposta la chiusura di tutti i negozi, fatta eccezione per gli alimentari e per le farmacie. Treni ed aerei sono stati bloccati e le strade chiuse al traffico non locale.

Nei principali incroci sono comparsi poliziotti che invitano la gente a mantenere le distanze e a uscire di casa solo in caso di stretta necessità, ovvero per la spesa o per ragioni mediche, con l’eccezione di chi è addetto a servizi essenziali.

Tutto lo Stato del Kerala sembra avere aderito di buon grado alle indicazioni del Governo, salvo pochi individui. A volte i poliziotti hanno dovuto ricorrere al lathi (il bastone di cui sono dotati) per disperdere gruppetti di poche persone che oziavano per le vie. Ma il Kerala è uno Stato particolare: è il più alfabetizzato di tutta l’India ed è particolarmente attento alle esigenze sociali dei cittadini.

I pescatori hanno smesso di andare per mare. Le barche coi nomi dei santi dipinti a prua sono allineate sulla infinita spiaggia, coperte da teli colorati.  Non ci sono più le mille luci delle lampare a illuminare le nostre notti. Alcuni pescatori, insofferenti alla clausura in case minuscole e soffocanti, hanno cercato svago sulla spiaggia giocando a pallone o passeggiando sulla battigia, ma la polizia è intervenuta e li ha fatti rientrare.

Ogni giorno si sentono gli altoparlanti delle auto che passano nelle strade del villaggio per ripetere i rischi del coronavirus e le regole di condotta.

Anche i resort ayurvedici hanno dovuto chiudere: hanno cancellato le poche prenotazioni e, partiti gli ultimi turisti, hanno congedato il personale.

Tutto si è fermato.

Noi non usciamo di casa, anche perché la spesa viene fatta dalle persone che gestiscono il luogo in cui viviamo. Per tenerci aggiornati ricorriamo a internet dove possiamo accedere ai quotidiani in lingua inglese e ogni mattina ci viene recapitato in quotidiano The Hindu, perché l’informazione è considerata un bene essenziale. Abbiamo saputo che anche qui la polizia usa i droni per controllare gli spostamenti delle persone.

Un grosso problema a livello nazionale sono gli immigrati interni attualmente bloccati e privi di lavoro. La situazione di questa gente è molto seria soprattutto nelle grandi città, che abbandona per ritornare nei loro villaggi di origine. Anche nella nostra zona ci sono lavoratori stagionali che provengono dal nord dell’India. Per questo motivo il panchayet locale sta organizzando la raccolta, la preparazione e la distribuzione di cibo a chi si trova in difficoltà.

Tutto sommato la situazione è accettabile per noi. Lo Stato del Kerala sembra bene organizzato e per ora non manca nulla di essenziale. L’unica cosa incerta è il rientro a casa in Italia.

* Vive da 11 anni a Chowara nel sud del Kerala

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Redazione Neos

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