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Testo e foto di Alberto Siliotti

La maggior parte dei turisti che visitano il Sinai si fermano nei villaggi balneari della costa attratta dalle straordinarie condizioni climatiche in cui l’inverno e il maltempo non hanno spazio e da una delle più belle barriere coralline del pianeta. Pochi sanno invece che le sue montagne aspre e selvagge racchiudono dei veri e propri tesori sia paesaggistici che archeologici.

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Il monastero di santa Caterina, costruito all’epoca dell’imperatore Giustiniano sul luogo dove Mosè vide il Roveto Ardente

Siti leggendari dove si snoda il racconto dell’Esodo biblico: qui Mosé vide il Roveto Ardente (esiste ancor oggi, anche se le sue fiamme si sono spente da qualche millennio) e ricevette le Tavole della legge sull’alta montagna oggi chiamata Gebel Musa (“Montagna di Mosé”, m.2285) ai piedi della quale si innalza maestoso il più importante monastero della Cristianità, l’unico che ha conservato ininterrottamente le sue funzioni per 1500 anni: Santa Caterina.

Le antiche vie carovaniere

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Caricare i cammelli è un’operazione lunga e complessa

Le montagne del Sinai sono intagliate da una rete inestricabile di valli (chiamate in arabo wadi) che sono la testimonianza di un antico reticolo di fiumi e torrenti che attraversavano la regione verso la fine del Quaternario quando le piogge erano assai abbondanti. Molti di questi wadi sono percorsi dalle antiche vie carovaniere utilizzate dai Nabatei, i più grandi mercanti dell’Antichità che trasportavano le loro merci pregiate da Petra verso il Mediterraneo e, in tempi più recenti, dai pellegrini, Cristiani e Musulmani che con la guida dei Beduini attraversavano il Sinai diretti a Santa Caterina e alla Mecca, le due più importanti mete di pellegrinaggio del Medio Evo. Queste antiche piste le possiamo ancora ripercorrere ai nostri giorni, sostando negli stessi posti che i Nabatei e i pellegrini frequentavano e dove documentarono il loro passaggio con innumerevoli incisioni rupestri. Come nel passato ancor oggi le antiche piste del Sinai sono controllate dai Beduini, gli abitanti originari del Sinai e padroni incontrastati del territorio.

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Le giovani donne beduine si dedicano soprattutto all’artigianato e alla pastorizia

Provenienti dalla Penisola Araba e stabilitisi in Sinai da tempi assai remoti i Beduini, parola che significa «abitanti del deserto», sono suddivisi in 12 tribù ognuna delle quali è insediata in un ben preciso e delimitato territorio e ha conservato usi e costumi che la contraddistinguono. Dopo aver parzialmente abbandonato le attività tradizionali (pastorizia e agricoltura) i Beduini si sono riconvertiti in «operatori turistici» e oggi lavorano come guide, autisti e cammellieri.

Nasce un nuovo tipo di turismo

Alcuni anni fa Ben Hoffler un ricercatore e geografo dell’università di Oxford innamorato del Sinai e autore dell’unica guida dedicata al trekking nel Sinai (Sinai – The trekking guide) riuscì a convincere alcuni dei più importanti capi tribù a lanciarsi in una nuova operazione, una vera e propria sfida: far conoscere e rendere accessibili ai turisti i tesori naturalistici e storici del Sinai.

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Sinai Region

Con l’aiuto di Sheikh Musallem Abu Faraj, capo della tribù dei Tarabin e di Faraj Mahmoud della tribù dei Gebeleja, gruppo di origine europea che si insediò per ordine dell’Imperatore Giustiniano nella regione di Santa Caterina ancora nel VII secolo per essere al servizio del monastero da lui voluto, è stata creata un’organizzazione no-profit chiamata Sinai Trail, oggi gestita al 100 % dai beduini, che permette agli appassionati di trekking e della natura in generale di scoprire le bellezze del Sinai in sicurezza e con il più alto livello possibile di confort.

Dopo un inizio non facile e guardato anche con un certo sospetto dalle autorità egiziane Sinai Trail si è affermato con successo: riconosciuto ufficialmente dal Ministero del Turismo Egiziano ha ricevuto il prestigioso premio del BGTW (British Guild of Travel Writers) ed è stato definito dal Wanderlust Magazine, la più importante rivista britannica dedicata ai viaggi d’avventura, “uno dei più grandi percorsi di trekking del mondo”.

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I partecipanti si inerpicano sulla montagna seguendo una pista visibile solo agli occhi dei Beduini

Alle tre tribù beduine iniziali con le quali era partito il progetto se ne sono aggiunte altre cinque coinvolgendo così quasi la totalità delle popolazioni della penisola. Il percorso messo a punto, lungo 550 chilometri e suddiviso in quattro tronconi, permette di attraversare il Sinai dal Golfo di Aqaba a quello di Suez passando attraverso i punti più spettacolari di questo territorio selvaggio in cui la mano dell’uomo non si è sovrapposta a quella della natura. Quando il percorso abbandona il territorio di una tribù per entrare in una zona di pertinenza di un’altra tribù, la carovana si ferma e cammelli e cammellieri lasciano il passo ai loro colleghi che hanno la giurisdizione sul nuovo territorio.

Esplorare le montagne del Sinai vuol dire camminare per diversi giorni nel silenzio totale, immersi in una natura incontaminata con cammelli e cammellieri al seguito, sentirsi isolati dal mondo e dai problemi quotidiani. Niente di particolarmente faticoso, basta scegliere i periodi adatti nei mesi primaverili o autunnali quando le temperature sono miti sia durante il giorno che di notte, ossia nei mesi di marzo – aprile e soprattutto ottobre – novembre.

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La carovana di cammelli inizia il suo percorso

Nell’ottobre 2018 un gruppo di sedici escursionisti di otto diverse nazionalità ha percorso 320 chilometri in 21 giorni partendo dalla costa occidentale del Mar Rosso per raggiungere il Monastero di Santa Caterina: l’itinerario, la cui altezza media era di 6-800 metri, era suddiviso in due parti in modo tale che coloro che avevano a disposizione meno tempo potevano scegliere di effettuarne solo una delle due, dimezzando la lunghezza del trekking. Ogni giorno venivano percorsi tra i 10 e i 20 chilometri a seconda della morfologia del terreno e dei dislivelli da superare.

In cammino

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La colazione prima della partenza

Per sperimentare direttamente questo tipo di trekking e vivere un’esperienza diretta ho deciso di unirmi al gruppo dei partecipanti. Dopo un’abbondante colazione partiamo alle 7 del mattino dall’oasi di Ain Kudra situata a un’altezza di 680 metri, dove si trova una delle rare sorgenti d’acqua dolce del Sinai e quindi tappa obbligata fin dall’Antichità per le carovane dei mercanti e dei pellegrini: dovevamo raggiungere l’imponente vallata chiamata Wadi Rum, prima tappa della giornata.

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L’oasi di montagna di Ain Khudra

I cammellieri si erano alzati due ore prima per effettuare il carico dei cammelli che trasportano viveri, acqua, la cucina da campo e gli effetti personali dei partecipanti. Un’operazione assai complessa perché il carico (che non deve eccedere i 70-80 kg per animale) deve essere fissato solidamente e i modo tale da non sbilanciare l’animale nei passaggi difficili.

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Ahmed Mansour della tribù dei Gebeleja, guida del Sinai Trail

La nostra guida Nasser Mansour della tribù dei Gebeleja, responsabile dell’andamento di tutto il Sinai Trail dall’inizio alla fine, procede con il passo spedito tipico di chi vive da sempre in queste montagne: parla perfettamente inglese e non esita a rispondere a ogni genere di domanda. Dopo aver oltrepassato il verde ciuffo di palme dell’oasi (tra le valli della penisola sinaitica si celano diverse piccole oasi nelle quali l’acqua sgorga dalle profondità della terra formando talvolta piccoli laghetti, gemme incastonate nella roccia) ci inerpichiamo sulla montagna.

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Una delle numerose e curiose forme di erosione delle arenarie che generano strane figure

Raggiungiamo una serie di pianori attraversando spettacolari passaggi nei quali la pista si snoda delimitata da alte pareti rocciose. L’aria è fresca, il cielo blu cobalto e una leggera brezza rende la marcia piacevole. Dopo circa tre ore di cammino si apre davanti a noi il largo e sabbioso Wadi Rum, una delle più importanti vie carovaniere del Sinai: discendiamo nella sabbia soffice e arrivati al fondo della valle risaliamo un pendio per giungere al campo dove sostiamo per il pranzo.

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Il vasto e sabbioso Wadi Rum era il letto di un antico fiume ed è una delle piste più importanti del Sinai

I cammellieri che avevano percorso un’altra via più rapida anche se meno spettacolare erano già arrivati a destinazione e stavano smontando il carico dei cammelli in modo da lasciare liberi gli animali di andare a pasturarsi nei dintorni del campo. Altri raccoglievano arbusti e pezzetti di legno grazie ai quali pochi minuti dopo il fuoco ardeva allegramente permettendo così di preparare la farashia, il tipico pane beduino sottile come una crespella che si cuoce sopra una piastra di ferro leggermente bombata.

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La preparazione del cibo è l’attività primaria ad ogni tappa

Dopo circa un’ora il pranzo era pronto: insalate, pomodori, formaggi, patate e salse di diversi tipi tra cui l’immancabile tehina a base di sesamo. Seguono due ore di relax che permettono di riposarsi oppure di partire alla scoperta del territorio circostante, l’universo minerale che ci circonda. Alle 15 si riparte per la seconda parte del percorso, abbastanza pianeggiante, che ci condurrà al campo in cui si sosterà per la notte presso lo splendido Gebel Matamir.

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Le tipiche tombe dell’età del Bronzo chiamate Nawamis

Dopo meno di due ore vediamo comparire davanti a noi una strana serie di costruzioni circolari di pietra: si tratta dei Nawamis (parola araba che significa “zanzare” in quanto da lontano queste macchie scure sembrano sciami di questi insetti). Sono piccole tombe circolari costruite con blocchi di pietra a secco di colore rossastro tutte rigorosamente orientate con l’apertura a Ovest (l’Occidente è sempre stato connesso fina dai tempi faraonici con il mondo dell’Aldilà. Tombe di questo tipo) che risalgono all’Età del Bronzo sono abbastanza comuni in tutto la regione ma questo è l’unico sito in cui la loro concentrazione è estremamente elevata.

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La preparazione del tè è un rituale irrinunciabile ad ogni sosta

Dopo aver esplorato queste sepolture, ripartiamo dirigendosi verso Sud-Ovest e dopo un’ora di cammino raggiungiamo il posto scelto per passare la notte ai piedi del Gebel Matamir, un’alta collina di arenaria alla base della quale si trova una vasta area di soffice sabbia. Ognuno monta in qualche minuto la sua tenda mentre i cammellieri accendono i fuochi, i cammelli vagano liberi nei dintorni (sono addestrati e non si allontanano mai troppo dal campo) e le guide preparano la cena a base di pollo alle brace, riso e verdure.

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I beduini hanno sviluppato un loro tipico artigianato

Ognuno racconta, le impressioni della giornata, c’è chi guarda le foto scattate, altri parlano del programma per l’indomani: poi verso le 20 quasi tutti si ritirano nelle loro tende, mentre i pochi che hanno ancora abbastanza energia si recano in cima alla montagna per meglio osservare lo splendido cielo stellato, privo di ogni inquinamento luminoso. L’indomani alle 6 c’è la sveglia e… si riparte.

L’organizzazione

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Cristina Gheza

Dal 2017 tutta la coordinazione del Sinai Trail e i rapporti con le persone interessate a partecipare sono gestiti da un’italiana, Cristina Gheza, profonda conoscitrice del Sinai e dei Beduini con un’esperienza più che ventennale che vive e lavora stabilmente a Santa Caterina presso la sede del Sinai Trail al Fox Camp di Santa Caterina. Il prossimo Sinai Trail avrà luogo in ottobre 2019

sinaitrailenquiries@gmail.com/sinaitrail.org

Come raggiungere Sinai Trail

Ci sono voli regolari da Milano, Bergamo, Venezia, gestiti da Air Italy, dai Air Cairo e da Egypt Air che permettono di raggiungere i due punti di partenza: Sharm el Sheikh e Il Cairo. Da entrambi i posti l’organizzazione si occupa di prendere in carico i partecipanti e di condurli a destinazione alla prima tappa del viaggio.