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Emporio Armani Womenswear FW1920_GA with models_credits SGP

Qualche giorno fa la Camera Nazionale della Moda Italiana ha inviato un documento alla Presidenza del Consiglio e ai Ministeri competenti. Chiede che il settore, primo produttore di moda del lusso al mondo e primo produttore di moda in Europa, sia “incluso tra quelli più colpiti dalle conseguenze del diffondersi del virus impatto COVID-19, al pari di turismo e trasporti”.

È uno dei tanti esempi del periodo forse più nero che la moda italiana sta attraversando. Un mese fa aveva fatto scalpore la decisione di Giorgio Armani di sfilare a porte chiuse, durante una fashion week milanese in cui tutti si abbracciavano e baciavano, come sempre. L’epidemia in Cina era lontana, ricordata solo dalle iniziative di solidarietà e dalle sfilate in streaming organizzate da Camera della Moda. Qualche maison aveva pensato di sfruttare l’idea delle mascherine per un accessorio fashion. Gucci con la doppia G in cristalli, Fendi in seta con le F a incastro, Louis Vuitton con il monogramma. Tutte costosissime e inutili dal punto di vista del non contagio. Niente aveva impedito il normale svolgimento delle sfilate di Parigi subito dopo. Solo l’ultimo giorno qualche sedia vuota nelle prime file e un gran parlare tra gli Americani su come organizzare il ritorno a casa nel rischio quarantena.

Nel giro di poco tempo tutto è cambiato. C’è stata una presa di coscienza. E non solo da parte di chi ha deciso di produrre mascherine serie, approvate dall’Unità di Crisi. Come il Gruppo Miroglio (tra le sue linee Elena Mirò per le donne curvy di cui Vanessa Incontrada è testimone e stilista di una capsule collection), alcune aziende biellesi e le Manifatture Calze Ileana di Carpenedolo, nel Bresciano. C’è chi si è riscattato dalla caduta di stile di proporre mascherine logate, come Gucci, che ne ha regalato un milione, di quelle serie, alla Regione Toscana. O come Vuitton. LVMH, colosso del lusso di cui fa parte, dal 16 marzo al posto dei profumi Dior, Givenchy, Guerlain produce un gel idroalcolico disinfettante per mani da dare gratis agli ospedali.

In Spagna il gruppo Inditex, quello di Zara, distribuirà mascherine agli ospedali spagnoli. Mentre H & M si sta attrezzando per la distribuzione in Francia. Il brand di pelletteria romano Campo Marzio ha fatto realizzare da due fornitori cinesi 5mila mascherine sterili usa e getta da regalare alla Protezione Civile.

Molte sono state le donazioni. Uno dei primi Giorgio Armani con 1 milione e 250mila euro al Sacco, al San Raffaele, all’Istituto dei Tumori di Milano e allo Spallanzani di Roma. Oltre una pagina di pubblicità, sabato scorso, su sessanta quotidiani italiani, con una lettera di ringraziamento per gli operatori sanitari. C’è chi ha organizzato un crowfunding, chi ha prodotto T-shirt il cui introito delle vendite va al sistema ospedaliero, chi come Carlo Pignatelli ha messo all‘asta di Charity Stars, per la raccolta di fondi da destinare al sistema sanitario, lo smoking in shantung di seta indossato da Achille Lauro al festival di Sanremo 2019.

Ogni giorno arrivano notizie di questo genere o su eventi di moda rimandati, sospesi, annullati. È di oggi l’annuncio del Gruppo Mayhoola, di cui fanno parte Valentino, Balmain, Pal Zileri, di una donazione di 2 milioni di euro per due progetti nella lotta contro l’emergenza Covid-19.

Con i negozi chiusi l’unica forma di vendita è l’e-commerce. Problematica ogni promozione, anche le sfilate in streaming, perché modelle, parrucchieri, truccatori non lavorano. Molti marchi non possono produrre, perché non arrivano i tessuti. Le aziende di Prato sono allo stremo. Tanto che il presidente di Confindustria Toscana Nord, per preservare la filiera, ha proposto di fare quadrato intorno alle imprese obbligate a chiudere o ridurre l’attività per Covid-19. La fashion week dell’uomo di giugno a Milano potrebbe essere rimandata a settembre, mentre a Firenze sono fiduciosi che Pitti Uomo ci sarà e il digitale giocherà un ruolo fondamentale.

Si parla già di un calo delle vendite nel 2020 del 26,40%. Quello che è certo è che il sistema moda cambierà. “Dopo questo periodo saremo diversi, il sistema moda va ripensato”, dice Gilberto Calzolari, stilista portabandiera della moda sostenibile e vincitore del Green Carpet Fashion Award 2018. Secondo lui, non hanno più senso le continue sfilate, per l’uomo e per la donna, per le diverse stagioni, per la crociera, eccetera. La produzione veloce influisce negativamente sulla qualità. Sarebbe sufficiente una sfilata annuale. Si ridurrebbero costi, spostamenti e sprechi, con il vantaggio di essere più sostenibili.

#aitempidelvirus

#leparolenonbastano

#iorestoacasa

Luisa Espanet

Luisa Espanet

Giornalista per 11 anni a Vogue e per uno caporedattore di un settimanale popolare per teenager (giusto per le pari opportunità). Da freelance ha collaborato per varie testate, Madame Figaro e Marie Claire Corea compresi, Washington Post e Asahi Shimbun esclusi. Ha un blog: L’Espa.net. Ha pubblicato un libro sulle valigie.
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