Africa
Gianni Perotti sul tetto della sua vettura

Natale al Golfo di Guinea

Nell’ottobre del 1987 nella redazione di AutoCapital, al n. 13 di via Scarsellini a Milano, progettammo un viaggio via terra fino al Golfo di Guinea. C’era il direttore Luca Grandori, il vice Cesare Pillon e io. L’audace idea editoriale l’avevo avuta ovviamente io, fanatico viaggiatore automobilistico nonché cultore delle geografie e delle culture africane. Fino ad allora i servizi di viaggio che io curavo per la testata auto della Rizzoli, riguardavano il territorio italiano. Ma l’auto che era disponibile in quel momento parcheggiata sotto le finestre della redazione era una splendida ed inedita Toyota BJ73, Land Cruiser in prova, una berlina-fuoristrada che avrebbe fatto una feroce concorrenza alla Land Rover. Grandori prese il telefono a chiamò Roma, sede allora della Concessionaria italiana. L’impegno per i gestori della Concessionaria Fattori&Montani era indiscutibilmente pesante, erano titubanti, poi l’idea fece breccia quando Grandori disse “per questo servono le auto del Parco Stampa no?”

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cartina del viaggio

Ci rendemmo subito conto che non bastavano i 25 giorni delle vacanze di Natale (dilatati ad arte) per andare e tornare da Abidjan con la ormai nostra Toyota Land Cruiser. Ci voleva più tempo e almeno un’altra macchina di supporto. Due amici che volevano vivere una esperienza africana, ma che non avevano il tempo necessario, ci prestarono la loro Land Rover. Loro ci avrebbero raggiunti in aereo a Bamako e avremmo proseguito insieme per la Costa d’avorio andata/ritorno sempre nella capitale del Mali per consentire loro di rientrare in tempo a Milano per i loro impegni lavorativi. La Land era in ordine, ma mancavano gli equipaggi di questa seconda vettura. Trovammo subito una coppia di amici di Ancona, appassionati fuoristradisti, alla loro prima avventura africana ed imbarcammo nell’avventura anche mio nipote Luca ed un suo compagno, entrambi appena usciti da una laurea in geologia. Quindi in Mali un equipaggio in arrivo avrebbe sostituito quello in rientro.

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Tadrart akakus, le due guide libiche, Omar e Ali all’ombra di un riparo naturale

Affrontammo il Sahara improntando, appena dopo l’oasi di Timimun, la famosa pista Bidon5 dove i bidoni erano posati ogni 5 chilometri (da cui il nome della pista). I chilometri tra Timimoun, ultima oasi algerina dove poter fare gasolio e acqua e il confine algerino a Borgj Moktar, dove si supponeva esserci rifornimento sono oltre 700 chilometri di vuoto assoluto. Inoltre, l’approdo dall’altra parte del mare di sabbia del Tanezrouf alla fine della Bidon5 a Tessalit in Mali, erano altri 175 Km di terra di nessuno, senza alcuna sicurezza di rifornimento all’arrivo a Tessalit, primo villaggio maliano. Quindi il primo posto sicuro era Gao sul fiume Niger, 1370 Km dall’oasi di partenza in Algeria. Era su questa distanza che si doveva calcolare la nostra autonomia, due o tre giorni di viaggio con soli due riferimenti geografico-politici. Inoltre, il carburante in Algeria era praticamente regalato, circa 20 Lire al litro (l’Euro era di là da venire), mentre il gasolio in Mali veniva contrattato anche a 2000 Lire al litro! Una bella differenza. Andò tutto bene, trovammo gasolio al confine algerino e viaggiammo in totale autonomia fino a Gao.

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Porto di Mopti

L’ingresso in questa cittadina del Mali e, ancora di più, a Mopti ci aprì gli occhi su un paese meraviglioso: forme architettoniche imprevedibili, mercati variopinti ricchi di ogni bene alimentare, frutta, verdure, baguettes, pesce, spezie come in Oriente, pesce come in Normandia e barche da pesca dipinte di ogni colore, centinaia di pinasse (lunghe canoe a motore) per il trasporto fluviale con le ceste colme di capitain, il pesce dei fiumi Niger e Bani destinate ai mercati interni del Sahel e donne a seno nudo di una bellezza opulenta e dalla lingua tagliente in risposta ai nostri sguardi di ammirazione e poi bambini, tanti bambini dai grandi occhi luminosi e gioiosi, in giro per i villaggi da soli anche a tre anni o accanto alle mamme chine sulle tavole di legno in riva al fiume al lavaggio dei loro pains indaco e dei sontuosi coloratissimi abiti. Non un oggetto o un contenitore di plastica, solo ciotole di smalto cinesi (già allora) e cestini di rafia o di latta ricavati da residui dell’occupazione francese. Una società organizzata e felice, una realtà che oggi ci pare impossibile aver documentato così facilmente.

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Mercato Costa Avorio

La visita ai villaggi dogon alle pendici della falaise di Bandiagara portò via tre giornate: il mercato dei tessuti colorati con l’indaco a Shanga fu uno spettacolo indimenticabile così come la festa in nostro onore con balli acrobatici e maschere che ora possiamo vedere solo nei Musei delle capitali europee come al Museo del Quai Branly di Parigi. Assistemmo alla preparazione notturna della birra di riso, seguimmo le trattative, anch’esse notturne, in compagnia di decine di bicchierini di chai alla menta (il nome del té in Nordafrica e in Medioriente) per l’acquisto di statuette di bronzo (cosa che non avremmo poi mai più fatto) e piccoli regali da riportare in Italia e infine le foto con i coccodrilli delle pozzanghere nella brusse (campagna), ultimi esemplari sopravvissuti di quando il Sahara era verdeggiante e il Sahel una immensa foresta.  

A Bamako fummo ricevuti ed ospitati dal Console italiano, una affascinante maliana, la signora Dembelé, vedova di un italiano che ci diede parecchie indicazioni sul tragitto da scegliere per raggiungere la Costa d’Avorio e la Capitale Abidjan.

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Bimba touareg

Ma noi non ci accontentammo della capitale, troppo occidentalizzata ai nostri occhi ormai abituati alla solitudine del deserto o al massimo ai carrettini di asinelli del Sahel o alle massicce biciclette cinesi dei contadini della savana. Perciò proseguimmo per la vecchia città coloniale di Grand Bassan. Al mercato, tra una moltitudine di prodotti artigianali dal design naif e dalle forme incredibili, trovammo tessuti, frutta, montagne di cotone in fiocco, arachidi senegalesi, granchi giganti del Ghana, banane gialle e verdi del Camerun e del Ghana, noci di cocco e frutti del tutto sconosciuti dato che eravamo ormai sotto il 20° parallelo, in zona tropicale.

Le architetture barocche a tre o quattro piani, una volta sede di import-export francesi e belghe o olandesi disegnavano una urbanistica di stampo occidentale con ancora i binari di tram e ferrovia affioranti dal selciato ormai terroso e una viabilità frenetica tra mercati, piccole fabbriche di utensili e oggetti di legno, officine meccaniche dove stazionavano forse da decenni vecchie Citroen Traction Avant, camionette 2CV, DS arrugginite, le immancabili Peugeot 404 baché e nuovissime Nissan Patrol in vendita per strada, appena scaricate da navi giapponesi, liberiane, cinesi acquistabili in contanti, esclusivamente dollari.  

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Parco Tai

La traversata della Foresta del Tai (3.000.000 ettari) dell’omonimo Parco Nazionale (la Lombardia è grande 2.380.000 ettari) ci fece assaporare lo stato d’animo stupefatto degli esploratori inglesi, francesi, danesi di fine Ottocento, che per primi raggiunsero questi posti. Purtroppo, il rumore delle motoseghe e il tonfo dei tronchi centenari di fromanger e di altre essenze di legni pregiati, ci portavano alla realtà. Camion giganteschi carichi di tronchi del diametro di alcuni metri arrancavano su sei ruote motrici verso il porto di Abidjan.

Il guardiano di una vecchia villa signorile sulla spiaggia di Sassandra, tutta in legno pregiato, abitazione coloniale ora dello Stato, ci permise di abitarla per tre giorni di riposo, di bagni e di riflessioni sul come riattraversare tutta l’Africa Occidentale per l’appuntamento all’aeroporto di Bamako per il cambio di equipaggi e per il rientro. Un mese e 28 giorni dopo la partenza, ci ritrovammo a Milano per una cena comune. Ma non eravamo più gli stessi di quando eravamo partiti. L’Africa conosciuta metro per metro, chilometro per chilometro ci aveva cambiato, modificando le reciproche certezze. C’è un modo di dire coniato da vecchi viaggiatori che recita: se vai in Africa un giorno scrivi un libro, se ci stai una settimana mandi qualche foto, se ci sta un anno non dici più niente!

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Costa Avorio

Nota

Cogliendo l’occasione offertaci (si fa per dire) dal Covit-19 che ci costringe a stare in casa, mi è venuta voglia di ripercorrere i vari viaggi, spedizioni, avventure che dai primi anni ’70 fino al primo decennio del 2000, mi hanno permesso di visitare e raccontare su giornali e riviste con testi e foto (in quegli anni predigitalizzati eravamo un po’ tutti fotoreporter) molte mete turistiche e molte geografie del pianeta.

Erano anni nei quali si poteva ancora andare ovunque con un passaporto, un po’ di soldi (allora il viaggio era molto meno costoso), una macchina fotografica, una trentina di rullini e magari l’aiuto economico di uno sponsor, oggi parola indeclinabile, almeno nel nostro settore. Collaboravo in quel periodo come freelance con riviste del settore auto tipo Quattroruote, AutoCapital, Gente-Motori, Japan Cars, Autosprint, AutoMese, ma anche con quotidiani, Corriere della Sera, La Prealpina, Corriere Motori e riviste varie: Espresso, Gentlemen, Sette ed altre. In particolare, data la mia inclinazione a scoprire siti nascosti, mete poco comuni, bellezze dimenticate o poco note, le mie collaborazioni fisse erano con riviste più specializzate, come Auto & Fuoristrada, Autoruote 4×4 ed altre ancora. Pubblicando oltre ai viaggi anche test di prova-su-strada delle novità automobilistiche del momento, avevo evidentemente numerosi contatti con le Case, il che mi permetteva di accedere facilmente al Parco Stampa delle varie Marche e quindi di utilizzare auto nuove, assicurate, bollate, senza spendere che per la benzina (rimborsata a forfait dalle varie testate insieme ai testi e alle foto).

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Ragazzina tuareg

Oltre alle mete italiane ed europee, ho visitato mezzo mondo partendo in macchina a volte direttamente dalle redazioni, per le varie destinazioni: per il medio Oriente, l’Africa, l’Asia, ma anche l’Australia, il Canada, gli Stati Uniti, il Messico, in questo caso con le auto messe a disposizione dalle Case stesse nei vari luoghi oltreoceano oppure offerte dalle Compagnie di Rent, in particolare la Hertz.

Non è stato sempre un rapporto a due (io e l’auto) dato che nei viaggi lunghi (da un mese a tre mesi) è spesso stato un rapporto a tre: il pilota (sempre io, unico e ovunque), il mezzo meccanico, di una generosità a volte “umana”, e il terzo attore, non ultimo in ordine di importanza, mia moglie Mila, complice in tutte queste iniziative, mai ansiosa, anzi del tutto positiva in qualsiasi difficoltà: burocratiche, logistiche e soprattutto alimentari perché un viaggio via terra (partendo ogni volta da sotto casa) verso destinazioni così lontane e diverse (diverse anche per il clima e la sopravvivenza quotidiana) non è una cosa da sottovalutare. Anche quando il mezzo meccanico funziona alla perfezione e il motore respira regolarmente, non si va da nessuna parte senza una buona alimentazione e la logistica. Se ad Isfahan o a Bamako ci vai in aereo è un conto, ma se ci vuoi andare in auto devi attraversare i Balcani, la Grecia, la Turchia o il deserto del Sahara ed è questo percorso che ti porta a capire la meta e a documentare il viaggio. Molti dei successi di queste spedizioni soprattutto in geografie estreme, sono dovuti ad una attenta organizzazione comprendente il confort, la prevenzione (anche medica), e ovviamente il “cibo giusto”, tutte incombenze che demandavo alla mia compagna. Nei deserti non ci sono i ristoranti e quando una traversata durava giorni e giorni, occorreva avere le cambuse non solo piene ma soprattutto dieteticamente sane. La sopravvivenza alimentare inoltre, doveva essere garantita dall’autonomia anche nei posti più urbanizzati.

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ksur tunisino

Una delle prime mete (a parte l’Italia) è stata la Tunisia, l’anno dopo l’Algeria e il Mali, poi la Turchia, la Grecia, la Siria, il Libano (sembra un sogno oggi aver visitato Palmira e Baalbek), l’Uzbekistan, la Russia ecc ecc. Per questa prima puntata ho parlato volentieri del viaggio che ci ha portato a Bamako e ad Abidjan, dopo aver attraversato tutto il Sahara da Nord a Sud e viceversa.

Gianni Perotti

#iorestoacasa

#aitempidelvirus

#leparolenonbastano

 

Giovanni Perotti

Giovanni Perotti

Architetto per formazione, giornalista per curiosità e professione, ha attraversato tutti i settori dell’informazione senza lasciarsi coinvolgere in nessuno di essi. Redattore di Casa e Uomo Vogue, viaggiatore per il Corriere della Sera e Capital (America, Africa, Australia), ha attraversato a piedi il deserto dell’Akakus. È andato in auto ovunque (da Cabo San Luca a Pechino – via Dakar, Darwin e Malaysia). Ha partecipato ai raid più tosti comprese la Parigi-Dakar e la Harricana (Labrador) facendone la cronaca. Come architetto sta portando a compimento il Progetto UNESCO per gli Ksour tunisini.
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